L’UE lancia il piano SAFE: 127 miliardi in prestiti per armarsi, aggirando vincoli di bilancio. Diciotto Paesi aderiscono, con motivazioni diverse e industrie militari in competizione. Un riarmo a debito, senza una vera strategia comune né controllo democratico.
Riarmo europeo: debito comune, interessi divisi
Nel silenzio mediatico e nella quasi totale assenza di dibattito pubblico, l’Unione Europea ha compiuto un passo strategico di portata storica: l’adesione di 18 Stati membri al programma SAFE (Security Action for Europe), un’iniziativa di Bruxelles finalizzata a finanziare il riarmo e la modernizzazione militare con prestiti agevolati fino a 127 miliardi di euro. Il tutto sotto il cappello di “Readiness 2030” e della crescente preoccupazione per la sicurezza continentale.
In nome della difesa, l’UE riscopre così la logica del debito pubblico condiviso, superando – almeno temporaneamente – i rigidi vincoli fiscali che normalmente ostacolano qualsiasi ipotesi di spesa sociale o ambientale. Ma questa volta, a giustificare l’indebitamento comune non è la coesione economica o l’inclusione sociale, bensì la necessità di armarsi.
A sottoscrivere l’accordo ci sono Paesi molto diversi tra loro, dalle nazioni più esposte al confine orientale come Polonia, Estonia e Romania, agli Stati mediterranei con economie fragili come Italia, Grecia e Portogallo.
Tuttavia, le motivazioni che li spingono verso il riarmo sono tutt’altro che omogenee: alcuni, come la Polonia, lo considerano una priorità geopolitica; altri, come la Francia o l’Italia, intravedono in questi fondi un modo per aggirare i vincoli di bilancio; altri ancora, come la Spagna, puntano a contenere i costi dell’aumento della spesa militare.
Grandi assenti: Germania, che ha già avviato un proprio maxi-riarmo da 100 miliardi, e Paesi come l’Olanda, storicamente restii a politiche fondate sul debito comune. In compenso, SAFE guarda anche fuori dai confini UE: la Norvegia è già della partita, mentre si ipotizzano adesioni future da parte di Canada e Regno Unito. Scontata, in questo quadro, la partecipazione dell’Ucraina, epicentro di una guerra che ha radicalmente ridefinito le priorità strategiche europee.
Secondo l’Istituto francese IRIS, i fondi erogati da Bruxelles dovranno finanziare in prevalenza armamenti “europei”, con almeno il 65% delle componenti prodotte all’interno dell’UE e un controllo comunitario sulla proprietà intellettuale delle tecnologie complesse. Un passo in avanti verso una parziale autonomia strategica, ma anche l’ennesima occasione di scontro tra i diversi interessi industriali.
Infatti, l’industria della difesa europea è tuttora frammentata e dominata da logiche nazionali. Gli acquisti congiunti, previsti teoricamente come strumento di razionalizzazione e risparmio, rischiano di diventare l’ennesima arena di competizione per accaparrarsi commesse e ritorni economici.
Non mancano i dubbi: chi controllerà la futura Commissione per gli armamenti? A quali Paesi andranno i contratti più remunerativi? Come si eviteranno squilibri tra Stati fortemente industrializzati e quelli senza un’industria bellica significativa?
In ultima analisi, SAFE segna l’inizio di una nuova stagione in cui l’Europa si arma a credito, ma senza ancora una visione strategica condivisa. Il rischio è duplice: generare nuovo debito senza garantire né sicurezza né coesione, e alimentare un sistema che favorisce gli interessi di pochi, travestiti da progetto comune
