Miriam Zenobio

L’udienza del Sudafrica al cospetto della Corte dell’Aiadell’11 gennaio 2024 potrebbe rivelarsi tanto significativa quanto lo storico discorso di Arafat del 1974, sia per la liberazione palestinese che per il futuro del diritto internazionale

Tre mesi fa mi è stato chiesto di scrivere un articolo in occasione del 50° anniversario della guerra dello Yom Kippur. Ho deciso di usare quello spazio per riflettere su una narrazione meno convenzionale di quella che dovremmo ormai chiamare la Prima Guerra d’Ottobre. A differenza della narrazione convenzionale spesso presentata, ho collocato quell’evento nel contesto più ampio della lunga battaglia palestinese per l’autodeterminazione e della lotta del Sud del mondo per la decolonizzazione. In sostanza, ho sostenuto che l’anniversario non avrebbe dovuto essere riconosciuto solo come una commemorazione del conflitto tra Egitto e Israele, ma anche come l’inizio di un anno cruciale nella battaglia globale contro la colonialità dell’ordine internazionale. 

Nel 1974, infatti, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite – guidata dalla presidenza algerina e stimolata dall’accresciuta attenzione globale alla causa palestinese all’indomani della guerra del ’73 – il Movimento dei paesi non allineati guidò una serie di iniziative rivoluzionarie volte a smantellare le catene dell’ordine mondiale coloniale, tra cui spicca la proposta per un Nuovo ordine economico internazionale. Quell’anno cruciale ha visto Yasser Arafat pronunciare il suo famoso discorso del Ramoscello d’ulivo, inquadrando strategicamente la lotta per l’autodeterminazione palestinese all’interno della più ampia lotta globale contro l’imperialismo. Su quella scia, sono seguite l’adozione di risoluzioni storiche che affermavano il diritto all’autodeterminazione palestinese (Ris. 3236), l’ammissione dell’OLP come osservatore alle Nazioni Unite (Ris. 3237)e la dichiarazione del sionismo come forma di discriminazione razziale sulla stregua dell’Apartheid sudafricano (Ris. 3379).

Il 2024 non coincide solo con quell’anniversario, ma segna anche la ricorrenza della coniazione del termine “genocidio” da parte di Raphael Lemkin, successivamente incorporato nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. Dopo oltre tre mesi di massacro sistematico nella Striscia di Gaza, con più di 800 studiosi di diritto internazionale e studi sul genocidio che hanno espresso preoccupazione per il potenziale genocidio da parte di Israele contro i palestinesi, tesi avvalorata anche da diversi relatori speciali delle Nazioni Unite, il Sudafrica ha presentato un caso alla Corte Internazionale di Giustizia. L’accusa contro Israele è di aver violato la Convenzione sul genocidio in seguito all’attacco del 7 ottobre da parte di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi di Gaza. Il Sudafrica sostiene che le violazioni della Convenzione sul genocidio impongono obblighi erga omnes a tutti gli Stati. La Corte Internazionale di Giustizia è stata esortata ad attuare misure provvisorie urgenti per fermare l’aggressione di Israele e preservare le prove dei suoi presunti crimini.

L’udienza del Sudafrica al cospetto della Corte dell’Aia dell’11 gennaio 2024 potrebbe rivelarsi tanto significativa quanto lo storico discorso di Arafat del 1974, sia per la liberazione palestinese che per il futuro del diritto internazionale. Per lo meno, questo sviluppo segna un altro esempio del cambiamento di paradigma in atto negli ultimi anni, che recupera in certa misura il linguaggio e le strategie giuridiche adottate dal Movimento dei paesi non allineati negli anni ’70, in particolare in risposta alla recente disillusione nei confronti del discorso di pace derivante dagli accordi di Oslo. La richiesta del Sudafrica è esplicitamente inquadrata all’interno di un riconoscimento della Nakba in corso (ongoing Nakba), della colonizzazione israeliana e del suo regime di apartheid, fondando l’accusa di genocidio in questo contesto storico più ampio. Ciò implica che la sottomissione da parte del Sudafrica della sua disputa con Israele in merito alla Convenzione sul genocidio alla Corte Internazionale di Giustizia si pone nel solco della battaglia storica del Sud globale per una completa decolonizzazione dell’ordine mondiale che, come il genocidio dei palestinesi ha reso orrendamente toccante e chiaro, è ora più urgente che mai. 

La Nakba ha attraversato l’intera esistenza delle Nazioni Unite, e la sua persistenza a dispetto dei continui interventi dell’ONU, sottolinea l’evidente inefficacia nel preservare la pace e la sicurezza nel mondo di questa organizzazione orientata invece verso il mantenimento degli interessi degli stati egemoni. Nel corso della sua storia, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è servita come piattaforma per il Sud del mondo per esprimere le sue obiezioni contro gli squilibri di potere radicati all’interno delle Nazioni Unite. Già nel 1950 avanzò la Risoluzione “Uniti per la Pace” nel tentativo di sfidare il potere di veto detenuto dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Nonostante rappresenti la maggioranza degli Stati membri dell’ONU e le sue risoluzioni abbiano una portata normativa, l’Assemblea generale ha cercato invano di trascendere la sua subordinazione ai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza.

La portata delle conseguenze di questa disparità è evidente nel caso della Palestina. Mentre l’Assemblea generale ha approvato una risoluzione che sollecitava un cessate il fuoco sia in ottobre che  a dicembre, il Consiglio di sicurezza non è riuscito a raggiungere alcuna risoluzione sulla questione palestinese, principalmente a causa della riluttanza degli Stati Uniti, maggiore alleato di Israele, ad acconsentire a qualsiasi tipo di intervento. 

La Corte penale internazionale è rimasta in gran parte in silenzio nel suo ruolo. Anche quando il procuratore capo, Karim A. Khan, è intervenuto, le sue parole e le sue azioni sono state particolarmente ambigue, attirando critiche da parte di coloro che hanno paragonato il suo approccio a quello più celere adottato nel caso della Russia. Ironia della sorte, Khan ha infine affermato l’intenzione di avviare un’indagine sui crimini contro l’umanità perpetrati da Hamas, ma la mancata adesione di Israele allo Statuto ostacolerebbe la capacità della Corte di affrontare efficacemente la situazione. 

Il diritto internazionale è profondamente radicato nei rapporti di potere che rispecchiano la colonialità dell’ordine globale. Ciò significa che l’attuazione delle decisioni della Corte penale internazionale e della Corte internazionale di giustizia può essere pesantemente influenzata da considerazioni politiche più che legali. Infatti, le loro decisioni – che siano o meno vincolanti – non sono esecutive, a meno che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non decida di agire. Un esempio illustrativo è la persistenza del muro israeliano nonostante il parere consultivo del 2004 della Corte dell’Aia che si è pronunciata contro la sua costruzione. 

Tuttavia, il parere sul muro sottolinea anche che i forum giuridici internazionali possono servire come strumenti cruciali per l’attivismo legale e politico in tutto il mondo, dando potere anche agli Stati subalterni nell’ordine mondiale egemonico. In effetti, se il Gambia non avesse intrapreso il caso contro il genocidio Rohingya in Myanmar presso la Corte dell’Aia, il Sudafrica non sarebbe stato in grado di presentare un caso così convincente nel suo tentativo di fermare il massacro genocida dei palestinesi. 

A questo proposito, è anche fondamentale riconoscere che l’opinione sul Muro del 2004 ha specificamente stabilito che Israele non può invocare la legittima difesa da territori che controlla e occupa. Questo è stato tuttavia l’argomento principale avanzato dal team legale che ha difeso Israele di fronte alla Corte dell’Aia il 12 gennaio 2024. Sembra che non abbiano colto l’argomento chiave del procedimento del 2004 – con il quale Israele non ha collaborato se non inviando solo una relazione in risposta – così come la posizione ben argomentata del team sudafricano, ovvero che l’autodifesa non è compatibile in nessun caso con un genocidio. 

Il Sudafrica è riuscito a presentare un caso persuasivo, anticipando molti dei punti di discussione del team legale israeliano. Ad esempio, hanno sostenuto che le dichiarazioni di incitamento al genocidio dei funzionari israeliani – documentate nell’ordine delle centinaia da Law for Palestine – avevano lo scopo di intendere ciò che hanno pronunciato, e lo hanno fatto efficacemente, come dimostrato dalla condotta delle truppe in risposta. A questo proposito, il Sudafrica ha sottolineato il fallimento di Israele nel prevenire il genocidio condannando e perseguitando quelle dichiarazioni genocide. Inoltre, il team legale del Sudafrica ha evidenziato come le presunte misure umanitarie di Israele abbiano mirato a sfollare e bombardare ulteriormente la popolazione civile piuttosto che portarla in salvo. Il team sudafricano ha sostenuto  che Israele non può rivendicare una caccia all’uomo nel rispetto del diritto internazionale umanitario mentre bombarda a tappeto aree e infrastrutture civili. A prescindere che tutto ciò costituisca o meno genocidio, il solo rischio che lo sia e la possibilità tangibile che continui, richiede, secondo il Sudafrica, l’adozione di misure urgenti.

Per conto suo, Israele ha concentrato le sue argomentazioni principalmente su questioni procedurali, sostenendo che la Corte Internazionale di Giustizia non abbia  giurisdizione, tentando di invalidare la controversia. In particolare, la loro difesa si è concentrata sugli eventi del 7 ottobre e sulla condotta di Hamas, affermando un diritto all’autodifesa, anche se, come già detto, questi fattori sono estranei alle accuse di genocidio. Inoltre, nonostante Israele affermi che il Sudafrica abbia minimizzato gli eventi del 7 ottobre, il massacro è debitamente citato nel rapporto presentato dal Sudafrica.

Il resto dell’argomentazione israeliana si basa pesantemente sull’innesco di meccanismi di riconoscimento ed empatia all’interno del pubblico occidentale, appellandosi a un sistema di valori in cui una vittima israeliana è più preziosa di decine di migliaia di morti palestinesi. La posizione di Israele essenzialmente afferma la sua “proprietà esclusiva” della definizione di genocidio e si presenta come guardiano dei valori di civiltà e diritto alla base dell’ordine internazionale di matrice occidentale, come se questo fosse un argomento legale valido e sufficiente a smarcare Israele dalle accuse.

La presunzione esibita da Israele sia nell’agire impunito che nella sua difesa legale non è un’anomalia, ma incarna il cieco senso di supremazia e l’interesse egoistico mascherato da discorsi sul valore universale dei diritti umani di cui l’Occidente sarebbe la culla e il garante. Ciò consente agli Stati che stanno al fianco di Israele non solo di rimanere in silenzio nel migliore dei casi e di aiutare Israele nel suo intento genocida con armi e sostegno diplomatico (o di intervenire direttamente nella disputa con il Sudafrica – come la Germania ha annunciato che farà – ma anche di bombardare lo Yemen se minaccia di bloccare per protesta le rotte commerciali mondiali. La notevole assenza di copertura dell’audizione del Sudafrica da parte dei media occidentali, rispetto all’attenzione data a quella di Israele, esemplifica il processo di alterità sotteso allo schieramento dell’Occidente con Israele. 

Pertanto, il team legale sudafricano aveva perfettamente ragione nell’affermare che, nelle parole dell’avvocata Blinne Ní Ghrálaigh, «la reputazione stessa del diritto internazionale – la sua capacità e volontà di vincolare e proteggere tutti i popoli allo stesso modo – è in bilico».

Ed è per questo che, qualunque sia l’esito, questo caso sarà storico. La sua importanza, tuttavia, ha meno probabilità di essere pareggiata dalla sua immediata efficacia pratica, sempre a causa dei rapporti di potere asimmetrici in atto. Come ha commentato la studiosa di diritto TWAIL Shahd Hammouri, questo è un processo ai fondamenti imperiali del diritto internazionale. La direzione decisa dal tribunale può segnare una svolta storica. L’Occidente e Israele rimarranno nella loro bolla privilegiata o finalmente sapranno ascoltare e farsi indurre a perseguire la giustizia?

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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