Non propriamente un quotidiano di sinistra estrema come “Avvenire“, e nemmeno altre testate nazionali non riconducibili all’area anche timidamente moderata del progressismo italiano, oggi titolano su una manovra economica del governo Meloni che va a colpire 660.000 poveri. Cittadine e cittadini che sopravvivono grazie al reddito di cittadinanza e che hanno tutto il diritto di essere aiutati dallo Stato se si trovano in condizioni di indigenza estrema.

Nessuno è povero per propria scelta. Ed invece, l’assunto paradigmatico che la narrazione meloniana vuole far passare come elemento motivante la cancellazione dell’RDC, a partire dal 2023 parzialmente e dal 2024 totalmente, poggia sula tesi secondo cui una schiera di fannulloni starebbero vivacchiando alla bell’e meglio alle spalle dell’economia nazionale, pesando sulla condizione generale di arretramento del Paese.

Ora, che vi siano anche dei percettori del reddito inventato da Beppe Grillo che ne hanno fatto un motivo per non cercarsi un lavoro, è certamente vero: pelandroni ve ne sono in tutte le ere della storia umana.

Ma che questa quota di scansafatiche sia preponderante e sia, soprattutto, il coefficiente principale e dirimente per asserire che l’RDC è un male per le casse dello Stato e un abbaglio politico per chi intendeva “abolire la povertà“, è un abbaglio volutamente enorme, che si intende rivolgere all’opinione pubblica per farle accettare un cambio di rotta negli investimenti sociali.

Se vi è stata una timida riforma a favore delle classi più disagiate e deboli, questa, seppure imperfetta e da correggere, è stata quella che ha istituito il reddito di cittadinanza. E’ stato sbagliato chiamarlo così fin dal principio, perché un vero intervento nel merito delle questioni che riguardano una contingenza di fattori determinanti un neo-pauperismo dilagante, avrebbe dovuto prendere in considerazione non la “cittadinanza” ma la minimalità della sopravvivenza di milioni e milioni di italiani.

Un atto di coraggio del governo Conte II, unitamente all’RDC, per mostrare la sua diversità dal precedente esecutivo, sarebbe potuta essere l’introduzione di una tassa patrimoniale che intervenisse sulle enormi ricchezze di chi ha, invece, portato i capitali all’estero e oggi li potrà riportare in Italia con la promessa economica da parte dell’esecutivo delle destre che lo Stato non vesserà troppo quelle ingenti somme bancarie e finanziarie e che, tutto sommato, la tagliola si abbatterà altrove.

Dove? Ad esempio nel non eliminare la tassazione indiretta dell’IVA su pane, pasta, latte, su quelli che sono beni di prima necessità e che riguardano la quotidiana alimentazione di noi tutte e tutti.

Non solo il governo Meloni non alzerà la tassazione degli extra-profitti a quel 60/70% cui si sperava si andasse incontro per recuperare un bel po’ di miliardi da assegnare agli interventi in favore delle fasce più indigenti della popolazione, arrivando al massimo al 35% (da un misero 33% da cui si era partiti…), ma lascerà che il costo dei beni alimentari prosegua nel suo aumento.

Di più ancora: la benzina aumenterà, visto che lo “sconto” governativo diminuirà dal 30 al 18,5% e questo regalo di Natale peserà sul costo annuale delle famiglie per circa 150 euro complessivi. Si può, dunque, dire che questa sia una manovra fatta da una destra sociale o, piuttosto, da una coalizione di forze regressive e reazionarie, conservatrici a tal punto da rendere esplicito il disappunto persino della stampa che, almeno un tempo, avremmo definito “borghese” (e pure “clericale“)?

Il peggioramento nelle politiche economiche è, nel migliore dei casi, figlio di una continuità con il governo Draghi. Nel peggiore, invece, dei casi inasprisce una serie di misure che erano state evitate per non accentuare gli spigoli appuntiti di una crisi sociale già ampia e che, visti anche i drammi occupazionali e le agitazioni che si stanno moltiplicando, come quella dei lavoratori di Taranto, diventa a questo punto strutturale.

La prospettiva della stagflazione sta perfettamente in queste dinamiche di protezionismo dei privilegi padronali, imprenditoriali e finanziari e, di converso, nell’attacco al mondo della disoccupazione, della precarietà, dell’inoccupazione e delle pensioni: quota 103 (pensionamento a 62 anni e 41 di contributi) non è, incastonata in questo tetris di controriforme antisociali, certamente una notizia positiva. La diminuzione dell’età lavorativa non compensa l’iniquità di una manovra ferocemente liberista.

Così, il governo Meloni investe 32 miliardi di euro, al pari del governo di Mario Draghi, aumentando il rapporto tra il debito pubblico e la ricchezza nazionale dal 3,6 al 4,5%, senza – almeno a questo è dato leggere e ascoltare fino ad ora – nessuno scostamento di bilancio.

Si fa debito per tutelare le grandi ricchezze, il mondo dell’impresa, mentre si abolisce il reddito di cittadinanza, si lascia intatta la tassazione indiretta sul valore aggiunto su ciò che tutti mangiamo ogni giorno e si sceglie, così, di fare cassa principalmente sulle tasche della povera gente. Perché pane, pasta e generi alimentari di prima necessità costeranno ugualmente tanto per l’operaio di Taranto quanto per l’industriale della Milano di via Montenapoleone o per qualche pariolino.

Il governo Meloni rimane un osservato speciale per l’Europa di von der Leyen e di Michel: non solo per le sinergie che si potrebbero creare tra gli interventi economici dei paesi a trazione conservatrice e e di estrema destra, ma in particolare per il connubio che si verrebbe a creare tra consenso politico e intervento antisociale. Riuscire a tenere insieme il favore popolare con l’impoverimento che queste misure porteranno con sé, davvero è una bella impresa.

La sfida delle sfide è questa, almeno su un periodo di medio termine: c’è chi scommette, come il candidato alla segretaria del PD Bonaccini, che Palazzo Chigi conserverà una certa stabilità di azione fino alla prossima primavera e poi, con le nomine nei vari enti e con una verifica quasi annuale degli atti prodotti, potrebbero aprisi delle contraddizioni interne alla maggioranza.

Ma, senza immaginare l’inimmaginabile, oggi il governo appare stabile, determinato e la popolarità di Giorgia Meloni è supportata dalle cifre dei sondaggi sul gradimento proprio sulla sua persona. Soltanto una settimana fa, un giornale come “la Repubblica“, citando delle rilevazioni in merito, esponeva la cifra tonda tonda del 60% a favore della Presidente del Consiglio.

E’ quella che si chiama – in gergo politico – “luna di miele con l’elettorato“: è la spinta propulsiva di un voto che, dal 25 settembre ad ora, non ha fatto che registrare un continuo ascendere dei consensi per Fratelli d’Italia e una stabilizzazione delle percentuali di Lega e Forza Italia.

Ma, ciò che conta per l’esecutivo, con una “manovra confermativa” come questa, che ribadisce l’impiando liberista delle destre di governo, è arrivare puntuale, con i conti a posto, nel momento in cui il Patto di Stabilità ritornerà a recitare la sua parte di salvatore delle magnifiche sorti e progressive anche dell’Italia sovranista e neonazionalista, che ubbidisce a Bruxelles seguendo, molto sulla falsa riga, il predecessore autorevole ed ex banchiere centrale, e corredando la manovra con un racconto favolistico sull’«Italia che torna a correre».

L’immagine è bella. Peccato che la corsa, per operai, studenti, lavoratori e pensionati, sia tutta, ma proprio indietro tutta.

MARCO SFERINI

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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