La Ventisettesima Conferenza delle Parti sul Clima (COP27) di Sharm el-Sheikh si è conclusa con un accordo che ha lasciato a bocca asciutta chi nel vertice riponeva delle speranze in fatto di lotta alla crisi climatica. Nel documento finale è stato mantenuto l’obiettivo previsto dall’Accordo di Parigi relativo al contenere il riscaldamento globale entro gli 1,5°C, ma solo a parole. Nessuna “uscita graduale dalle fonti fossili”, ma solo una richiesta agli Stati Membri di “aumentare rapidamente la diffusione della produzione di energia pulita e delle misure di efficienza energetica e di accelerare gli sforzi per la riduzione graduale del carbone e l’eliminazione graduale degli inefficienti sussidi ai combustibili fossili”. Senza contare un allarmante riferimento alle “energie a basse emissioni”, spudoratamente inserito per lasciare una porta aperta al gas. Unica nota positiva, ma anche in questo caso vaga e inconcludente, il raggiungimento del tanto agognato accordo sul fondo “perdite e danni”, il sostegno economico da parte dei Paesi sviluppati nei confronti di quelli più poveri e vulnerabili agli effetti della crisi climatica. Un fondo che è stato quindi istituito, ma in una pressoché totale assenza di dettagli economici e specifiche su quali saranno effettivamente i Paesi donatori e quali i destinatari.

Alla luce di questa piccola conquista, per molti il risultato della COP27 è stato un semi-fallimento, per altri una piena sconfitta. Una disfatta vera e propria, tra l’altro, più che prevedibile alla luce dei presupposti. Al di là delle innumerevoli contraddizioni che hanno caratterizzato questo e i precedenti vertici internazionali sul clima, ad esempio, dovrebbe quantomeno far riflettere la corposa e aumentata partecipazione al Summit di delegati dell’una o l’altra industria fossile. Alla COP27 – secondo un’analisi resa nota dalla BBC e realizzata dall’organizzazione Global Witness – il numero di profili legati al settore degli idrocarburi è infatti persino aumentato del 25% rispetto alla COP precedente. L’indagine, in particolare, ha scoperto che oltre 600 persone presenti ai negoziati sul clima in Egitto erano in qualche modo legate all’industria del petrolio e del gas. Un paradosso se si considera che tali conferenze, in accordo con la scienza più recente, in teoria nascono con lo scopo di plasmare una società libera dalle fossili, ma in pratica hanno sempre attirato un numero significativo di rappresentanti delle industrie petrolifere desiderosi di influenzare l’esito dei dibattiti. E pare proprio che, direttamente o indirettamente, ci siano riusciti. Basti pensare che, proprio per stipulare l’accordo sul fondo ai Paesi poveri, diverse voci di corridoio hanno affermato che si sia dovuto sacrificare il punto relativo all’abbandono delle fonti energetiche climalteranti.

Si è detta delusa anche l’Unione Europea, la quale però, in nome della sicurezza energetica, non ci ha mai pensato troppo a tornare al carbone o al comprare miliardi di metri cubi di GNL da oltreoceano. Amareggiato anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, che ha precisato quanto «il nostro pianeta sia ancora al ‘pronto soccorso’» e aggiunto: «dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni ora, e questo è un problema che questa COP non ha affrontato. Un fondo per ‘perdite e danni’ è essenziale, ma non è una risposta se la crisi climatica spazza via dalla mappa un piccolo Stato insulare o trasforma un intero Paese africano in un deserto. Il mondo ha ancora bisogno di fare un passo da gigante in termini di ambizione climatica». Nulla di più vero. Il solo istituire un fondo per i più vulnerabili significa infatti accettare che, ormai, non si può nulla contro le conseguenze della crisi climatica. Eppure, in un’ottica di prevenzione, accelerare l’abbandono del settore fossile, principale responsabile dell’accelerazione del riscaldamento globale, avrebbe rappresentato la misura più concreta e utile anche per tutti quei Paesi che già subiscono gli effetti dell’alterazione antropica del clima. Al riguardo, non è stato trascurabile il peso della nazione ospitante, l’Egitto. Una duplice responsabilità quella della Terra dei Faraoni: diretta, in quanto pare abbia esercitato pressioni affinché svanisse ogni riferimento all’abbandono delle fonti fossili, e indiretta, per aver reso problematico protestare alla (e contro) la COP27. E chi in questo senso avesse iniziato a riporre aspettative sul prossimo Vertice climatico, può iniziare a ricredersi: l’ONU ha infatti già deciso di assegnare la COP28 del 2023 agli Emirati Arabi Uniti, una monarchia assoluta che fonda la sua ricchezza sul gas e sul petrolio.

[di Simone Valeri]

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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