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Charlie Kirk, nel bene o nel male, era popolare. Lo era tra i giovani statunitensi, e questa è già una notizia. Perché ci raccontano spesso – tra una serie Netflix e un reel su TikTok – che tutti i giovani siano progressisti, queer-friendly, super inclusivi e ossessionati dall’ultima bandierina identitaria da sventolare. Ma non è così. Esiste, eccome se esiste, una gioventù statunitense di destra, spesso figlia di famiglie repubblicane, altre volte semplicemente delusa da una certa sinistra liberal, ipocrita, elitaria, autoreferenziale.
Kirk parlava a loro. A quel mondo lì. A chi non si riconosceva nel mainstream woke-atlantista, a chi non voleva essere educato a suon di like e indignazioni prefabbricate. E lo faceva con un linguaggio giovane, diretto, provocatorio. Condivisibile? Non sempre. Anzi, quasi mai, per chi come me si sente distante anni luce dalle sue idee. Ma ignorarlo o ridicolizzarlo non ha mai funzionato: Charlie Kirk non era un boomer invecchiato male, era un conservatore giovane, rampante, virale. Ed è per questo che faceva così paura.
Il vero schifo, diciamolo, non è la morte di Charlie Kirk. Quello è il fatto tragico, il punto di partenza. Il vero schifo è ciò che è venuto dopo. La cloaca social che si è aperta sotto il nome dell’“antifascismo militante”. I meme, le risatine, i “eh ma se l’è cercata”, i “dai, in fondo era solo un fascistello MAGA”.
Ecco, fermiamoci un attimo: chi è il fascista, e chi l’antifascista?
Perché se il risultato dell’antifascismo oggi è applaudire, giustificare o minimizzare un omicidio, allora forse è il caso di rivedere i ruoli. Di rispolverare il significato delle parole. Perché l’antifascismo, quello vero, è una cosa seria. È De Gasperi che si oppone al totalitarismo clerico-fascista. È Berlinguer che lo guarda in faccia e dice “mai più”. È un antifascismo costituzionale, radicato nella democrazia, nella legge, nella cultura.
Quello che vediamo oggi, invece, è una parodia tossica. È un antifascismo da tastiera, da bandiera arcobaleno e slogan preconfezionati, che si autoassolve mentre invoca la morte del nemico ideologico. Una maschera per non ammettere che, spesso, i più autoritari sono proprio quelli che si dichiarano i difensori della libertà.
Non so se mi spiego: se la tua reazione alla morte di qualcuno è un sorriso compiaciuto perché “tanto era di destra”, il problema non è Kirk.
Il problema sei tu.
Eppure, a ben guardare, Charlie Kirk faceva quello che oggi non fa più quasi nessuno: parlava con chi non la pensava come lui. Lo faceva col suo stile da conservatore made in USA, certo. A volte saccente, spesso sfidante, volutamente provocatorio. Ma lo faceva.
Il format che portava in giro – “Dimostrami che sbaglio” – era un’arena pubblica, aperta. Si metteva lì, microfono in mano, davanti a un’università o a una piazza, e lasciava che chiunque, letteralmente chiunque, salisse a dirgli in faccia che era un imbecille, un reazionario, un omofobo, un sessista, un fascista.
E lo faceva col sorriso sulle labbra. Perché ci credeva davvero, in quella roba lì: nel dibattito.
Sì, certo, era un gioco anche mediatico, e sì, sapeva di essere più retoricamente preparato della media degli studenti che gli si mettevano davanti. Ma il punto è che si esponeva. Metteva le sue idee a rischio, a confronto, sotto i riflettori, e spesso le difendeva con argomentazioni solide, numeri, riferimenti, senza mai (o quasi) alzare la voce.
E quando si trovava davanti il classico esemplare di estremismo woke – quello che pretende di identificarsi come pangolino intersessuale bipolare e ti accusa di violenza verbale se non lo chiami “pangopin” – Kirk non si nascondeva. Rispondeva, rideva, argomentava.
E faceva crollare l’assurdità di certe posizioni semplicemente lasciandole parlare da sole.
Quello non è fascismo. Quello è, incredibilmente, democrazia.
E allora qui la domanda si fa scomoda:
perché chi si professa democratico oggi fugge da ogni confronto reale?
Perché chi si riempie la bocca di inclusione e rispetto, poi bolla come “violenza” ogni opinione diversa dalla sua?
E perché uno come Kirk, che avrebbe potuto benissimo rinchiudersi nella sua bolla di followers reazionari, ha invece continuato a mettersi in gioco, facendosi insultare, deridere, talvolta anche minacciare, pur di portare le sue idee nel mondo reale?
Io, da uomo di sinistra, non condivido quasi nulla di quello che diceva. Ma riconosco il valore di quello che faceva.
E ammetto – senza vergogna – che mi sono anche divertito a vederlo zittire certi estremisti woke convinti di poter insegnare la biologia ai biologi e la grammatica agli analfabeti.
Era un uomo di destra, sì. Ma un uomo che credeva nella parola.
E la parola, se ci tieni davvero alla democrazia, la difendi sempre. Anche quando la pronuncia qualcuno che ti fa venire l’orticaria.
Charlie Kirk è stato ucciso.
Aveva 31 anni. Aveva una moglie. Aveva due figli.
È stato colpito da un cecchino 22enne mentre parlava davanti a studenti universitari, proprio mentre affrontava uno dei temi più controversi della politica statunitense: il Secondo Emendamento, il diritto a possedere armi. Un’ironia feroce, se vogliamo, che non fa nemmeno ridere: muori parlando della legittimità di avere un’arma in tasca, colpito da chi ha deciso di usarla contro di te per zittirti.
Il killer, Tyler Robinson, è un ragazzo di 22 anni dello Utah. Un radicalizzato, a modo suo. Un estremista.
Né MAGA, né QAnon. Stavolta, pare, era uno dei “buoni”.
Quelli che combattono il fascismo, che si dichiarano antifascisti militanti, che gridano “Bella Ciao” ai concerti e nei cortei, convinti che questo li renda automaticamente migliori. Moralmente superiori.
E infatti, su uno dei proiettili che hanno ucciso Kirk, c’era incisa la scritta:
“Hey fascist!”
Su un altro:
“Bella Ciao.”
E qui, scusatemi, ma la nausea arriva tutta insieme.
Non solo per l’omicidio in sé – che dovrebbe bastare – ma per quello che dice di noi.
Perché non importa più chi uccide chi. Conta perché lo fa.
E se l’intento è “nobile”, se il bersaglio è “un fascista”, allora c’è chi – silenziosamente, goffamente, vigliaccamente – annuisce.
Come se l’omicidio politico fosse ammissibile, purché il morto sia dalla parte sbagliata.
Ma chi ha deciso che Charlie Kirk fosse “il fascista”?
Magari quel proiettile diceva più del suo autore che della sua vittima.
“Hey fascist”? Ma sei sicuro che stavi parlando con lui… o con te stesso?
E “Bella Ciao”? No, ragazzi. Quella canzone non ve la potete portare dietro così. Non la potete far risuonare su una pallottola sparata in faccia a un uomo.
Perché Bella Ciao è la canzone di chi ha resistito contro la morte, non di chi la semina.
È la canzone di chi è stato torturato, deportato, fucilato.
Non può diventare l’inno del giustiziere. Non può essere incisa su un’arma da fuoco per nobilitare un omicidio.
Chi ha sparato a Charlie Kirk si è dichiarato “antifascista”.
Bene.
Allora tocca chiedere:
ma chi è il fascista, oggi?
Chi ha il coraggio di dire ciò che pensa davanti a tutti o chi lo uccide?
Chi organizza un dibattito o chi prende un fucile?
Chi argomenta o chi preme il grilletto?
Chiunque tu sia, se ti ritrovi a giustificare un omicidio per motivi politici, ideologici, morali: non sei diverso da chi difendeva i plotoni d’esecuzione in nome della patria.
Se per te “uccidere un fascista non è reato”,
allora abbiamo davvero perso il filo di tutto.
Poco dopo la notizia della morte di Kirk, un noto youtuber progressista è scoppiato in lacrime. Era in diretta. Non si aspettava nemmeno lui quella reazione.
E in fondo, cosa aveva fatto? Aveva pianto per un uomo che conosceva, pur essendo il suo opposto politico.
Ecco, sembrava una cosa normale. Umana.
Finché non sono arrivati i suoi stessi fan, con accuse surreali:
“Ma come ti permetti di piangere per quello? Ma era un fascista!”
“Non si piange per chi avrebbe tolto i diritti alle minoranze!”
Lui ha provato a spiegare:
“È morto un uomo. Aveva 31 anni. Aveva dei figli. Era un mio conoscente. Non piango per le sue idee. Piango per la sua morte.”
Ma niente. Processato.
Ecco a cosa siamo arrivati: a dover giustificare la compassione. A dover dare spiegazioni per un pianto.
Come se anche il dolore dovesse avere un orientamento politico, un’etichetta ideologica, un certificato di coerenza con il partito.
E questa, mi dispiace dirlo, è una degenerazione grottesca.
Non della destra. Ma di una sinistra che non è più sinistra, se non per il nome e i feticci.
Una sinistra che ormai ha più a cuore l’inclusività delle virgole che la dignità dei lavoratori.
Che si perde dietro le Unità con l’asterisco, e si dimentica che quella parola stava sui volantini dei partigiani e nelle fabbriche occupate.
Una sinistra che balla sul carro del Pride mentre i treni regionali sono fermi e la sanità muore dissanguata.
Che fa i reel con Annalisa e si commuove per la rappresentazione, ma non si indigna più per l’ingiustizia sociale vera.
Una sinistra che oggi guarda con sospetto chi piange un uomo, ma applaude chi sputa su un cadavere, purché ideologicamente impuro.
E allora sì, possiamo dirlo:
forse non è la destra il problema, o almeno non solo.
Il vero guasto è questa parodia sinistrorsa del progresso, che si nutre di indignazione prêt-à-porter, e che trasforma tutto – anche un omicidio – in una battaglia di meme, like e identità da esibire.
Charlie Kirk era divisivo, scomodo, forse indigesto.
Ma è morto per aver detto ciò che pensava.
E piangere per questo non è una debolezza. È una forma di civiltà.
Negarlo, invece, è il segno di un’epoca che ha confuso la libertà con il tifo, la giustizia con la vendetta, la politica con lo spettacolo.
E a forza di dare del fascista a chiunque non la pensi come noi,
rischiamo di dimenticarci com’è fatto davvero un fascista.
E quando arriveranno quelli veri,
non ci crederà più nessuno
