Quale politica del lavoro ci si può aspettare da un governo di estrema destra che, almeno nei programmi elettorali, ha fino ad oggi blaterato di flat tax in materia fiscale e di rimpicciolimento delle garanzie già minime di tutela del salario, nello specifico, del reddito di cittadinanza?

La risposta più aderente ad una oggettività dei fatti possibile è, quanto meno, una formula dubitativa e mette un grande punto interrogativo davanti ad ogni ipotesi di adeguamento del costo della vita alle esigenze primarie delle fasce più deboli della popolazione con interventi che si richiamano, anzitutto, alla stabilizzazione dei profitti industriali e che, quindi, partono dal punto di vista padronale – imprenditoriale.

Sarebbe ingenuo ritenere che il governo Meloni, primo fra tutti il ministro Giorgetti, dopo l’incontro a vuoto avuto con i sindacati confederali proprio su una strategia di medio periodo negli interventi strutturali, date le premesse di finanziamento attraverso i soldi del PNRR, si mettesse all’opera su una piattaforma tipicamente progressista. Questi nonsense lasciamoli nell’iperuranio platonico, nel mondo delle idee che non hanno però nemmeno una traduzione concreta nella realtà quotidiana.

Scordiamoci che il governo Meloni possa, ad esempio, per quanto concerne il caro-bollette avviare una politica di nazionalizzazione dell’energia e dei servizi che consideriamo strategici per l’intero Paese.

Scordiamoci che abbandoni la tassazione piatta leghista e apra ad una progressività fiscale legata al reddito; oppure che si inventi un meccanismo di recupero dei soldi imperniato sull’enormità patrimoniale di quella manciata di ricchissimi che se la godono beatamente mentre l’IVA la pagano tutti indistintamente (del resto, è o non è una “tassazione indiretta“?). E pure, togliamoci dalla testa che in materia di lavoro il governo stabilisca un salario minimo di 1.600 euro al mese o che abolisca il Jobs-act di democratica e renziana memoria.

Oppure ancora che tratti il dramma dei morti sul lavoro con un incentivazione forte dei controlli nei cantieri e nelle fabbriche, che si batta contro un lavoro nero che, tutt’oggi, è una potente arma di ricatto di quell’ufficio di collocamento illegale che sono le organizzazioni mafiose, ‘ndranghetiste e camorriste e che, per dare un po’ di linearità a tutta questa “politica impossibile” del governo Meloni, l’esecutivo pensi di legare il problema enorme della sempre maggiore mancanza di occupazione con il rispetto dell’ambiente e della vita sostenibile.

Proprio pochi giorni fa, a Bussoleno, comune della Val di Susa, al centro della vicenda storica del TAV, si è potuto toccare con mano ciò che la Regione Piemonte (governata dalle stesse destre che governano l’Italia intera) intende fare delle risorse destinate alla riqualificazione del territorio per prevenire il dissesto idrogeologico: vincolarle, come compensazione indiscutibile, alla realizzazione della tratta ferroviaria ad alta velocità. La risposta della sindaca di Bussoleno è stata la presentazione delle proprie dimissioni al Consiglio comunale.

Si trattava di quattro milioni e mezzo di euro che potevano (forse potranno ancora) servire ad un territorio precario e già ampiamente martoriato dalla “grande opera” che collegherebbe la movimentazione delle merci dal Portogallo fin nel cuore dell’Europa dell’Est e che il presidente regionale Cirio ha pensato bene di legare indissolubilmente all’approvazione del tracciato senza se e senza ma.

Le destre sono, quindi, anche disposte a concedere qualcosa, ma solo dietro una “compensazione” che soddisfi quelle istanze di prima difesa dei grandi interessi commerciali, finanziari e profittuali che fanno parte del paniere di tutele dei privilegi che da sempre rappresentano. Il ricatto politico e sociale è talmente evidente da non aver bisogno di ulteriori parole per essere meglio spiegato e disarticolato.

Se la scuola piemontese è una dependance di quella romana e nazionale, allora dal governo Meloni ci si può attende proprio questo: un do ut des, laddove il primo è inversamente proporzionale al secondo, affinché possano sussistere le condizioni per l’iniquo scambio antisociale.

Quindi, preso atto che dall’esecutivo nero non ci si può attendere altro se non un peggioramento delle condizioni di sopravvivenza dei milioni e milioni di italiani che già faticano ad arrivare a fine mese, va anche notato che tutto questo verrà fatto nel nome della tutela degli interessi nazionali, mettendo il povero italiano contro il povero non italiano e ritornando al paradigma xenofobo e primatista dell’autoctonia che prevale sull’etnia straniera.

Varrà tanto per i diritti civili quanto per quelli sociali e sarà la politica di decomposizione di quello che resta di microscopiche tutele sociali che, lo si voglia o no, hanno mitigato l’impatto devastante del biennio pandemico nei confronti di una platea di indigenti che si sta, nonostante queste misure (fondamentalmente varate dal Conte II), espandendo e diventa un alibi quasi perfetto tanto per il governo quanto per il governatore della Banca d’Italia nel ritrarre un Paese in cui le percentuali dell’inflazione (11,8%, mai così alta dal 1984) per affermare che i salari non vanno aumentati e che le ragioni della crisi sono tutte all’aumento dei costi energetici.

E’ una affermazione solamente in parte vera, così come fa sempre molto comodo alle classi dirigenti fare delle retribuzioni una variabile dipendente dalla produttività, relegandole alla stabilità e alla fissità quando i profitti sono in crescita e minacciandone la diminuzione e la decurtazione quando le cose in azienda vanno male.

Vada come vada, se proprio non si riesce ad imporre politicamente un regime salariale che non conosca aumenti, che non consenta alcun tipo di miglioramento delle condizioni di sopravvivenza di milioni di lavoratori, si possono sempre agitare minacce di blocco degli indotti (come accade all’ex ILVA di Taranto) o fare ricorso alle sempre tanto amate delocalizzazioni, per sfruttare ancora di più la forza-lavoro, per impoverire ulteriormente più di un ambito sociale, più di un paese.

La risposta più adeguata alle politiche antisociali che il governo Meloni si appresta a varare (non ultima la notizia della “quota 103” sui pensionamenti) deve riguardare tutto il mondo del lavoro e del non-lavoro, visto che la contrattazione con i padroni si riferisce soltanto al 20% dei lavoratori: per tutti gli altri vigono forme di rapporti parcellizzate, singolari, che troppo spesso non sono tutelate dal sindacato perché sfuggono “legalmente” alle dinamiche dei rapporti tra lavoro e capitale.

La manovra economica che ha in mente il governo nero delle destre parla, oltretutto, già il linguaggio del rientro dei capitali dall’estero con la copertura di scudi fiscali che impediscano al fisco di rientrare del danno che ha avuto per tutto il tempo in cui ingentissime somme di denaro gli sono state sottratte nel dirottamento su conti d’oltralpe.

Tronfiamente, Giorgetti e Meloni sciorinano cifre certamente di non poco conto: gli uffici di Palazzo Chigi e del MEF pongono una forbice tra i tre e i cinque miliardi da sommare alla cifra stabilita per contenere i costi energetici e dare sollievo alla popolazione.

Ma, ancora una volta, per quanto si riceve indietro, almeno il doppio si regala ai grandi ricchi che ne beneficiano in detassazioni, in condoni e quanto d’altro è possibile usare come armi politico-economiche per proteggere i privilegi e, nel contempo, continuare a raccontare la favola che i salari non possono aumentare a causa del corto circuito che si creerebbe con una ulteriore salita dei prezzi.

Ma di misure per prevenire la speculazione privata proprio sui costi finali delle merci e di interventi sulle tassazioni indirette, non si fa minimamente cenno. Quindi, se si tirano le somme delle somme, soltanto una risposta del mondo del lavoro, del mondo della precarietà e del mondo del non-lavoro, così come di quello studentesco e di quello dei pensionati, può in questo momento essere l’argine alle politiche di un governo che taglierà il cuneo fiscale a tutto vantaggio delle imprese e che non intende tassare gli extra-profitti al 100% ma fermarsi ad un misero 33% (ancora tutto da mettere nero su bianco…).

L’antisocialità, l’antisalarialità, l’anti-pubblicismo dell’esecutivo conservatore e liberista al tempo stesso sono caratteri costituenti di una non nuova, ma certamente ribadita politica di rivoluzione economica che intende mettere al sicuro le grandi ricchezze, i capitali crescenti, i profitti fatti sui profitti stessi.

I lavoratori e le lavoratrici devono rispondere a tutto questo con una mobilitazione straordinaria, con una costruzione continua di lotte che non diano tregua a Meloni e Giorgetti e a tutte quelle amministrazioni locali che sono improntante alla stessa logica di redistribuzione delle briciole a molti (con bonus e prebende una tantum) agitando lo spettro del pauperismo causato soltanto da scelte incontrollabili, da fattori contingenti e congiunturali internazionali.

La responsabilità politica del governo è tutta nel suo programma, nelle scelte che farà e che non possono essere attribuite solamente alla guerra, alla pandemia ormai quasi finita e, infine, al Fato come malefica entità ectoplasmatica.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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