Riprendiamo dal prof. Francesco Dall’Aglio alcuni ragionamenti e alcune immagini delle proteste in Georgi.

” lingua georgiana (che si scrive con un alfabeto molto antico, precedente alla cristianizzazione del paese e, almeno a parer mio, graficamente molto bello) è la lingua più parlata della famiglia caucasica meridionale ed è, cosa stranissima, praticamente uguale all’inglese. Qui alcuni esempi tratti dalle manifestazioni di oggi.”

È assolutamente normale che in una manifestazione “spontanea” per opporsi a una legge che riguarda esclusivamente la politica interna della Georgia ci siano
1) cartelli scritti in inglese;
2) bandiere USA e cartelli “Donetsk è Ucraina”;
3) più bandiere ucraine che georgiane.”

“Piuttosto all’improvviso, anche se in verità qualche segnale si era percepito già negli ultimi giorni, la situazione in Georgia si è fatta esplosiva – nel vero senso della parola, visto che i manifestanti hanno tirato un paio di molotov sui cordoni di polizia. Al momento stanno dando l’assalto al parlamento, smantellando le barriere antisommossa – vedi foto che allego – mentre la polizia risponde con lacrimogeni e cannoni ad acqua. Non si segnalano vittime, per il momento.
La manifestazione è la risposta all’approvazione, da parte del Parlamento, della nuova legge che obbliga media e associazioni che ricevono almeno il 20% dei loro fondi da associazioni o governi stranieri a registrarsi presso il Ministero della Giustizia come “agenti stranieri”, rischiando una serie di conseguenze amministrative e penali. La misura, che a prima vista sembrerebbe destinata a combattere la “disinformazione” russa (il partito di governo, “Sogno Georgiano”, è filoeuropeista, filoatlantista, liberale e decisamente antirusso anche se il primo ministro, Irakli Garibashvili, è invece sospettato di essere personalmente filorusso), in realtà colpisce principalmente le ONG occidentali, prima fra tutte la famigerata USAID la cui amministratrice, Samantha Power (nota per avere appoggiato qualsiasi intervento militare su base “umanitaria”, dalla Libia alla Siria allo Yemen) ha subito twittato preoccupata che la nuova legge possa “minacciare gravemente il futuro euro-atlantico della Georgia”. Le hanno fatto subito eco l’ambasciata statunitense in Georgia, che parla di “giornata nera per la democrazia georgiana” (anche se la legge è stata votata a maggioranza in parlamento, non è frutto di un colpo di mano) e di una “legge ispirata dal Cremlino che è incompatibile con il chiaro desiderio del popolo georgiano di essere integrato in Europa” ed esprime dubbi sul reale impegno di Sogno georgiano nei confronti dell’integrazione euro-atlantica. A chiudere il cerchio, il portavoce del Dipartimento di Stato USA Ned Price ha detto che i responsabili di questa legge che “interferisce con quello che è un diritto umano universale” potrebbero diventare oggetto di sanzioni da parte degli Stati Uniti. E proprio negli Stati Uniti si trova in questo momento (tu guarda a volte le coincidenze…) la Presidente della Repubblica, Salomé Zourabichvili, che ha registrato un videomessaggio nel quale dichiara di sostenere i manifestanti e che eserciterà i suoi poteri di veto per respingere la legge (che però verrà rimandata al parlamento che potrà di nuovo votarla, a maggioranza semplice tra l’altro).
Insomma, a prima vista sembreremmo trovarci davanti, come qualcuno già si affretta a scrivere, “al Maidan georgiano”. Far schierare la Georgia nel campo dei paesi antirussi sarebbe un risultato diplomatico, e potenzialmente militare, di grande rilievo per la NATO, che potrebbe aggiungere un altro tassello al suo cordone di contenimento, diciamo così, ai confini della Russia – il che spiega come mai l’amministrazione USA si sia subito lanciata a sostenere i manifestanti.
Ci sono però una serie di considerazioni da fare. La prima, e la più evidente, è che il governo georgiano, per quanto europeista e liberale, non ha nessuna intenzione di schierarsi apertamente contro la Russia perché ha ben chiaro che una ripetizione dei fatti del 2008 si risolverebbe, appunto, in una ripetizione dei fatti del 2008. La Georgia non è l’Ucraina, né demograficamente né economicamente né, soprattutto, militarmente; la NATO, che ha già difficoltà a spedire in Ucraina quello che serve alle FFAA ucraine, non potrebbe certo impegnarsi nello stesso modo per quelle georgiane, senza contare che non disporrebbe di nessuna base d’appoggio. La Turchia certamente non consentirebbe che sul suo territorio affluiscano armi ed equipaggiamenti, come fa ad esempio la Polonia, e l’unica opzione sarebbe quella di rifornire l’esercito georgiano per via aerea (e mi chiedo poi con cosa, visto che appunto è già incredibilmente complesso rifornire l’Ucraina).
Al momento una Georgia apertamente antirussa, e magari militarmente impegnata contro di lei, è uno scenario di fantapolitica, anche perché i manifestanti non sembrano avere le idee chiare su cosa vogliono, al di là del respingere la nuova legge e del cantare slogan contro Putin, che va sempre bene. Il che non toglie, però, che la situazione che si sta sviluppando va tenuta d’occhio, perché ormai i posti nei quali fare cordone, per la NATO, sono solo tre. Uno, l’Ucraina, è in guerra aperta; la Moldova deve fare i conti con una presenza militare russa sul suo territorio ed è in una situazione complessa, per quanto il nuovo governo sembri disposto a impegnarsi; e poi appunto c’è la Georgia. Tutto il resto della faglia o è già NATO o è alleata della Russia (Bielorussia e paesi dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva). Posti neutrali dove fare rivoluzioni colorate ormai ce ne sono pochi.

PS – proprio mentre scrivevo qualcuno deve aver svegliato Borrell, che si è detto anche lui preoccupato degli effetti della nuova legge, che è “incompatibile coi valori dell’Unione Europea”.”

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