Il Canale di Panama diventa terreno di scontro tra Stati Uniti e Cina. Controllo dei porti, investimenti e pressioni diplomatiche minacciano la neutralità storica, mentre la popolazione manifesta e il presidente Mulino tenta di bilanciare interessi geopolitici e locali.
La nuova tensione attorno al Canale di Panama
Negli ultimi mesi, la solita calma di Panama sembra ormai un ricordo lontano. Manifestazioni, scioperi e proteste popolari hanno trasformato la vita quotidiana in una continua emergenza. Il motivo?
Il controllo del Canale, un’arteria strategica che permette di collegare l’Atlantico al Pacifico senza circumnavigare l’America Meridionale e affrontare la turbolenta rotta di Capo Horn, è diventato terreno di scontro geopolitico globale.
Washington contro Pechino
Mentre l’Europa rimane concentrata sul conflitto in Ucraina, dall’altro lato del mondo si gioca una partita altrettanto rilevante. Donald Trump ha espresso la volontà di riportare sotto influenza americana la gestione del Canale, preoccupato dall’espansione cinese nella regione.
Gli investimenti cinesi a Panama non prevedono presenze militari, ma un crescente dinamismo commerciale che, secondo Trump, rischierebbe di estendersi all’intera America Latina. Le tensioni tra ambasciatori a livello ONU hanno reso evidente quanto il controllo della via d’acqua sia al centro di interessi divergenti e strategici.
Balboa e Cristobal: porti in mano cinese
I porti di Balboa e Cristobal sono passati sotto il controllo della Panama Ports Company, sussidiaria della CK Hutchinson di Hong Kong. La situazione si complica ulteriormente per via di un contratto del 2021, che permetterebbe l’uso di subappaltatori con agevolazioni fiscali, e per la necessità della Hutchinson di cedere il proprio portafoglio globale di porti, valutato quasi 23 miliardi di dollari. La resistenza cinese a questa vendita ha alimentato ulteriormente l’irritazione di Trump, pronto a valutare azioni drastiche pur di riaffermare il controllo statunitense.
Il diritto internazionale viene spesso invocato come giustificazione formale, ma secondo molti osservatori si tratta di un pretesto per legittimare pressioni economiche e diplomatiche. Gli attacchi verbali della Casa Bianca nei confronti del presidente panamense Josè Raul Mulino hanno generato malcontento tra i cittadini, percependo le pressioni americane come una minaccia velata di intervento diretto.
L’audit sui porti, segnalato da Stratfor, potrebbe portare a revoche di concessioni e complicare l’acquisizione globale dei porti da parte di Blackrock, evidenziando la vulnerabilità delle aziende cinesi davanti alla pressione statunitense.
Storia e neutralità del Canale
Dal punto di vista storico, gli Stati Uniti hanno ottenuto nel 1903 una striscia di terra larga 16 chilometri per realizzare il Canale, inaugurato nel 1914. La gestione passò gradualmente a Panama con i Trattati Torrijos-Carter, completata nel 1999. Il trattato sulla neutralità permanente obbliga Panama a garantire il transito pacifico e senza discriminazioni per tutte le nazioni, ma le caratteristiche tecniche del Canale, con chiuse e differenze di livello, creano inevitabili ritardi. Per ridurre le attese, alcune compagnie pagano tariffe aggiuntive, creando di fatto un sistema di sovrapprezzi per accelerare il passaggio delle navi.
Torrijos-Carter e il rischio di forzature
Secondo alcuni esperti, un’interpretazione estremamente estesa dei Trattati Torrijos-Carter potrebbe dare a Washington un alibi per interventi diretti, sostenendo la necessità di mantenere il Canale “aperto, neutrale e sicuro”.
Per ora, il presidente Mulino deve bilanciare gli interessi delle aziende cinesi e le pressioni statunitensi, sperando di evitare che la popolazione locale si rivolti contro il governo. In questo scenario, il Canale di Panama non è solo un’infrastruttura economica, ma un simbolo delle tensioni geopolitiche tra le potenze mondiali
