Zela Satti

In Argentina, i pensionati protestano ogni mercoledì contro i tagli imposti dal governo Milei. Vivono con assegni miseri, senza farmaci, repressi con violenza. Un quarto è sotto la soglia di povertà. Il silenzio complice accompagna manganelli, FMI e austerità.

Argentina, la repressione dei pensionati sotto il governo Milei

Davanti al Congresso di Buenos Aires, ogni mercoledì, si ripete una scena che racconta più di mille dati economici: anziani con cartelli e bandiere, manganellati e sgomberati con la forza. Le marchas de los miércoles, nate nel 2020 per protestare contro il progressivo svuotamento del potere d’acquisto delle pensioni, sono diventate simbolo della resistenza civile a un sistema che ha smesso di garantire dignità ai suoi cittadini più vulnerabili.

Il punto di rottura è arrivato con l’ascesa alla presidenza di Javier Milei, promotore del cosiddetto piano motosega, un programma di austerità radicale che ha colpito duramente il welfare. Il 25% dei tagli imposti per raggiungere il pareggio di bilancio è ricaduto proprio sui pensionati.

Il risultato è drammatico: le pensioni minime coprono appena un quarto del paniere di base per la terza età, e un pensionato su quattro oggi vive sotto la soglia di povertà. Nel giro di cinque anni, il loro valore reale si è ridotto a un settimo.

Dal Covid al manganello

Il degrado inizia durante la pandemia, quando l’allora presidente Alberto Fernández congelò gli assegni. Ma è con Milei che si arriva allo scontro aperto: a settembre il presidente ha posto il veto a una legge che prevedeva un lieve aumento delle pensioni, bollando i parlamentari favorevoli come “depravati fiscali”.

Da quel momento, la tensione è esplosa. Il governo ha tagliato i sussidi per i farmaci, e ha persino ipotizzato di trasformare le pensioni minime in semplici sussidi. Le proteste dei mercoledì sono così diventate terreno di sperimentazione per il protocollo anti-manifestazioni della ministra Patricia Bullrich: cariche, repressione sistematica, uso della forza contro chi chiede pane, cure e giustizia sociale.

Un’icona bastonata

A marzo, la foto di un anziano colpito duramente da un poliziotto ha fatto il giro del paese. Indossava la maglietta del Chacarita Juniors, e la risposta non si è fatta attendere: i tifosi si sono uniti alle marce. Il 12 marzo, le curve di tutti i principali club hanno sfilato in corteo con i pensionati, gridando lo slogan lasciato in eredità da Diego Maradona: “Bisogna essere veramente un cagasotto per non appoggiare i pensionati.”

La repressione non ha risparmiato nemmeno loro, ma la mobilitazione è cresciuta: perché tutti sanno che, un giorno, anche loro saranno anziani. E perché il bastone oggi tocca i pensionati, ma domani può colpire chiunque.

Tra FMI e fuga di capitali

Dietro questa crisi si staglia lo spettro del Fondo Monetario Internazionale, il cui rapporto con l’Argentina è lungo e controverso. Il nuovo prestito da 20 miliardi di dollari porta il debito argentino col Fondo a 65 miliardi, record mondiale. Secondo l’economista Hernán Lechter, si tratta dell’ennesimo “fallimento annunciato”: in 70 anni e 24 programmi di aiuti, nessuno ha funzionato. Anzi, ogni intervento ha coinciso con la fuga di capitali e il peggioramento delle condizioni sociali.

«Ogni volta che arrivano i dollari del Fondo, scompaiono subito», denuncia Lechter, accusando il FMI di favorire l’uscita dei grandi fondi d’investimento invece di sostenere lo sviluppo interno. Il modello economico argentino, eredità della dittatura del 1976, si fonda ancora oggi sulla rendita e sul saccheggio, a discapito di qualsiasi progetto inclusivo.

La repressione come programma politico

Il governo Milei non reprime solo per contenere il dissenso, ma per legittimare la sua visione autoritaria dell’economia: se sei povero, è colpa tua. Se protesti, sei un nemico. Se sei vecchio e chiedi diritti, diventi un bersaglio.

Il manganello ai pensionati non è un incidente: è una dichiarazione. E in questa dichiarazione, l’Argentina rischia di perdere non solo il suo presente, ma anche la memoria e il rispetto per chi ha costruito il paese. Ma ogni mercoledì, in piazza, c’è chi non si arrende.

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy: