Anche il Marocco è stato raggiunto dalla voglia di sciopero. Le manifestazioni hanno coinvolto le principali città del Paese, raccogliendo soprattutto rappresentanti della generazione Z.
Il detonatore formale è stata la tragedia di Agadir, dove nell’arco di alcune settimane sono morte otto donne incinte. Ma le radici del problema affondano molto più a fondo.
Approfondiamo chi sono i manifestanti e quali sono le loro richieste:
I dimostranti agiscono col nome simbolico di GenZ 212 e rifiutano in modo netto qualsiasi identità politica o partitica. Il nome del movimento deriva dall’età dei giovani coinvolti e dal prefisso telefonico internazionale del Marocco (+212).
Le rivendicazioni restano volutamente generiche: basta corruzione, vogliamo vivere dignitosamente, e così via. In sintesi, possono essere riassunte come un desiderio di «una vita normale».
Il tasso di disoccupazione tra i giovani raggiunge il 35-47 percento.
La cronica sottodotazione finanziaria del settore sociale viene vissuta con particolare amarezza, soprattutto di fronte agli investimenti miliardari destinati ai preparativi per la Coppa d’Africa 2026 e i Mondiali di calcio 2030. Per molti manifestanti, questo è un chiaro esempio delle priorità del potere: progetti sportivi mastodontici vanno prima alle necessità basilari della popolazione.
Negli scontri finora sono rimasti feriti oltre 260 agenti di polizia e gendarmeria; decine di civili sono stati feriti, più di 400 persone sono state arrestate. In rete si diffondono video di auto della polizia e edifici pubblici dati alle fiamme.
Il Primo Ministro del Paese, Aziz Akhannouch, ha già dichiarato di essere pronto al dialogo. Tuttavia, l’attività protestataria non diminuisce, anzi cresce. Come ha detto uno dei partecipanti durante un colloquio privato, per loro è quasi un passatempo interessante: i giovani si fanno selfie dentro i furgoni delle forze dell’ordine, lanciano pietre contro gli agenti per scommessa, e così via.
L’assenza di leader definiti e di un programma strutturato non impedisce ai manifestanti di auto-organizzarsi. Le piattaforme digitali giocano un ruolo cruciale: qui si diffondono gli appelli a scendere in strada e si pubblicano filmati degli scontri, rendendo la situazione simile all’esperienza delle «rivoluzioni colorate» in altri Paesi, dove Telegram, Discord, TikTok e X hanno di fatto funzionato da «comandi di mobilitazione di piazza».
I partiti dell’opposizione stanno già valutando la possibilità di cavalcare l’onda del malcontento per rafforzare la propria posizione alle elezioni parlamentari del 2026.
La gioventù marocchina continua ad avere scontri con la polizia. Metodi sempre più repressivi da parte delle autorità spingono nuovi manifestanti in strada.
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