La Siria post-Assad è un caos di massacri, persecuzioni e conflitti regionali. Le promesse occidentali di democrazia si sono tradotte in violenza e paura. Un nuovo fallimento strategico che conferma l’illusione delle ricette di esportazione democratica.
La “Nuova Siria” e le illusioni occidentali
La parabola siriana è l’ennesima dimostrazione del fallimento delle strategie occidentali di esportazione della democrazia. Dopo Afghanistan, Iraq e Libia, anche in Siria si è ripetuto lo stesso copione: sostegno a rivolte legittime nella fase iniziale, immediatamente infiltrate da forze jihadiste finanziate dalle petromonarchie e tollerate, se non incoraggiate, da Stati Uniti ed Europa.
I documenti emersi dalla corrispondenza ufficiale di Hillary Clinton e le testimonianze dirette raccolte nel Paese mostrano come le proteste di piazza siano state presto fagocitate da gruppi radicali, arruolati e pagati con fondi esteri. Non mancavano segnali rivelatori: nei cortei si inserivano miliziani armati con il compito di sorvegliare e indirizzare i manifestanti, trasformando una ribellione civile in uno strumento di destabilizzazione.
Il governo di Bashar al-Assad, con la sua violenza, rappresentava indubbiamente un “tappo” a una società già fragile e frammentata: arabi, alawiti, curdi, cristiani, sunniti e sciiti convivevano in un equilibrio instabile. Rimuovere quel tappo significava rischiare un’esplosione, e così è stato.
Il caos del dopo-Assad: massacri, divisioni e paure
Nove mesi dopo la cacciata di Assad, la “nuova Siria” è sprofondata in un baratro di violenze e divisioni. Le milizie jihadiste di Hayat Tahrir al-Sham, già legate ad al-Qaeda, hanno compiuto massacri contro gli alawiti nelle regioni di Tartus e Latakia, con oltre 1.400 vittime civili. Case espropriate o marchiate con la vernice, incendi nei boschi per cancellare la presenza della minoranza: pratiche che ricordano le persecuzioni naziste contro gli ebrei negli anni Trenta.
Il sud non è meno instabile. Gli scontri tra beduini sunniti e drusi sono degenerati in un conflitto che ha visto persino l’intervento israeliano a fianco dei drusi. Questo ha prodotto un ulteriore ampliamento dell’occupazione israeliana in Siria, aggravando la tensione regionale e incrociandosi con i rapporti sempre più conflittuali tra Israele e Turchia.
A nord-est, i curdi tentano di costruire una forma di autonomia, ma Ankara – storica nemica e sponsor delle milizie jihadiste – li minaccia apertamente. Il Governo provvisorio siriano, intanto, ha interrotto i colloqui internazionali dopo che i movimenti curdi hanno avanzato la proposta di una Costituzione federale.
In questo scenario di fuoco incrociato, i cristiani sono tra i più colpiti. Dopo l’attentato alla chiesa di Mar Elias a Damasco, con 25 morti, le comunità hanno iniziato a blindare luoghi di culto e istituzioni con grate e guardiani, segno di una paura mai conosciuta prima.
L’Occidente e il prezzo delle sue illusioni
Le “primavere arabe” e le promesse occidentali avrebbero dovuto aprire un futuro di libertà. La realtà è invece un susseguirsi di fallimenti e tragedie: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, fino a Gaza. Ogni volta, la retorica della democrazia è stata usata come copertura per interventi che hanno generato solo caos, alimentando conflitti settari e rafforzando i gruppi più radicali.
Un sondaggio dell’Ispi lo conferma: quasi nessuna comunità siriana crede nel nuovo corso, tranne i sunniti, che in questa fase vedono consolidate alcune posizioni di vantaggio. Le altre minoranze, dagli alawiti ai cristiani, vivono nel terrore.
Gli Stati Uniti e l’Europa, che hanno spinto per la caduta di Assad, oggi distolgono lo sguardo. Ma la realtà è innegabile: la Siria è diventata terreno di scontro globale, con Turchia, Israele, Russia e potenze del Golfo impegnate a ritagliarsi porzioni di influenza.
La conclusione è amara: non solo le “ricette occidentali” non hanno funzionato, ma hanno prodotto un mondo più instabile, in cui nuove alleanze tra potenze alternative – come quelle tra India, Russia e Cina – trovano spazio proprio grazie agli errori strategici dell’Occidente. La “nuova Siria” non è un esperimento democratico, ma l’ennesimo scenario di guerra permanente.
