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Tra il 13 e il 14 maggio”Il Manifesto” ha pubblicato due importanti interviste sul tema della forma politica e della lotta di classe: la prima con la politologa albanese Lea Ypi autrice di un recente testo “Confini di Classe” pubblicato da Feltrinelli e già recensito dal quotidiano comunista, la seconda con il filosofo statunitense Tomas Hardt in Europa per un convegno sul pensiero di Toni Negri che si svolgerà a Parigi: Hardt che con in collaborazione con Negri ha scritto molti testi fra i quali il fondamentale “Impero”.
La Ypi risponde, tra le altre, ad una domanda sulla creazione della coscienza di classe richiamando la funzione di partiti e movimenti per la costruzione di una egemonia del discorso recuperando un modello di partito inteso gramscianamente come “Moderno Principe”.
Hardt dal canto suo affronta quelle che considera le nuove forme della lotta di classe rilevando una continuità tra le pratiche organizzative e le aspirazioni politiche e propone un “internazionalismo dal basso” individuando nei movimenti i soggetti capaci di articolare la lotta.
Ho sicuramente schematizzato nel riassumere ma considerata la crisi della “forma – partito” aperta sotto l’impeto della rivoluzione tecnocratica e la necessità di scoprire nuove soluzioni mi permetto di proporre uno spunto di riflessione nel merito.
Si pone un interrogativo: in queste condizioni perché lottare?
Un interrogativo che dovrebbe essere trasformato in : come lottare?
Questo perché le ragioni della lotta ci sono tutte, intatte, nel corso della storia e sono ancora, prioritariamente, le ragioni di quella che era stata definita (e può ancora essere definita) “contraddizione principale” nell’intreccio con la complessità delle contraddizioni emerse dalla “modernità” da elaborare unitariamente in un progetto di trasformazione sociale opposto e contrapposto a quello del dominio capitalistico.
I veri punti della discussione da sviluppare sono però, salvo errori e omissioni, sostanzialmente due:
1) La concezione della politica come lotta per il potere, nella rappresentazione dello scontro fra le diverse classi superando le remore e i fraintendimenti, che sono stati introdotti nel corso degli ultimi anni, in particolare dalla concezione dominante della “fine della storia” e dell’univocità dei modelli di detenzione del potere e dell’organizzazione sociale. Un’univocità che avrebbe assunto carattere “imperiale” a livello planetario, cui sarebbe possibile rispondere soltanto attraverso la protesta di una “moltitudine” che, più o meno spontaneamente, si muove per riappropriasi dal “basso” di quelli che sono stati definiti proprio come “beni comuni”;
2) L’organizzazione della lotta politica. Anche nel XXI secolo, nelle complessità dell’organizzazione sociale esistente a livello planetario e nella trasversalità delle contraddizioni, l’organizzazione della lotta politica non potrà che realizzarsi attraverso la costruzione di un’identità basata non soltanto sui necessari riferimenti alla storia del movimento operaio ma anche al riguardo della realtà sociale esistente e alle forme possibili di partecipazione che soprattutto l’innovazione tecnologica ha modificato nel loro esistere concreto dell’oggi.
Si tratta di due pilastri fondamentali se si vuole aprire sul serio la discussione sull‘idea della politica come lotta per il potere da condursi attraverso un’identità precisa (insieme etica, storica e politica) attrezzata attraverso l’organizzazione di un soggetto politico compiuto.
Per l’appunto un partito fondato sull’identità di classe e l’internazionalismo: termini desueti da declinare nella modernità.
Non è possibile tornare all’indietro dal partito di massa all’organizzazione di quadri: in questo senso un’altra accezione gramsciana, quella del passaggio dalla classe al popolo, deve essere analizzata. Il punto risiede, invece, nell’individuazione di vasti settori sociali nei quali far penetrare il necessario livello di coscienza al fine di consentire, attraverso di essi, al soggetto di esercitare egemonia sugli orientamenti di fondo della classe.
Un partito, in sostanza, a direzione “diffusa” con un concetto di relazione tra verticalità e orizzontalità nella direzione politica posto in grado di esprimere tre elementi critici rispetto al modello passato: 1) la solidarietà nella massa, senza il vincolo stretto della dimensione puramente ideologica; 2) L’espressione di questa solidarietà come egemonia verso l’intera classe; 3) Una direzione “larga” composta non soltanto da rivoluzionari professionali ma da quadri diffusi sul territorio e nella società capaci di introdurre anche elementi di “parzialità” nel rapporto con il partito e di forte, ragionato, ricambio nella formazione dei gruppi.
Una visione originale dunque della “via consiliare” sulla quale forse, pensando a una strutturazione politica della classe adeguata alla complessità dell’oggi, vale la pena di sviluppare qualche riflessione sul piano teorico.
