È entrato in vigore ieri l’embargo al petrolio russo concordato lo scorso 2 settembre tra l’Ue, il G7 e l’Australia: la misura prevede il divieto di importazione di greggio russo via mare nei Paesi aderenti, a meno che l’oro nero non sia acquistato al prezzo massimo di 60 euro al barile, il cosiddetto “price cap” sul petrolio stabilito dalle nazioni occidentali. L’iniziativa sarebbe volta a contrastare gli introiti di Mosca per evitare che quest’ultima possa continuare a finanziare la guerra in Ucraina. La Russia, tuttavia, ha già fatto sapere che non intende rispettare la norma anche se dovesse essere necessario un taglio della produzione. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha affermato che il provvedimento non influenzerà l’andamento e il finanziamento dell’«operazione militare speciale».

Ancora prima della sua entrata in vigore, risultavano evidenti la limitatezza e la potenziale mancanza di efficacia dell’iniziativa messa in atto dalle maggiori economie occidentali, a partire dal tetto al prezzo: attualmente le quotazioni di petrolio russo sul mercato si aggirano sui 65 dollari al barile e, dunque, la differenza con il prezzo stabilito da UE, G7 e Australia risulta irrisoria. Tanto che lo stesso presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, si è lamentato su questo punto, asserendo che «non è una decisione seria», in quanto «si tratta di un limite abbastanza buono per il bilancio dello Stato terrorista».

Inoltre, se la Russia – come dichiarato dal vice primo ministro russo, Alexander Novak – non volesse vendere il petrolio al prezzo stabilito unilateralmente dai Paesi occidentali, avrebbe a disposizione comunque diverse alternative: dalle cosiddette “triangolazioni” per aggirare le sanzioni a tutta la fetta di mercato asiatico, affamato di petrolio russo. Basti pensare che l’India negli ultimi mesi ha aumentato di 25 volte il livello delle sue importazioni da Mosca, così come anche la Cina. Per questo motivo, Novak ha affermato che «Venderemo petrolio e prodotti petroliferi solo a quei Paesi che lavoreranno con noi alle condizioni di mercato, anche se dovessimo ridurre un po’ la produzione». In ogni caso, non mancano metodi per aggirare le sanzionisecondo il Wall Street Journal, infatti, Mosca avrebbe organizzato una sorta di “flotta fantasma” composta da vecchie petroliere in grado di disattivare i segnali AIS (Automatic Identification System) per non essere monitorate. Al momento, tale flotta si troverebbe nei porti russi del Pacifico e sarebbe in grado di trasportare l’oro nero nonostante l’embargo. Un altro metodo già utilizzato da altri stati sanzionati come Venezuela e Iran è quello di trasbordare il carico in mare da una petroliera russa a una battente bandiera non russa senza che il passaggio venga tracciato.

A novembre, in controtendenza con la narrativa principale, la Russia – unica tra i Paesi dell’OPEC+ – ha aumentato la produzione di petrolio in vista di una maggiore richiesta da parte dei Paesi europei prima dell’entrata in vigore dell’embargo e a causa dell’aumentata domanda tra gli importatori asiatici: quest’ultimi, infatti, temono l’incertezza legata alla futura fornitura di greggio russo. Di conseguenza, Mosca il mese scorso ha prodotto 10,9 milioni di barili al giorno (bpd), aumentando le esportazioni verso Cina, India, Corea del Sud e Giappone e, secondo i dati di Refinitiv Research, a novembre l’Asia ha importato un record di 29,1 milioni di bpd, rispetto ai 25,6 milioni di ottobre e ai 26,6 milioni di settembre.

Anche i Paesi europei, comunque, continueranno ad importare largamente il petrolio dell’Orso rosso nonostante le sanzioni: infatti, l’oleodotto Druzhba – il più lungo del mondo che trasporta per 4000 chilometri il petrolio dalla Russia all’Ucraina, Ungheria, Polonia e Germania – rimarrà attivo e i Paesi europei potranno continuare a rifornirsi, compresa la Germania. Interessante notare, invece, come l’embargo si applichi alla raffineria italiana di Priolo, gestita fino a pochi giorni fa dalla russa Lukoil: il greggio, infatti, arrivava in Sicilia attraverso petroliere che partivano dal porto russo di Primorsk. È uno dei motivi per cui il governo si è visto costretto a nazionalizzare l’azienda. Ancora una volta, dunque, le sanzioni europee a Mosca rischiano di procurare più problemi ai sanzionatori che non ai sanzionati: l’Italia, ad esempio, dovrà trovare dei fornitori alternativi al greggio russo. Inoltre, secondo l’International Energy Forum, l’embargo porterà ad avere almeno tre milioni di barili in meno ogni giorno per i Paesi dell’Unione europea, a meno che non si ricorra alle triangolazioni o ad altri tipi di aggiramento delle sanzioni che, in ogni caso, farebbero lievitare il prezzo di acquisto dell’oro nero per gli importatori. Un dato che, unito ai tagli Opec (2 milioni di barili decisi a ottobre) e al caos in Cina potrebbe portare a una nuova impennata delle quotazioni con pesanti ricadute per l’inflazione. L’embargo occidentale al petrolio russo, unito ad un potenziale taglio della produzione dell’OPEC+, dunque, potrebbe non far altro che aumentare l’insicurezza energetica globale, spingendo i prezzi verso l’alto e inasprendo ulteriormente i problemi energetici del Vecchio Continente, costretto a trovare nuove fonti – magari più costose – per sostituire il petrolio russo.

[di Giorgia Audiello]

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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