Il 9 maggio è una delle date più solenni per la Russia: il Giorno della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica, corrispondente alla fine della Seconda guerra mondiale. Ma questa non è solo una festa nazionale russa: è una ricorrenza universale, che celebra la sconfitta del nazifascismo in Europa. E proprio per questo, dovrebbe essere patrimonio della memoria collettiva di tutta l’umanità. Invece, negli ultimi anni, soprattutto in Occidente, si assiste a una progressiva rimozione del ruolo decisivo che l’Unione Sovietica ha avuto in quella vittoria, quasi che la memoria possa essere piegata alle necessità della geopolitica.
Il prezzo pagato dal popolo sovietico per la liberazione dell’Europa fu altissimo: oltre 27 milioni di morti, intere città distrutte, sofferenze incalcolabili. Senza le battaglie di Stalingrado, Kursk, Leningrado, senza la resistenza ostinata di milioni di uomini e donne russi, oggi l’Europa – forse – non esisterebbe come la conosciamo. Eppure questo immenso contributo viene sempre più spesso ignorato, ridotto o reinterpretato alla luce delle tensioni contemporanee.
In Russia, la commemorazione del 9 maggio resta un momento di intensa partecipazione popolare. Milioni di persone sfilano con le immagini dei propri cari che combatterono contro il nazismo, nel “Reggimento Immortale”, rendendo tangibile una memoria che, in Occidente, rischia di scolorire. A Mosca, la parata sulla Piazza Rossa è accompagnata da musica, cerimonie e – quando possibile – fuochi d’artificio. Ma il significato profondo non è nello sfarzo, bensì nel legame tra passato e presente, tra sacrificio e identità.
Chi dice che la Russia è isolata sbaglia, o mente. Le celebrazioni del 2025 lo dimostrano chiaramente: 29 capi di stato stranieri hanno partecipato alle cerimonie ufficiali. Tra loro Xi Jinping, Lula da Silva, i presidenti di India, Sudafrica, Bielorussia, Kazakistan, Serbia e Slovacchia. È evidente che la Russia mantiene una rete di relazioni solida con una parte consistente del mondo, soprattutto fuori dall’orbita occidentale. Nonostante le sanzioni e i tentativi di marginalizzazione, Mosca continua a essere riconosciuta come un attore centrale nel panorama internazionale.
Ciò che colpisce, tuttavia, è l’atteggiamento di molti governi e media occidentali, che sembrano dimenticare ciò che si dovrebbe invece commemorare insieme. È ipocrita pretendere di celebrare la libertà, la pace, la democrazia, e allo stesso tempo ignorare il sacrificio del popolo russo nella sconfitta del nazismo. È una rimozione comoda, ma pericolosa. Perché non si costruisce una memoria giusta e condivisa selezionando i fatti sulla base delle alleanze del momento. Il 9 maggio non è la festa di Putin o della Russia contemporanea: è la festa della vittoria contro il male assoluto. Ed è una festa che dovrebbe unire, non dividere.
Riconoscere il ruolo dell’Unione Sovietica non significa approvare le scelte politiche odierne del Cremlino. Significa, semplicemente, rispettare la storia. E se l’Europa vuole davvero restare fedele ai suoi valori, dovrebbe ricordarlo. Tacere oggi su questo tema, per calcolo politico, è un errore grave. È un’offesa non solo alla Russia, ma alla memoria di tutti coloro – russi, americani, inglesi, francesi, italiani – che hanno dato la vita per sconfiggere il totalitarismo.
Il 9 maggio dovrebbe essere, ancora oggi, un giorno di unità. La storia non può e non deve essere riscritta per convenienza. Solo riconoscendo la verità dei fatti e l’universalità del sacrificio si può davvero onorare quella vittoria. E difendere, insieme, ciò che fu conquistato nel sangue: la libertà.
