I giornali locali titolano “Code al Monte dei Pegni, lite tra i clienti, picchiata un’anziana”.

Succede a Savona piccola e tranquilla città di provincia post – operaia, in declino economico e di identità: età superiore alla media (la provincia è la più longeva d’Italia), immigrazione minima, lunghe file di negozi chiusi in particolare nelle vie che collegano il centro alla periferia.

Il Monte dei Pegni corrisponde all’antico Monte di Pietà dove i poveri “impegnavano” i pochi beni in cambio di denaro utile per le spese quotidiane; beni che poi si cercava di riscattare mesi dopo con grande fatica e, qualche volta, con il risultato di vederseli battuti all’asta.

Si impegnava di tutto: in particolare, nella forma classica, la biancheria o le posate e le stoviglie magari ricevute come dono di nozze.

Allora “Il Monte” si trovava in pieno centro storico, in un palazzo avito che oggi ospita un importante museo: anche in quel tempo si vedevano le code per depositare e riscattare, parte di un indimenticabile panorama umano.

Adesso ci troviamo oltre allo stadio dei “Compro oro”: siamo al segno di una povertà diffusa, magari vissuta dignitosamente da anziani rimasti soli, una “povertà da giacche rivoltate” come accadeva un tempo di cui sembrava persa la memoria. Roba da anni’50, da quel neorealismo di cui Andreotti, grande interpreta della censura di un’Italia dalla facciata perbenista, diceva “i panni sporchi vanno lavati in casa”.

Tutto questo accade nel Nord del Paese, alla vigilia del luccichio natalizio, con attorno la vacuità di un presunto turismo marino, anche in questo caso molto di facciata nell’affannarsi della reciproca voracità dello spendere e dell’accumulare da parte delle categorie espressioni della modernità di un corporativismo ben espresso dal recente voto politico.

Una città, Savona, dalla borghesia ricca che ha storicamente riempito le banche senza investire con gli imprenditori venuti dall’estero per lanciare l’industria alla fine dell’800.

Una città, Savona, che ha vissuto davvero la lotta di classe condotta da quella che si definiva “classe operaia forte, stabile, concentrata” poco incline anche verso il consumismo degli anni’60.

Una città nella quale le disuguaglianze continuano sottilmente a crescere avendo come risultato larghi vuoti soprattutto nel “lineare” centro ottocentesco, modellato sulla Torino anni’30-’40 del XIX secolo e di conseguenza sulla Parigi di allora : appartamenti sfitti e in decadenza, facciate antiche ormai consunte in un panorama dove spuntano ancora gioielli liberty accanto all’invasione del cemento risalente alla frenesia degli anni del grande scambio deindustrializzazione/speculazione edilizia, la cui espressione più evidente rimane la noia dell’essere punto di passaggio della crocieristica fiera delle vanità.

La lite davanti al Monte dei Pegni sembra l’emblema di una “pervasività” del declino.

Amministratori di buona volontà stanno cercando di fronteggiare questo stato di cose soprattutto recuperando alcuni importanti contenitori storici e da lì tentare il modellarsi di una nuova identità.

Un tentativo da incoraggiare con fiducia: rimane però la sensazione dell’antico che afferra il nuovo e cerca di trascinarlo nel ritorno alla triste povertà di un tempo lontano mentre rimane il ricordo delle ciminiere da cui usciva il fumo degli altiforni: laddove stava la Savona del lavoro.

Di Franco Astengo

Lunga militanza politico-giornalistica ha collaborato con il Manifesto, l'Unità, il Secolo XIX,. Ha lavorato per molti anni al Comune di Savona occupandosi di statistiche elettorali e successivamente ha collaborato con la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Genova tenendo lezioni nei corsi di "Partiti politici e gruppi di Pressione", "Sistema politico italiano", "Potere locale", "Politiche pubbliche dell'Unione Europea".

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