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Quante e quali sono le contraddizioni che si inseriscono nel rapporto tra la nuova destra di governo meloniana e il vecchio centro politico composto di mille sfaccettature e sfumate coloriture ideologiche e programmatiche? La domanda è tutt’altro che oziosa, perché, soprattutto nella sua mutazione più istituzionalista, Fratelli d’Italia e la sua leader si sono sempre più posti come quella formazione capace di avere le radici nel passato neo-postfascista e uno sguardo molto più pragmatico, pratico e compromissorio riguardo le compatibilità tanto di sistema quanto propriamente di governo.
In una parola: Giorgia Meloni è rimasta l’indiscussa capa tanto del suo partito quanto della coalizione che la sostiene, ma il suo ruolo istituzionale le ha imposto una apertura sempre più vistosa di dialogo con quel centro caro a Forza Italia, certamente meno alla Lega di Salvini, ma che è necessario impostare se si vuole durare a Palazzo Chigi. Ed i fatti, ahinoi, le danno ragione: l’empatia con Comunione e Liberazione era quasi da dare per scontata, visto che il movimento supercattolico nasce e cresce come luogo di ritrovo dei cattolici più conservatori, destroidi e meno bergogliani possibili (se si può ancora usare ed osare un paragone con le svolte popolari di papa Francesco).
Meno scontato era invece il rapporto con la CISL: non che questa sigla sindacale si sia mai particolarmente distinta per essere la sede di un cattolicesimo sociale da traspondere sul piano dei diritti del mondo del lavoro e, di riflesso, su quello politico e civile. Meloni intuisce già ben prima di andare al governo che, se vuole fare il salto di qualità effettiva, da partito piccolo di opposizione a forza egemone nel Paese e in Parlamento, deve pensarsi come federatrice di culture e di interessi: questo le impone non l’abbandono del retaggio neo-postfascista cui è e rimane affezionata insieme ai suoi più alti e bassi collaboratori, ma una revisione delle priorità.
C’è chi, dalle pagine del “Corriere della Sera“, come Antonio Polito ha fatto riferimento a Fratelli d’Italia come ad un partito neoconservatore non più tanto di destra, anche se nazionalista e piccatamente sovranista, bensì di centro e di un centro democristiano, come non se ne vedeva da tempo, capace di ricalcare un po’ le orme di Alleanza Nazionale che aveva incluso in sé ovviamente gli esponenti del vecchio Movimento Sociale Italiano quanto rimasugli della Balena Bianca dispersi nella diaspora post-tangentopolizia. Quella di Polito non è una affermazione azzardata. Nella un po’ propagandistica retorica di opposizione, si rischia di annegare nella concettualizzazione della destra fine a sé stessa.
Ma Meloni tutto è tranne che una politica che guarda al suo mero, esclusivo interesse personale. Il suo orizzonte è tutt’altro che berlusconiano in questo senso. Non si atteggia a leader, ma pretende di esserlo e rischia di riuscirci se le alternative progressiste tarderanno ancora a formalizzare e sostanziare una alleanza rinnovata capace di essere una proposta concreta, percepita come tale dalla stragrande maggioranza del popolo della sinistra tanto moderata quanto radicalmente più anticapitalista e antiliberista. I più vicini sostenitori della Presidente del Consiglio giurano e stragiurano che no, né Fratelli d’Italia né la premier si sono convertiti ad un centrodestrismo spostato sempre più al centro.
Giorgia era e rimane una donna di destra, cristiana, madre, tutto quello che si vuole. Ma apertamente di destra. Sarà sicuramente così. Ma anche in questo caso, per quanto si potesse pensare che sotto il suo governo la galassia di sigle neofasciste avesse migliore vita rispetto ai precedenti esecutivi, le cose sono andate diversamente. Piantedosi ordina lo sgombero del Leoncavallo e poi, per sembrare equidistante dal rosso e dal nero, afferma che la medesima sorte toccherà a CasaPound. Lo segue a giro di ruota il generale Vannacci che, infatti, proprio per le dichiarazioni sul possibile sfratto dell’organizzazione neofascista dal palazzo di via Napoleone III in Roma, è stato preso di mira sui classici striscioni appesi qua e là per le vie delle città con scritto in bella vista: “Vannacci taci!“.
Quindi, oggi, quelle qualche decine di migliaia di voti rappresentati dal partito ritornato movimento e pur sempre il maggiore tra gli altri gruppi della estremissima destra “remigrazionista“, fascistissimamente moderna e proiettata nel millennio che immaginano come apertura verso un’epoca di rinnovato attaccamento ipernazionalista alla Patria come feticcio onanistico continuo, non sono più un valore aggiunto per Meloni e per la sua maggioranza. Sono divenuti quasi un ingombro, visto che, pur non potendo contendere i consensi al partito di maggioranza relativa, non portano altro se non problemi che emergono da contraddizioni plateali, irrisolte e, per certi versi, davvero irrisolvibili se non con lo scioglimento di tutte le organizzazioni politiche che si rifanno – come recita la Costituzione – al fascismo.
Ma fino a questo punto Meloni non arriverà: le conviene tenere buoni i camerati, così da non scatenare baruffe interpolitiche e interpartitiche, anche e soprattutto nella maggioranza dell’esecutivo. La Lega del duo Salvini-Vannacci è pur sempre il partito più retrivo da questo punto di osservazione che guarda ad un neonazionalismo, per così dire – di avanguardia, simil-futuristico ma nettamente inferiore per portata culturale e per dinamica mentale al movimento letterario e artistico del primo Novecento. Si pone, dunque, quindi la questione dello spostamento al centro di una coalizione di governo che proprio in Fratelli d’Italia ha il suo fulcro d’equilibrio: da un lato Tajani e i moderati di centrodestra e dall’altro Salvini e gli estremisti di destra.
In mezzo ci sono loro: La Russa, Crosetto, Urso, Donzelli, Santanché, Cirielli, Ciriani, Foti, Tremonti. Provenienze molto diverse nel recente passato berlusconiano: MSI, AN, Forza Italia, La Destra di Storace, Forza Italia, Lega Nord, eccetera, eccetera. Ed intorno a loro il mondo cattolico intransigente, che rivede in papa Leone XIV un possibile interlocutore, dopo la parentesi del “progressista” Bergoglio, il cislismo di nuova stagione e l’asse con l’imprenditoria del Nord da un lato e le sponde più agricole del Mezzogiorno dove, non a caso, si innestano i progetti colonizzatori delle grandi opere: il ponte sullo stretto di Messina ne è l’emblema davvero inquietante.
Se si fa un confronto con il ruolo avuto da Forza Italia dal 1994 in poi, fino alle soglie della parabola discendente che portò all’invenzione di nuovi leader, risulta piuttosto oggettivo il fatto che quel posto lo ha oggi preso Fratelli d’Italia e non solo per una questione concernente le percentuali numeriche e i voti in termini assoluti (oltre sette milioni di voti alle politiche del 2022): il discorso fatto a Rimini da Giorgia Meloni può dirsi, in questo caso, proprio un manifesto conservatore che non distingue tanto tra centro e destra, che mette insieme i due termini della geopolitica di un’Italia che si pensa ormai oltre le vecchie categorie ideologiche e che, quindi è pronta ad una riqualificazione e rimodulazione socio-culturale del rapporto tra istituzioni, partiti e popolazione.
Si può tentare di significare questa indubbia trasversalità, interna comunque al campo neoliberal-liberista e neoconservatore, come un dato propriamente antropologico che si inserisce in un contesto molto più ampio dove la destra mondiale muta pelle ma, nella sostanza, rimane puntigliosamente autoritaria e prevaricatrice, ottundente nei confronti di alcuni sui punti cardine del passato, ma capace di reinventarsi e rinverginirsi con operazioni di maquillage che mostrano sorrisi a trentadue denti anche laddove le cose non vanno proprio come avrebbero voluto Meloni e corifei della partita neonazionalista e sovranisti dell’ormai quasi ultim’ora.
La concezione governocentrica di questo centrodestra rimodulato sul fronte del pragmatismo della realpolitik imposta da Giorgia Meloni, si staglia completamente contro le fondamenta egualitarie della Costituzione repubblicana. Non è un alibi per minimizzare quanto accade in Italia, ma è ormai sotto gli occhi di tutti come il ruolo dei parlamenti sia profondamente ridimensionato, come se subissero una sorta di miniaturizzazione di fronte al gigantismo dei poteri esecutivi che rappresentano in prima istanza le immarcescibili figure dei presidenti e dei primi ministri. L’onda mondiale di destra si nutre di tutto ciò: fa del populismo la sua leva fondamentale su cui articolare il malessere delle masse.
L’abilità di Giorgia Meloni (e questa, se non si fosse capito, è una agiografia al contrario, tutt’altro che un panegirico della Presidente del Consiglio…) sta per l’appunto nell’avere trovato, al momento, un punto di caduta tra esigenze di copione nei confronti del suo popolo e, più in generale, del popolo italiano propriamente inteso, e le istanze di compatibilità euro-internazionali. Diventa così azionista della maggioranza vonderleyana ma tenendo sempre un passo indietro, per non sganciarsi dai più inveterati avversari dell’unionismo a tutti i costi (leggasi: Orbàn) e si accredita sul tavolo della politica globale come una leader di destra che sa dialogare anche con i moderati di centro e persino con qualcuno ritenuto (molto impropriamente) progressista (basti pensare a Macron…).
Irriverentemente talentuosa, è la domina incontrastata di una nuova destra che non può non guardare al centro se intende governare a lungo. Ci riuscirà, facendo ancora enormi danni al Paese, allo stato-sociale e alle garanzie minime oltre che ai diritti per tutte e tutti, se il fronte progressista non troverà una quadra su tre punti essenziali: un programma condiviso fatto di punti dirimenti, senza troppi giri di parole, per il lavoro, la salute, la scuola, la casa e l’ambiente; una piattaforma valoriale che sia in netta discontinuità con liberismo degli ultimi decenni; una/un leader capace di federare e rappresentare il volto altro rispetto a Meloni. Senza queste premesse, senza una vera alternativa di sinistra alla destra-centro attuale, rischiamo di avere a Palazzo Chigi (e non solo) questi autoritaristi ancora a lungo…
MARCO SFERINI
