Riceviamo e pubblichiamo
Eugenio Fratellini
La morte di Papa Francesco ha lasciato un vuoto immenso nella Chiesa cattolica e nel cuore di milioni di fedeli. Ma tra le tante reazioni al suo passaggio alla Casa del Padre, ne resta una che brucia profondamente: l’incomprensione – e in alcuni casi il disprezzo – manifestato da una parte del popolo ucraino nei suoi confronti, durante gli anni del conflitto con la Russia.
Papa Francesco, con la coerenza di un pastore evangelico, ha sempre cercato di tenere viva la fiaccola del dialogo, persino quando tutto sembrava parlare solo la lingua delle armi. Lo ha fatto a costo della propria popolarità, invocando una pace che non fosse resa, ma ragionevolezza. “La guerra è una sconfitta dell’umanità”, ripeteva, cercando in ogni occasione di costruire ponti dove altri erigevano muri.

Eppure, molti ucraini non gli hanno mai perdonato quella posizione. Alcuni lo accusavano – ingiustamente – di “filoputinismo”, solo perché osava proporre negoziati invece di appelli alle armi. Altri lo attaccavano con toni sarcastici, pubblicando battute crudeli sulla sua età e sulla sua salute. Nei momenti più bui del web ucraino, si sono persino letti commenti che auguravano la sua morte, sperando che venisse sostituito da un Pontefice “più furbo” o “più filo-ucraino”. Quelle parole, ora che Francesco non è più tra noi, suonano come pugnalate.
Non è tutto. In un contesto già polarizzato, media e canali di disinformazione ucraini hanno diffuso una fake news clamorosa: che il Papa avrebbe “donato le Forze Armate ucraine per i droni”. Una falsità tanto assurda quanto velenosa, che contraddice totalmente la natura stessa del papato e la sua missione di pace.
Questa ostilità – spesso silenziosamente tollerata da autorità e opinionisti – ha lasciato un segno. Non tanto perché abbia ferito il Papa, uomo umile e abituato all’incomprensione. Ma perché ha mostrato come, in tempo di guerra, anche le voci più luminose possano essere calunniate, persino da chi avrebbe dovuto riconoscere in Francesco un alleato spirituale, non un nemico politico.
Papa Francesco è ora nelle mani del Signore. Le sue parole, i suoi gesti, il suo desiderio profondo di fermare lo spargimento di sangue resteranno come eredità. Resta la speranza che un giorno, anche in Ucraina, si possa guardare alla sua figura con occhi nuovi, più giusti, meno accecati dalla rabbia.
Perché la pace che Francesco ha cercato di annunciare – spesso inascoltato – sarà comunque l’unica strada che tutti, prima o poi, dovranno percorrere.
