Secondo l’economista e una specialista di Medio Oriente, presto potremmo assistere a un confronto tra potenze nucleari che porterebbe il mondo verso l’Armageddon.

di Jeffrey D. Sachs e Sybil Fares

ppello dell’economista di Columbia University e di un’analista diplomatica: da quasi 30 anni, Benjamin Netanyahu spinge il Medio Oriente verso la guerra e l’annientamento nucleare. La strategia estremista del primo ministro israeliano mira a impedire la nascita di uno Stato palestinese, destabilizzando intere regioni. E l’attacco israeliano all’Iran minaccia di scatenare un conflitto nucleare globale, coinvolgendo grandi potenze. Secondo i due studiosi, il mondo deve opporsi a questa escalation per evitare il disastro.

Ascolta l’articolo, letto da Giulio Bellotto:

Da quasi 30 anni, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu spinge il Medio Oriente verso la guerra e la distruzione. L’uomo è una polveriera di violenza. In tutte le guerre che ha promosso, Netanyahu ha sempre sognato quella definitiva: sconfiggere e rovesciare il governo iraniano. Il conflitto che ha tanto agognato, appena scatenato, potrebbe portarci tutti alla morte in un Armageddon nucleare – a meno che Netanyahu non venga fermato.

La sua ossessione per la guerra risale ai suoi mentori estremisti: Ze’ev Jabotinsky, Yitzhak Shamir e Menachem Begin. Quella generazione credeva che i sionisti dovessero usare qualsiasi mezzo -guerre, assassinii, terrorismo – per eliminare ogni rivendicazione palestinese a una patria.

I fondatori del movimento politico di Netanyahu, il Likud, chiedevano il controllo esclusivo sionista su tutta l’ex Palestina mandataria britannica. All’inizio del mandato britannico, negli anni Venti, arabi musulmani e cristiani costituivano circa l’87% della popolazione e possedevano dieci volte più terra degli ebrei. Nel 1948, gli arabi superavano ancora gli ebrei due a uno. Eppure, lo statuto fondativo del Likud (1977) dichiarava che «tra il mare e il Giordano ci sarà solo sovranità israeliana». L’attuale famigerato slogan, «dal fiume al mare», bollato come antisemita, è in realtà il grido di battaglia anti-palestinese del Likud.

La sfida per il Likud era perseguire i suoi obiettivi massimalisti nonostante la loro palese illegalità rispetto al diritto internazionale e alla moralità, che chiedono entrambi una soluzione a due Stati.

Ritratto ufficiale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Fonte: Government Press Office of Israel. Wikimedia Commons. Public Domain.
Ritratto ufficiale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Fonte: Government Press Office of Israel. Wikimedia Commons. Public Domain.

Nel 1996, Netanyahu e i suoi consulenti americani elaborarono la «strategia Clean Break». Proponevano che Israele non si ritirasse dai territori palestinesi occupati nel 1967 in cambio della pace regionale. Invece, avrebbe rimodellato il Medio Oriente a suo piacimento. Fondamentalmente, la strategia prevedeva che gli Usa agissero come braccio armato per raggiungere questi obiettivi – combattendo guerre per smantellare i governi contrari al dominio israeliano sulla Palestina. Gli Stati Uniti sono stati chiamati a combattere guerre per conto di Israele.

La strategia Clean Break fu di fatto attuata da Usa e Israele dopo l’11 settembre. Come rivelò il generale Wesley Clark, allora comandante supremo della Nato, subito dopo l’11 settembre gli Usa pianificarono di «attaccare e distruggere i governi di sette Paesi in cinque anni – partendo dall’Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e Iran».

La prima di tali guerre, all’inizio del 2003, fu volta a rovesciare il governo iracheno. I piani per ulteriori guerre furono rimandati poiché gli Stati Uniti rimasero impantanati in Irak. Eppure gli USA sostennero la secessione del Sudan nel 2005, l’invasione israeliana del Libano nel 2006 e l’incursione dell’Etiopia in Somalia nello stesso anno. Nel 2011, l’amministrazione Obama lanciò l’operazione Timber Sycamore contro la Siria e, con il Regno Unito e la Francia, rovesciarono il governo della Libia attraverso una campagna di bombardamenti nel 2011. Oggi quei Paesi sono in rovina e molti sono coinvolti in guerre civili.

Netanyahu fu un sostenitore entusiasta di queste guerre – palesemente o dietro le quinte – insieme ai suoi alleati neocon nel governo Usa: Paul Wolfowitz, Douglas Feith, Victoria Nuland, Hillary Clinton, Joe Biden, Richard Perle, Elliott Abrams e altri.

Nel 2002, testimoniando davanti al Congresso Usa, Netanyahu sostenne la disastrosa guerra in Irak, dichiarando «se eliminate Saddam, il regime di Saddam, vi garantisco che ciò avrà enormi ripercussioni positive nella regione». Poi continuò: «E penso che le persone che vivono proprio accanto, in Iran, i giovani e molti altri, diranno che il tempo di tali regimi, di tali despoti, è finito». Affermò anche, falsamente, al Congresso: «Non c’è alcun dubbio che Saddam stia cercando, stia lavorando, stia avanzando verso lo sviluppo di armi nucleari». garantendo che eliminare Saddam avrebbe avuto «enormi ripercussioni positive sulla regione».

Lo slogan per rifare un «Nuovo Medio Oriente» divenne la giustificazione di queste guerre. Anticipato nel «Clean Break» del 1996, fu reso popolare dal Segretario di Stato Condoleezza Rice nel 2006. Mentre Israele bombardava il Libano, Rice dichiarò: «Quello che stiamo vedendo qui, in un certo senso, sono le doglie di parto di un nuovo Medio Oriente, e qualunque cosa facciamo dobbiamo assicurarci di andare avanti verso il nuovo Medio Oriente, non tornare a quello vecchio.»

Nel settembre 2023, Netanyahu mostrò all’ONU una mappa del «Nuovo Medio Oriente» che cancellava completamente uno Stato palestinese. Nel settembre 2024, presentò due mappe: una parte del Medio Oriente come «benedizione», l’altra – che includeva Libano, Siria, Irak, Iran –  come «maledizione», auspicando cambi di regime.

Veduta aerea del campo profughi Beach, Gaza, fotografata da Abedallah Alhaj il 3 luglio 2024. Licenza CC BY-SA 4.0.
Veduta aerea del campo profughi Beach, Gaza, fotografata da Abedallah Alhaj il 3 luglio 2024. Licenza CC BY-SA 4.0.

La guerra di Israele all’Iran è l’ultimo passo di una strategia decennale. Stiamo assistendo al culmine di decenni di manipolazione sionista sulla politica estera Usa.

Il presupposto dell’attacco di Israele è l’affermazione secondo cui l’Iran è sul punto di acquisire armi nucleari. Tale affermazione è insensata, visto che l’Iran ha ripetutamente chiesto negoziati proprio per eliminare l’opzione nucleare in cambio della fine delle sanzioni statunitensi che durano da decenni.

Dal 1992, Netanyahu ha ripetuto che l’Iran sarebbe diventato una potenza nucleare «nel giro di pochi anni». Nel 1995, funzionari israeliani e i loro sostenitori negli Stati Uniti dichiararono un orizzonte temporale di cinque anni. Nel 2003, il direttore dell’intelligence militare israeliana affermò che l’Iran sarebbe diventato una potenza nucleare «entro l’estate del 2004». Nel 2005, il capo del Mossad disse che l’Iran avrebbe potuto costruire la bomba in meno di tre anni. Nel 2012, Netanyahu dichiarò alle Nazioni Unite che «mancano solo pochi mesi, forse poche settimane, prima che l’Iran ottenga abbastanza uranio arricchito per la prima bomba». E così via.

Questo schema, che da oltre 30 anni si manifesta attraverso scadenze continuamente rinviate, rappresenta una strategia deliberata, non un fallimento di previsione. Le affermazioni sono propaganda; c’è sempre una «minaccia esistenziale». Più importante ancora, c’è la falsa affermazione di Netanyahu secondo cui i negoziati con l’Iran sarebbero inutili.

L’Iran ha ripetutamente dichiarato di non voler ottenere un’arma nucleare e di essere da tempo disposto a negoziare. Nell’ottobre del 2003, la Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha emesso una fatwa che proibisce la produzione e l’uso di armi nucleari – una disposizione poi ufficialmente citata dall’Iran in una riunione dell’Aiea a Vienna nell’agosto del 2005, e più volte richiamata come ostacolo religioso e legale alla realizzazione di armamenti nucleari.

Anche per coloro che sono scettici sulle intenzioni dell’Iran, l’Iran ha costantemente sostenuto un accordo negoziato, accompagnato da una verifica indipendente da parte di organismi internazionali. Al contrario, la lobby sionista si è opposta a qualsiasi tipo di intesa, facendo pressioni sugli Stati Uniti affinché mantenessero le sanzioni e rifiutassero accordi che avrebbero permesso un rigoroso monitoraggio da parte dell’Aiea in cambio della revoca delle sanzioni.

Nel 2016, l’amministrazione Obama, insieme a Regno Unito, Francia, Germania, Cina e Russia, raggiunse con l’Iran il Piano d’azione congiunto globale (Jcpoa) – un accordo storico volto a monitorare rigorosamente il programma nucleare iraniano in cambio dell’alleggerimento delle sanzioni. Tuttavia, sotto la pressione incessante di Netanyahu e della lobby sionista, il presidente Trump si ritirò dall’accordo nel 2018. Come prevedibile, quando l’Iran rispose ampliando l’arricchimento dell’uranio, venne accusato di violare un’intesa che gli stessi Stati Uniti avevano abbandonato. Il doppio standard e la propaganda sono difficili da ignorare.

Le bandiere di Israele e degli Stati Uniti sventolano in un campo israeliano nell'ambito dell'esercitazione Juniper Cobra. Foto Public Domain.
Le bandiere di Israele e degli Stati Uniti sventolano in un campo israeliano nell’ambito dell’esercitazione Juniper Cobra. Foto Public Domain.

L’11 aprile 2021, il Mossad israeliano attaccò le strutture nucleari iraniane di Natanz. A seguito dell’attacco, il 16 aprile l’Iran annunciò che avrebbe ulteriormente aumentato l’arricchimento dell’uranio, come leva negoziale, pur appellandosi ripetutamente a un rinnovo delle trattative per un accordo simile al Jcpoa. L’amministrazione Biden respinse tutte queste proposte di negoziato.

All’inizio del suo secondo mandato, Trump accettò di aprire una nuova trattativa con l’Iran. L’Iran si impegnò a rinunciare alle armi nucleari e a sottoporsi alle ispezioni dell’Aiea, ma si riservò il diritto di arricchire l’uranio per scopi civili. L’amministrazione Trump sembrò accettare questo punto, per poi tornare indietro. Da allora si sono svolti cinque round di negoziati, con entrambe le parti che riportavano progressi a ogni occasione.

Il sesto round era previsto per domenica 15 giugno. Invece, Israele ha lanciato una guerra preventiva contro l’Iran il 12 giugno. Trump ha confermato che gli Stati Uniti erano a conoscenza dell’attacco in anticipo, anche mentre l’amministrazione parlava pubblicamente dei negoziati imminenti.

L’attacco di Israele è avvenuto non solo nel mezzo di negoziati che stavano facendo progressi, ma anche pochi giorni prima di una prevista Conferenza delle Nazioni Unite sulla Palestina che avrebbe potuto far avanzare la causa della soluzione a due Stati. Tale conferenza è stata ora posticipata.

L’attacco di Israele all’Iran ora minaccia di degenerare in una guerra vera e propria, che coinvolgerebbe gli Stati Uniti e l’Europa a fianco di Israele, e la Russia e forse il Pakistan a fianco dell’Iran. Potremmo presto assistere a più potenze nucleari contrapposte, che trascinano il mondo sempre più vicino all’annientamento nucleare. Il Doomsday Clock (l’Orologio dell’Apocalisse, ndr)  segna 89 secondi alla mezzanotte, il più vicino all’Armageddon nucleare dalla sua istituzione nel 1947.

Negli ultimi 30 anni, Netanyahu e i suoi sostenitori statunitensi hanno distrutto o destabilizzato una fascia di Paesi lunga 4.000 km che si estende attraverso il Nord Africa, il Corno d’Africa, il Mediterraneo orientale e l’Asia occidentale. Il loro obiettivo è stato quello di bloccare la creazione di uno Stato palestinese, rovesciando i governi che sostengono la causa palestinese. Il mondo merita di meglio di questo estremismo. Oltre 180 Paesi alle Nazioni Unite hanno chiesto la soluzione a due stati e la stabilità regionale. Ciò ha molto più senso che vedere Israele portare il mondo sull’orlo dell’Armageddon nucleare per perseguire i suoi obiettivi illegali ed estremisti.

Articolo originale pubblicato su: Common Dreams.

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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