L’egemonia culturale, sociale e politica passa di mano o, per meglio dire, viene acquisita da nuovi dettami dell’epoca moderna in cui a prevalere sono i particolarismi, le selezioni disumane tra umani, la parzializzazione dei grandi problemi di convivenza tra i popoli che diviene tale nel momento in cui il progressismo cede il passo ad una traslitterazione dei concetti che si fanno portamento inelegante e disadorno di una antietica di destra fortemente istituzionalizzata e istituzionalizzante.

L’egemonia culturale, sociale e politica di oggi, lontanissima dal ruolo compreso e al contempo affidatole dall’analisi gramsciana, è un cambiamento in peggio di una percezione diffusa di solidarietà ed emaptia che oggi tramuta in ostilità per le differenze, di circospezione, di atteggiamenti guardinghi, prefettizi, questurini e polizieschi verso chi penetra nel circulos nostro del nazionalismo identitario e fintamente europeo dei sovranisti e dei conservatori reazionari al governo del Paese.

In sintesi molto estrema, ci sono molti modi per respingere i migranti, per farne ancora e soltanto un problema securitario, che tuttavia scompare nel momento in cui gli agricoltori chiedono nuovi schiavi per poter lavorare nei campi in primavera e in estate per pochi spiccioli al giorno, col sole che ti spacca il cervello e ti fa fermare il cuore, in condizioni di miseria e di sciatteria così aberranti da ricordare il peggio dei loro paesi di origine.

Questi modi sono afferenti ad una narrazione ormai conquistata sul campo da una martellante propaganda di diffidenza, odio e superiorità dell’autoctonismo rispetto all’estraneità degli arrivati (quando riescono ad arrivarvi…) sulle nostre coste: un “detto non detto“, un parlare a nuora perché suocera intenda; un titillamento compulsivo, costante e mai veramente (purtroppo) inutile, nonostante la ridondanza del vuoto cosmico di modernissime banalità del male che echeggiano tanto nei comizi quanto nelle conferenze stampa delle forze di governo.

Al principio umano di uguaglianza sociale, civile, morale, culturale ed anche religiosa e filosofica, si è sostituita la classifica delle priorità: come se gli esseri viventi dovessero sottostare al giudizio di chi detiene il potere pro tempore e la Costituzione valesse come contorno di un tutto che è desolantemente il niente. Chi ha rappresentato la Repubblica nei giorni dell’ira di Cutro, chi ha portato là un briciolo consistente di empatia, di umanità, di coscienza e di civiltà è stato il Presidente Mattarella.

Chi ha manifestato un evidentissimo dolore per la morte di settantadue persone che volevano solamente vivere dignitosamente, lontano dall’oppressione sistematica talebana, da qualunque integralismo religioso e di governo, sono stati i calabresi, sono stati quelli che hanno raccolto gli orsacchiotti di pezza portati pietosamente dal mare sulle rive salmastre, nella penombra dell’indifferenza di Stato che, se oggi non è completamente definibile come tale, è proprio grazie al gesto del Presidente della Repubblica.

La icastica burocraticità delle parole indegne e insensate dei rappresentanti del governo ha evidenziato, del resto, quello che già sapevamo.Chi proviene e vive ancora in un’incultura della a-solidarietà, in un rifiuto dell’eguaglianza come principio fondante la Repubblica stessa e tutti i suoi cittadini, autoctoni o meno che siano, chi ha origine nella fiamma tricolore del post-fascismo e pensa che prima di ogni altra cosa i diritti siano tali solo se si è italiani, non può e non potrà mai comprendere fino in fondo il valore dell’esistenza come un elemento di comunanza universale.

Frontiere, muri, steccati, blocchi navali, civili, incivili, militari, ostili e contrari a qualunque diritto internazionale sono la plastica rappresentazione di un limes prima di tutto invalicabile per le destre: non è ammissibile l’equiparazione tra stranieri e italiani, se non alle condizioni stabilite da normative sui “flussi regolari” che passano nominalmente per tali ma che, in relatà, sono canali di approvvigionamento di migranti destinati ad implementare la forza lavoro ipersfruttata laddove gli italiani costerebbero ai padroncini delle terre e ai padroni delle industrie di più di quel che viene a costare un africano o un asiatico.

L’imbarbarimento linguistico cui si è costretti a ricorrere per descrivere queste aberrazioni è la prima cartina di tornasole di una retrocessione incivile dell’intero Paese ma, per fortuna, non dell’intera sua popolazione. Una resistenza a questa discesa agli inferi dei rapporti (dis)umani è drammaticamente riemergente in una opinione pubblica indignata dal vuoto di un potere che si è creato grazie al condizionamento (in)diretto tra le varie strutture dello Stato che obbediscono ad un principio di emulazione, più che di ricezione, delle direttive politiche del governo.

Molte volte non c’è bisogno di dare espliciti, diretti ordini perché una determinata volontà politica trovi esecuzione: basta creare il clima adatto, inducendo all’uniformarsi al nuovo corso nazionalista, conservatore e reazionario. L’egemonia culturale si esercita anche in questa maniera, anzi, soprattutto così: senza esprimere un comando, ma suggerendolo attraverso una serie di comportamenti e di dichiarazioni che creano il contesto in cui tutti gli enti governativi e di Stato devono muoversi per non uscire dai cardini della politica della maggioranza.

La strage di Cutro è emblematica ed iconica perché ha costretto la destra a raffrontarsi con la verità dei drammi di migrazioni dove è manifestamente impossibile la gestione attraverso le pratiche burocratiche e ferreamente legalistiche dell’intransigenza di governo. Il Consiglio dei Ministri che si è riunito nel luogo della tragedia non ha portato una condoglianza che fosse una alle vittime. Non un fiore, non una lacrima, non un peluche, come a Bucha, dove la commozione era evidente ed era ovviamente più che giustificata.

Si è parlato, dagli ambienti di destra, di “sciacallaggio” per le critiche mosse all’esecutivo nella non gestione di questa terribile vicenda. Fin dai primi momenti, quando le televisioni aprivano i loro microfoni alla diatriba sui temi e le modalità del soccorso in mare, sulle operazioni di polizia sostituitesi a quelle di salvataggio repentino dei naufraghi, la preoccupazione delle destre è stata incasellare le stigmatizzazioni e i rilievi in una prevenzione politica, in una sorta di facile attacco, una specie di “sparare sulla Croce rossa“.

E questo perché le destre stesse sanno di essere vulnerabilissime su questo fronte: il tema dell’estraneità alla “patria“, alla “nazione“, all’italianità fa il paio con l’essere proprio “stranieri“, col provenire dal resto del mondo e, in particolare, dalle zone più erose dal suprematismo liberista e capitalista: là dove il colonialismo di vecchio e nuovo modello ha depredato tutto quello che era possibile e ha innescato guerre tribali, fratricide, mettendo le popolazioni locali le une contro le altre.

Dall’Africa al Medio Oriente, fino alle porte dell’Asia, a quel ventre molle del terrorismo internazionale ben foraggiato dalle granti potenze prima che divenisse loro stesso nemico, le democrazie occidentali hanno dato prova della loro concezione di un mondo fortemente disegualitario e instabile. Volutamente tale, per garantirsi un dominio politico ed economico in un gioco geostrategico mondiale in cui le guerre sono esportatrici soltanto di modelli per niente adeguati alla storia e all’attualità di vita dei popoli che finiscono per subirli.

I conservatori e reazionari che governano in Italia, Polonia, Ungheria, in parte anche in Gran Bretagna, dispongono di una persuasione di massa che deriva loro dall’intersezione delle crisi veramente epocali in cui ci siamo trovati a vivere e sopravvivere negli ultimi lustri: da quella delle bolle speculative del 2008-2009 fino alla pandemia e allo scoppio della guerra in Donbass.

Questa pervasività delle coscienze sempre meno critiche verso l’etica di Stato, coerentemente giustapposte in una continuità tra nascita del liberismo egoistico e rampantista e il rafforzamento dei poteri politici al suo servizio, è stata in larga parte consentita da un arretramento culturale che aveva nelle forze progressiste uno dei fondamenti essenziali.

La penetrazione della disumanizzazione, della dimostrazione del diverso da noi (per pelle, per sesso, per genere, per religione, ecc.) come una minaccia all’esistenza di tutto ciò che rappresentiamo e che ci rappresenta esternamente, si è concretizzata nel momento in cui il ceto medio, la borghesia moderna hanno sdoganato il post-fascismo (ed il leghismo post-padano) come alternativa di governo del Paese rispetto alle incertezze del centrosinistra.

Le colpe sono molteplici e vanno in molte direzioni. Ma, di sicuro, la torsione “maggioritaria” a tutto tondo della politica italiana ha impostato un progressivo ridimensionamento delle tante diversità culturali, sociali e civili del Paese, riducendo la dialettica interna ad una alternanza scomposta, raffazonata tra grandi aggregati che non offrivano al padronato e alle classi economicamente dirigenti un piano di garanzia e di stabilità per i loro privilegi.

Paradossalmente, si può affermare che soltanto i governi tecnici e il draghismo per ultimo hanno dato questa garanzia bilaterale tanto all’imprenditoria italiana quanto alle istituzioni monetarie di Bruxelles.

Il governo Meloni lo ha capito e, infatti, fino ad ora sul terreno economico si è mosso esattamente nella stessa linea di quella che, almeno fino al 25 settembre, era l’”agenda Draghi“, rivendicata prima di tutto da un PD e da un centrosinistra che aveva rinunciato alla campagna elettorale, che aveva alzato bandiera bianca prima ancora di incrociare le pacifiche armi del confronto politico con le destre riemergenti dalle crisi del berlusconismo e del salvinismo.

Ma quel portato complessivo di disvalori non è andato disperso e lo si ritrova oggi tutto quanto nel governo attuale: il peggio del berlusconismo d’annata, il peggio del sovranismo legaiolo e il peggio del conservatorismo post-fascista di un partito che intende le differenze come stigmi e non come valorizzazioni anzitutto sociali, civili e pure morali, nonché culturali ed economiche.

La strage di Cutro rimarrà, almeno per qualche tempo, nell’immaginario collettivo come espressione dell’aggiornamento della consunzione di un umanesimo già largamente deperito nel corso degli ultimi trent’anni: l’attacco ai valori fondanti della Costituzione non è venuto soltanto dai tentativi di controriforma delle istituzioni, quindi dell’architrave dello Stato, ma dal provare a fare della Repubblica qualcosa d’altro rispetto a sé stessa, separandola dalla sua originale resistenziale, antifascista ed egualitaria natura originaria.

L’individualismo liberista ha giocato un ruolo essenziale in questi ultimi decenni: ha convinto, sulla scia di una modernizzazione repentinissima delle comunicazioni, delle relazioni impersonali attraverso il pessimo uso dei social e di Internet, una marea di persone a comportarsi come se fosse possibile pensarsi in una bolla di astrazione rispetto al limitrofo, pur continuando a viverlo ogni giorno.

Il nuovo egocentrismo è il prodotto di una disperazione diffusa, di un galleggiamento delle sopravvivenze, in una impercettibilità del futuro, pienamente dentro l’invisibilità di una condizione di certezze e sicurezze: a partire dalla scuola, dal lavoro e per finire con il miraggio delle pensioni e delle minime garanzie di tutela della salute e della propria integrità fisica nonché morale.

Il comportamento manchevole dello Stato a Cutro è soltanto l’ultimo accidente che ci è piombato addosso, riversandosi sulle incoscienze e sui crani vuoti che pensiamo pieni di tanta consapevolezza e acume critico.

La retorica di una propaganda che pretenderebbe di etichettare come “buonista” ogni spinta sociale, solidarizzante, semplicissimamente altruistica, ha vinto grazie al combinato disposto di fattori molto diversi fra loro: liberismo economico e finanziario, tendenza ad un neo-autoritarismo che svilisca il Parlamento e faccia dell’Italia una Repubblica presidenziale, disperazione e disagio sociale crescente, fertile humus per un terreno di questo tipo.

La risposta del governo al dramma delle migrazioni, soprattutto dopo Cutro, è peggio della tragedia stessa che si è consumata: è una risposta penale, per dimostrare che in punta di diritto lo Stato c’è e che incarcererà gli scafisti (che spesso sono migranti che fuggono messi lì alla guida delle barche dai veri trafficanti che se ne restano ai lidi di partenza dei caicchi) con pene fino a trent’anni di reclusione. Pene già oggi presenti nell’ordinamento giuridico italiano, ma pochi, forse quasi nessuno lo sa.

La novità nell’affrontare con piglio diverso, esattamente opposto a quanto fino ad oggi non fatto o fatto per compiacere la politica dell’esecutivo, non c’è per niente. Quello che viene messo in campo è un esercizio muscolare che non fermerà i traffici di esseri umani ma che, almeno per il momento, fa dire ad una parte dell’elettorato: ma quanto è risoluto e bravo ‘sto governo.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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