Gabriele Germani

Secondo le nuove previsioni sul futuro demografico del Paese di Istat aggiornate al 2021 l’Italia sempre più alle prese con la crisi demografica: nel 2070 la popolazione italiana scenderà sotto quota 50 milioni, quella che in finanza viene definita una soglia psicologica.

La crisi demografica italiana

Si parla tanto di crisi demografica italiana e si sottovalutano una serie di punti:

Per cominciare il problema demografico italiano è un problema generazionale, la questione non è che siamo pochi (anzi, assieme ad altri Stati europei abbiamo da secoli un problema di densità per chilometro non ottimale), ma che siamo distribuiti male per età.

Influiscono più fattori: nei paesi avanzati l’emancipazione femminile, il ricomparire della disoccupazione e di nuove esigenze economiche per i figli, favoriscono il blocco della fascia media, la più diffusa “sociologicamente” (i ceti medi vedendosi a rischio fanno meno figli, fenomeno meno presente tra i ceti alti e bassi).

L’Italia è sotto i due figli in media dal 1977, questo genera un vortice di invecchiamento, che per motivi ovvi riduce la fertilità della popolazione generale (maschile e femminile).

Non credo che la storia degli italiani bamboccioni influisca (anche perché tolti gli immigrati, il trend è comune a tutti i ceti medi europei); gli italiani sono anche cattolici, ma non si riproducono come conigli. Lasciamo fuori i luoghi comuni.

Non è un paese per giovani: c’è un clima generale di infantilizzazione dei giovani, i quali anche data la scarsità di lavoro e di prole, ben poche alternative hanno (per intenderci, in nessun paese europeo qualcuno direbbe che un quarantenne è giovanissimo, forse neanche più giovane; in un paese di sessantenni la prospettiva è diversa).

Andrebbe aggiunto il più generico edonismo propagandato (ma qui andiamo nell’aleatorio) che difficilmente si coniuga con l’idea di avere un figlio.

Altro punto interessante: non ho alcuna idea faziosa sul tema migratorio, non credo ai paternalismi (facciamoli venire a fare i lavori che non facciamo) perché mi sembra schiavitù), non credo agli ingressi controllati o a società ideali dove si mescolano cento etnie in un paese vecchio e densamente popolato e tutto fila liscio (non funziona così).

Il fenomeno migratorio, in rallentamento da decenni a livello globale, è una conseguenza della globalizzazione. Noi occidentali dobbiamo accettare che il sistema economico-politico messo in piedi e che ha favorito il nostro benessere diffuso (mal distribuito, in crisi, ma comunque con un’aspettativa di vita inimmaginabile fino a 150 anni fa o al nostro pari grado del Sud del mondo), ha ovviamente degli aspetti “scomodi”.

La cosa che un po’ mi stupisce e che in un paese come l’Italia nessuno abbia notato l’ovvio.
A partire dagli anni ’90, avremmo potuto ripopolare il nostro paese facendo arrivare giovani trentenni o famiglie dal Sud America (spesso di origini italiane), riducendo l’impatto etnico, stabilendo un ponte con un continente emergente e sanando (almeno in parte) la crisi demografica (con una gestione dall’alto).

Farlo ora? Impossibile, quale trentenne sano di mente (con un minimo di prospettiva) abbandonerebbe San Paolo per la Basilicata?

E quindi anche stavolta subiremo la storia, come facciamo almeno dal Trattato di Campoformio (e voglio essere generoso).

Di Red

„Per ottenere un cambiamento radicale bisogna avere il coraggio d'inventare l'avvenire. Noi dobbiamo osare inventare l'avvenire.“ — Thomas Sankara

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: