Tra il 12 e il 19 novembre, la piccola monarchia ha tenuto le proprie elezioni senza la presenza di candidati di opposizione. Eppure la stampa occidentale ha preferito glissare sull’evento, felice di sostenere un governo che dal 2020 ha normalizzato le proprie relazioni con Israele e che svolge un importante ruolo strategico in funzione anti-iraniana.

Indipendente dal 1971, il Regno del Bahrein ha trascorso quasi trent’anni senza organizzare alcuna tornata elettorale, prima che le elezioni venissero ripristinate nel 2002, con la trasformazione del Paese – almeno sulla carta – in una monarchia costituzionale. Da allora, i cittadini della piccola monarchia insulare del Golfo sono stati chiamati alle urne con regolarità ogni quattro anni per eleggere i 40 membri del Consiglio dei Rappresentanti (Majlis an-nuwab), ma molti osservatori hanno fatto notare come le elezioni bahreinite rappresentino un’operazione di facciata, essendo completamente assenti i candidati dell’opposizione.

Ricordiamo che in Bahrein si svolse un’importante rivolta nel 2011 che mise in dubbio la stabilità della monarchia. In occidente, gli eventi bahreiniti vennero accomunati con le cosiddette “Primavere arabe” degli altri Paesi, ma la rivolta di Manama aveva in realtà dei connotati particolari, essendo stata condotta soprattutto dalla comunità sciita, fortemente discriminata in un Paese a guida politica sunnita. In Bahrein, infatti, la maggioranza della popolazione pratica l’Islam sciita, ma viene oppressa da una monarchia guidata, sin dal 1783, dalla famiglia sunnita Āl Khalīfa, della quale fa parte l’attuale regnante Ḥamad bin ʿĪsā Āl Khalīfa (in foto). Le proteste, note come “Rivolta delle Perle”, andarono avanti fino al 2014, ma si risolsero in un nulla di fatto e con la dura repressione della monarchia.

Secondo quanto riportato da Al Jazeera, molte organizzazioni non governative hanno denunciato il clima repressivo nel quale si sono svolte le elezioni. Il Bahrain Institute for Rights and Democracy, con sede a Londra, ha descritto il voto come una “farsa”, facendo notare come la legge elettorale tenda ad escludere dal diritto di voto alcune categorie specifiche di persone. Rispetto alle elezioni del 2018, infatti, ben 21.000 persone in meno sono state incluse nelle liste elettorali, portando il numero degli elettori al di sotto dei 345.000, nonostante la popolazione complessiva del Paese superi gli 1,7 milioni.

Va inoltre ricordato che il Consiglio dei Rappresentanti, l’unico organo eletto direttamente dal popolo, ha poteri molto limitati sia rispetto al Consiglio Consultivo (Majlis al-shura), i cui 40 membri sono scelti direttamente dal re, che rispetto al sovrano stesso, il quale detiene un potere che, nonostante la riforma in senso costituzionalista, resta quasi assoluto.

Nonostante una situazione critica per i diritti delle minoranze, il Bahrein viene spesso risparmiato dalla stampa occidentale. Proprio in questo periodo stiamo vedendo come i mass media nostrani, totalmente asserviti agli interessi politici degli Stati Uniti e dei loro vassalli europei, applichino diversi pesi e misure a seconda del Paese: l’Iran, nemico giurato dell’Occidente, riceve il trattamento peggiore, vittima di una dura propaganda quotidiana che spesso fa ricorso anche a notizie false o manomesse, nella speranza di vedere la fine della Repubblica Islamica; il Qatar, considerato come una forza ambigua, riceve critiche molto più lievi, principalmente legate all’organizzazione dei Mondiali di calcio o su altre questioni limitate; infine, il Bahrein e l’Arabia Saudita, considerati come strategici per gli interessi statunitensi in Medio Oriente, vengono quasi completamente risparmiati, e di certo non viene messa in dubbio la legittimità dei loro governi.

Soffermandoci in particolare sul Bahrein, dobbiamo ricordare come questo piccolo Paese produttore di petrolio sia anche la sede della Quinta Flotta della Marina degli Stati Uniti e rappresenti inoltre uno dei centri operativi del CENTCOM (United States Central Command) per il Medio Oriente. Questo suo ruolo strategico gli ha consentito di indebitarsi pesantemente senza che nessuno aprisse bocca, fino a quando la situazione non è diventata talmente insostenibile da richiedere l’intervento dei Paesi limitrofi, che senza batter ciglio hanno rimpinguato le casse del governo di Manama con dieci miliardi di dollari.

Inoltre, non va dimenticato come il Bahrein, insieme agli Emirati Arabi Uniti, sia stato uno dei primi Paesi arabi a normalizzare completamente le proprie relazioni con Israele, sin dal 2020. Successivamente, i due Paesi hanno anche firmato un memorandum d’intesa sulla cooperazione nei settori dell’intelligence e militare, in occasione della visita dell’allora ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, in Bahrein. Nel febbraio di quest’anno, Israele ha partecipato ad una sessione storica di esercitazioni militari alla quale hanno preso parte, tra gli altri Paesi, Bahrein, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e ‘Oman, il tutto sotto la coordinazione degli Stati Uniti, nonostante i governi saudita e omanita non abbiano relazioni ufficiali con Israele.

Secondo gli osservatori, Israele e Bahrein in realtà intrattenevano relazioni anche prima della normalizzazione del 2020. Sia il governo di Manama che l’entità sionista considerano l’Iran come il proprio principale nemico, in quanto il Bahrein accusa la Repubblica Islamica di aver sostenuto le proteste della comunità sciita nel 2011. Se il sostegno iraniano nei confronti degli sciiti non può essere negato, allo stesso tempo va detto che la monarchia sunnita degli Al Khalifa non resterebbe in piedi senza il fondamentale sostegno dell’Arabia Saudita. Questa situazione ha portato anche ad una forte diseguaglianza economica fra i due gruppi, con gli sciiti che vivono prevalentemente in povertà, mentre i sunniti si godono l’opulenza prodotta dalle esportazioni di idrocarburi. Le tensioni tra sunniti e sciiti del Bahrein si sono ulteriormente acuite dopo che i primi si sono opposti alla normalizzazione delle relazioni con Israele, ma la loro voce è rimasta ancora una volta inascoltata da parte dei vertici della monarchia.

La conclusione è quindi che il Bahrein, in quanto parte integrante della coalizione anti-iraniana a guida statunitense, può permettersi tranquillamente di discriminare la maggioranza della propria popolazione per motivi religiosi o di avere un debito pubblico ben superiore rispetto al proprio PIL, senza che si levino voci critiche da parte del mainstream occidentale. Il tutto a patto che la monarchia sia completamente allineata con la politica estera statunitense e continui a svolgere il proprio ruolo strategico in funzione anti-iraniana nella regione del Golfo.

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Di Giulio Chinappi - World Politics Blog

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nell’indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l’Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, “Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam”, Paese nel quale risiede tuttora. Nel suo blog World Politics Blog si occupa di notizie, informazioni e approfondimenti di politica internazionale e geopolitica.

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