Ben oltre la contesa tra Paperone e Rockerduck (personaggi dei fumetti di Disney), la rissa tra Trump e Musk sembra il sequel dei film giapponesi di serie B, il cui protagonista è Godzilla. Due mostri incuranti del bene comune e di un minimo di rispetto per la democrazia, anche quella di facciata, travalicano ogni pudore nell’appropriarsi delle risorse dello Stato riducendolo a un narcisistico terreno di battaglia sui social. che comprende anche ritorni di squallidissimi episodi di prostituzione di minorenni in cui sarebbe stato coinvolto l’attuale presidente.
A ben vedere, la rissa odierna, che purtroppo non riguarda solo questi loschi figuri ma l’intera umanità perché loro due sono tra gli uomini più potenti del mondo, aveva avuto mesi fa dei segni premonitori, mentre la maggior parte degli osservatori riteneva robusto l’inquietante connubio. Riavvolgiamo dunque il nastro, intrecciando episodi di discussione politica, se possiamo definirla tale, e di gossip.
Il 12 febbraio scorso, uno degli undici figli di Elon Musk, nati in gran parte da fecondazione assistita, era presente al comizio del padre nella sala ovale della Casa Bianca, mentre questi, in piedi di fronte alla telecamera, declamava i prossimi licenziamenti di lavoratori pubblici. Come noto, forse irritato dalla lunghezza della comparsata a cui era obbligato ad assistere, il piccolo Musk s’era preso la scena, rivolgendosi al Presidente eletto, con le parole (qui le interpretazioni sono diversificate) “Chiudi quella bocca. Non sei il Presidente. Devi andar via”.
La vicenda, potrebbe essere ricollegata subdolamente alla novella di Andersen “Gli abiti nuovi dell’imperatore”, quella de “Il Re è nudo”. E a un qualche film di quart’ordine in cui un ragazzino pronuncia una parolaccia a tavola, di fronte a scandalizzati uditori, e la mamma dice, imbarazzata, guardando con aria di rimprovero il marito: – Scusate tanto, deve averla sentita in famiglia.
L’episodio era scomparso presto dalle pagine dei media, occupate a cercare di seguire la valanga di provvedimenti revanscisti e di dichiarazioni roboanti, che caratterizzano, come ampiamente prevedibile, il “Trump 2, la vendetta”.
Ma se il piccolo Musk fosse la bocca della verità e la frase che sminuisce Trump l’avesse davvero sentita in famiglia? Proseguendo su questa idea, ci si potrebbe chiedere se l’infante non avesse nei fatti sollevato il problema di chi deve governare gli Stati Uniti. Una prospettiva che magari qualcuno intende preparare già adesso, trasformando Trump in un solerte impiegato federale (come quelli che Musk ha licenziato), che frequenta Washington solo per firmare gli ordini esecutivi preparati da altri, mentre il suo destino è quello di svernare in Florida a giocare a golf.
Ci si potrebbe chiedere se l’alternarsi delle dichiarazioni contraddittorie di Trump, sui dazi, sulle guerre, ecc, non fosse che il tentativo di esser sempre, solo lui, tutti i giorni, al centro dell’attenzione, onde cercare di evitare che l’ “attor giovane” si prendesse una parte sempre più importante di visibilità sugli schermi e sui social.
In fin dei conti, Trump ha 78 anni e ha già fatto un grande lavoro: ha distrutto dall’interno la tradizione del Partito Repubblicano (anche quella di Lincoln e di Eisenhover; entrambi, non come Trump, non contrari al movimento sindacale), ha buttato fuori ogni possibile concorrente interno, ha vinto due elezioni a una, ha scelto ministri sconcertanti, le cui competenze sono carenti a dir poco. E gode di un retroterra di economisti, pervicaci distruttori dello Stato sociale (per altro molto scarso negli USA), che lavorano per la sua totale estinzione.
Durante la campagna elettorale, la forte componente MAGA della destra religiosa aveva definito Trump un Cristo perseguitato e crocefisso che, per miracolo, era riuscito non solo a non scontare le pene per i 34 reati per cui era stato condannato in prima istanza ma a salvarsi pure da un attentato. La fotografia di gruppo attorno alla scrivania, attorniato dai suoi accoliti religiosi reazionari, mentre firmava l’istituzione presso la Casa Bianca di un “ufficio per la fede”, sembrava costruita sull’immagine dell’Ultima Cena. Una foto, blasfema per un vero credente, non per un “peccatore” finto redento come lui, potrebbe per alcuni rappresentare un invito a sacrificarsi ulteriormente a favore di coloro che lo hanno finanziato, per permettere loro di proseguire la sua opera con un’altra persona meno volubile.
Per il momento, la cura religiosa dell’edificio della Casa Bianca è stata affidata alla telepredicatrice Paula White, propugnatrice di una, non certo nuova, “teologia della prosperità” (secondo la quale chi è ricco è il premiato da Dio; e di conseguenza chi è povero non è nella grazia divina e non deve avere aiuti sociali), che s’invera nella sede presidenziale, ora “luogo sacro” per la presenza di Trump. Per meglio dire, luogo da riconsacrare, dopo aver ospitato Biden, accusato di essere un “persecutore dei credenti” per la condanna che fece degli assalti degli antiabortististi alle cliniche dov’è ancora possibile praticare l’interruzione di gravidanza.
Il nuovo Vangelo cui attenersi è già stato scritto. E’ il “2025 Presidential Transition Project”, stilato dalla Heritage Foundation; un tomo da cui Trump aveva preso le distanze durante la campagna elettorale e che applica ora con la sua nuova presidenza.
Appare chiaro però che Trump non si accontenta della beatificazione, di essere solo il testimonial pubblicitario di una sceneggiatura scritta da altri, compensato dall’aggiunta del suo viso sul monte Rushmore. Lui non intende fare da spettatore, seduto, imbronciato, alla scrivania, come aveva fatto alla Casa Bianca il 12 febbraio, travolto dalla logorrea di Musk e dagli insulti del figlio di lui, mentre il “presidente X” (X è l’ex Twitter, ora di proprietà di Musk) gli prende sempre più la scena.
Per una breve stagione chi ha insediato Trump, e lo indirizza alle sue spalle come un bambino capriccioso, appariva molto forte. Anche e soprattutto Musk che, forte dei parecchi milioni di dollari elargiti a Trump per le elezioni del 2024, ben rappresenta il trilione di dollari di potere economico complessivo dei miliardari che avevano fatto la fila per porgere a Trump i loro ossequi dopo la vittoria ed erano sul palco della sua incoronazione. Alcuni dei quali fanno parte di una compagine governativa che raccoglie persone con un reddito complessivo di 7 miliardi di dollari, il più alto della storia.
E’ noto che i governi statunitensi dei due partiti che si alternano (finora) al potere negli USA, sono stati sempre pesantemente condizionati dai contributi e dal peso politico dei miliardari ma ci potrebbe chiedere se, col crescere sterminato del potere e delle ricchezze di pochi, e la loro presenza diretta oggi nella Sala Ovale, Trump sia stato infastidito dalla sensazione latente di non sembrare solo lui al timone. E abbia voluto evitare la prospettiva di diventare solo più una marionetta imbolsita da mostrare all’entusiasta e variegato popolo MAGA. Preoccupato forse anche di non raggiungere quel terzo mandato che il suo inutile vice, Vance (che nel 2016 l’aveva paragonato a Hitler), appena eletto in Parlamento, ha propugnato come modifica costituzionale.
Per cui, in corso la realizzazione del progetto di circondare gli USA da dazi sulle merci e da barriere elettriche per le persone, mettendoci la faccia su tutti questi provvedimenti, mica Trump può accettare di essere implicitamente licenziato dal suo nuovo amico Musk e dai suoi simili. La dittatura presidenziale la vuole gestire lui, non i grandi capitalisti che, in una nuova versione dell’età dell’oro, vorrebbero essere direttamente al comando. Per cui, si rimette sul parrucchino il casco da minatore o da portuale e apre una rottura interna del governo dei ricchi, approfittando di una “sbandata” da funghi allucinogeni del suo sodale, mentre sullo sfondo la maggioranza degli statunitensi è e sarà ancor più povera, senza sistema sanitario pubblico, sempre più vigilata dall’alto e dal basso, con estreme fratture sociali e territoriali.
E’ in discussione al Senato il mastodontico progetto di legge monstre (in tutti i sensi) che include massicci tagli alle tasse a favore dei miliardari e delle imprese, risorse per blindare le frontiere e cacciare i clandestini, aumentare il budget di esercito e polizia e favorire la deregolamentazione energetica. E uno dei provvedimenti più costosi della storia degli Stati Uniti (solo i tagli fiscali costerebbero 5.000 miliardi di dollari in dieci anni) compensati dalla riduzione della spesa federale per il Welfare State, con 2.000 miliardi di tagli del Medicaid (il programma nazionale di assicurazione sanitaria per i poveri), dei buoni alimentari e di altri programmi per chi ha bassi redditi.
Trump non rinuncerà a questa “grande e bella legge” (come l’ha definita) a causa di una fisima come il deficit crescente, sollevata da Musk e anche da molti liberisti ortodossi. Quello che sta facendo è quanto ha promesso ai suoi finanziatori (e anche a quella parte del suo popolo che spera in lui per ritornare al centro di una “nazione bianca”).
E chi si opporrà finirà all’angolo. L’impresa Tesla di Elon Musk è fragile su questo: ha già, come le altre grandi imprese, beneficiato dei tagli fiscali di Trump del 2017, pagando zero tasse federali nel 2024, nonostante abbia registrato 2,3 miliardi di dollari di reddito degli Stati Uniti, Negli ultimi tre anni, Tesla, a fronte di 10,8 miliardi di dollari di reddito, ha pagato solo $ 48 milioni di tasse federali, utilizzando scappatoie legali per ridurre o azzerare l’imponibile fiscale. La sua aliquota fiscale federale effettiva è stata dello 0,4%, mentre quella pagata dal lavoratore medio statunitense è del 13,3%. E ha goduto di immensi contributi federali, donati a Tesla da tutte le amministrazioni federali. Sarà facile per Trump azzerarli.
Musk vorrà fare un nuovo partito di centro? Impresa impossibile nel USA (a causa del sistema elettorale ferocemente uninominale), come hanno dimostrato storicamente varie simili esperienze, di destra e di sinistra.
Continuerà il lavoro di distruzione delle agenzie federali (costituite nel tempo per controbilanciare un po’ l’assolutismo presidenziale) fatto in questi 4 mesi dal DOGE? Per intanto, i “ragazzi di Musk” hanno setacciato e incamerato in un server privato (secondo una fonte anonima, citata dalla rivista Nation of Change), le informazioni degli statunitensi detenute dall’Office of Personnel Management (OPM), che ospita le funzioni delle risorse umane del governo federale, insieme ai sistemi di pagamento del Tesoro degli Stati Uniti. Musk ha dunque a disposizione i dati privati dei lavoratori e dei beneficiari degli assegni federali, e soprattutto le storie mediche degli statunitensi.
Mentre Trump sta valutando la possibilità di rivendere la Tesla che aveva comprato per promuovere l’attività dell’allora suo grande amico, problemi ben più assillanti angustiano il popolo degli USA col massiccio licenziamento già avvenuto, e non concluso, di impiegati pubblici, col setacciamento e l’espulsione dei più recenti immigrati, la distruzione delle norme pro-ambiente, un no-vax al Ministero della Salute, il ridimensionamento di Medicare, delle protezioni della sicurezza sul luogo di lavoro, dei finanziamenti federali agli ospedali locali, il dirottamento dei finanziamenti dalla scuola pubblica a quella privata e l’abolizione del Dipartimento all’Istruzione (affidato ad una persona la cui unica capacità è di esser stata amministratrice di una Federazione di wrestling).
Il libro “La svastica sul sole” (The Man in the High Castle), di Philip K. Dick, prefigurò nel 1962 una conquista degli Stati Uniti da parte di giapponesi e anche dei nazisti, già ben presenti negli anni ’30 negli USA. I quali dividono tra loro il territorio (salvo uno Stato fantoccio razzista nel Sud del Paese) per governarlo direttamente con due dittature. Questa faida tra settori dei miliardari americani, nessuno dei due ovviamente dalla parte dei lavoratori, ci fa riflettere su quale società stia nascendo oggi negli USA, nella Nazione (ancora per poco) più potente del mondo e accentua una guerra interna al Potere dei ricchi. Qualunque sia il vincitore, anche se finisse con una riappacificazione, questa faida è un ulteriore appello alle forze progressiste statunitensi a restare in campo con manifestazioni e cortei contro il governo dei miliardari.
Come le prossime iniziative, diffuse a livello nazionale e denominate “No Kings!” (“Non ci sono re” negli Stati Uniti). che un grande raggruppamento di associazioni ha organizzato per il 14 giugno.
