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La Francia punta al riarmo militare, ma il prezzo lo pagano i cittadini più fragili. Tagli al welfare, riforma delle pensioni e nuove tasse finanzieranno l’ambizioso progetto difensivo di Macron, mentre povertà e disuguaglianze crescono senza sosta.
Macron arma la Francia a spese dei pensionati
La grandeur francese ha un prezzo salato, e Emmanuel Macron ha deciso chi dovrà pagarlo: i pensionati. Mentre il presidente sbandiera la necessità di trasformare la Francia in una potenza militare d’avanguardia, per contrastare minacce che evocano i fantasmi della Guerra Fredda, l’equilibrio economico del Paese si fa sempre più fragile.
Il governo ha annunciato un ambizioso piano di rafforzamento della difesa: si punta a portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035, quasi il doppio dell’attuale 2,1%. Una corsa agli armamenti che ricorda più una sfida geopolitica simbolica che una reale esigenza di sicurezza, soprattutto considerando che la Russia non ha alcun interessa ad uno scontro reale con l’Europa: un continente vecchio, senza materie prime, legato in una morsa soffocante dall’alleanza con Washington..
Nonostante ciò, Parigi rilancia. Il ministro dell’Economia Eric Lombard ha illustrato una strategia che punta a mobilitare anche i risparmi privati. I cittadini saranno invitati a sottoscrivere obbligazioni “patriottiche”, presentate come investimenti sicuri nel futuro della nazione. Un piano che potrebbe allettare i piccoli risparmiatori, ma che nasconde i limiti strutturali del progetto: mancano almeno cinque miliardi di euro in capitali freschi per sostenere la produzione industriale militare.
La Francia vanta una delle industrie belliche più potenti al mondo, con colossi come Dassault, Safran e Thales, e oltre 4.500 piccole e medie imprese attive nel settore. La “Grande Armée” del XXI secolo non marcia verso Mosca, ma ha bisogno di risorse per continuare a vendere armi in Medio Oriente, Africa e Asia. Perché l’esercito francese è anche una vetrina: ciò che si testa in uniforme, si rivende nel mercato globale.
Ma ogni fucile ha il suo prezzo. E il governo ha già cominciato a individuare i bersagli. Il bilancio del 2026, ancora in fase di preparazione, prevede tagli dolorosi e aumenti fiscali mirati. A finire nel mirino, per primi, i pensionati. La Presidente dell’Assemblea nazionale, Yaël Braun-Pivet, ha lasciato intendere che verranno ritoccate al rialzo le aliquote del contributo sociale (CSG) sulle pensioni, e potrebbe essere abolita la detrazione fiscale del 10% sugli assegni previdenziali. Misure che colpiscono milioni di cittadini, già alle prese con l’aumento del costo della vita.
Contemporaneamente, prende forma anche una drastica riforma del sistema sanitario, con probabili riduzioni dei servizi e delle prestazioni coperte dallo Stato. Una vera e propria torsione neoliberale, giustificata dal governo come “necessaria” per finanziare la difesa nazionale e rispettare i nuovi impegni atlantici.
Intanto, l’Istituto nazionale di statistica (INSEE) ha lanciato l’allarme: nel 2023 il tasso di povertà è salito al 15,4%, il livello più alto degli ultimi trent’anni. Oltre 9,8 milioni di persone vivono sotto la soglia minima.
In questo contesto, la contestata riforma delle pensioni, già oggetto di scioperi e proteste, rischia di diventare il detonatore di una crisi sociale profonda.
La “Grande Armée” di Macron, dunque, marcia a ranghi serrati verso un futuro militarizzato. Ma il campo di battaglia, stavolta, è interno: e i primi a cadere saranno i più deboli
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