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L’economista di Columbia University smonta la narrazione occidentale della Russia come potenza espansionista.

 Jeffrey D. Sachs

L’Europa è intrappolata in una crisi di sicurezza ed economica, guidata dalla paura di Russia e Cina e dalla dipendenza dagli Stati Uniti. In questa prima puntata del suo saggio «Una nuova politica estera per l’Europa», il professor Jeffrey Sachs sfida la narrazione della Russia come minaccia esistenziale per l’Europa. Ricostruendo gli episodi chiave della storia russa, dall’attacco alla Prussia orientale nel 1914 all’invasione dell’Ucraina del 2022, mostra come la percezione di un’«aggressività russa» sia storicamente distorta. E sostiene che le azioni di Mosca erano dettate da motivazioni difensive, non imperialistiche.

Prima parte del saggio «Una nuova politica estera per l’Europa»

L’Unione Europea ha bisogno di una nuova politica estera fondata sui veri interessi economici e di sicurezza del continente. Oggi l’Europa si trova in una trappola economica e di sicurezza in gran parte auto-inflitta: ostilità pericolosa con la Russia, diffidenza reciproca con la Cina e una vulnerabilità estrema nei confronti degli Stati Uniti. La politica estera europea è ormai guidata quasi interamente dalla paura di Russia e Cina — una paura che ha prodotto una dipendenza di sicurezza dagli Stati Uniti.

La subordinazione dell’Europa a Washington deriva quasi esclusivamente dal timore, ingigantito, della Russia: un timore amplificato dai Paesi dell’Est con una forte impronta russofoba e da una narrazione distorta della guerra in Ucraina. Convinta che la minaccia alla propria sicurezza venga innanzitutto da Mosca, l’Ue sacrifica tutti gli altri aspetti della propria politica estera – economia, commercio, ambiente, tecnologia e diplomazia – agli interessi statunitensi. Ironia della sorte, si stringe a Washington proprio mentre gli Stati Uniti diventano più deboli, instabili, erratici, irrazionali e persino pericolosi nel loro approccio verso l’Europa, fino a minacciarne apertamente la sovranità (come avvenuto con il caso della Groenlandia).

Per tracciare una nuova politica estera, l’Europa dovrà superare il falso presupposto della sua estrema vulnerabilità alla Russia. La narrativa diffusa da Bruxelles, da Londra e dalla Nato sostiene che Mosca sia intrinsecamente espansionista e pronta a travolgere l’Europa non appena se ne presenti l’occasione. L’occupazione sovietica dell’Europa orientale tra il 1945 e il 1991 verrebbe addotta come prova di questa minaccia. Ma tale interpretazione distorce in profondità il comportamento russo, sia nel passato sia nel presente.

Una statua di Stalin abbattuta a Budapest durante la rivoluzione ungherese del 1956. Foto Gabor B. Racz. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 4.0.
Una statua di Stalin abbattuta a Budapest durante la rivoluzione ungherese del 1956. Foto Gabor B. Racz. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 4.0.

La prima parte di questo saggio mira a smontare il falso presupposto secondo cui la Russia rappresenterebbe una minaccia mortale per l’Europa. La seconda parte guarda invece a quale nuova politica estera europea potrebbe emergere, una volta superata la russofobia irrazionale.

Il falso presupposto dell’imperialismo russo verso Occidente

La politica estera europea poggia sull’idea che la Russia costituisca una minaccia diretta alla sicurezza del continente. Ma si tratta di un presupposto errato. La Russia, nei secoli, è stata invasa a più riprese dalle grandi potenze occidentali (in particolare Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti negli ultimi due secoli) e ha a lungo cercato di garantirsi sicurezza attraverso una zona cuscinetto tra sé e le forze occidentali. La zona cuscinetto pesantemente contesa comprende le attuali Polonia, Ucraina, Finlandia e i Paesi Baltici. È in questa regione di frontiera fra potenze occidentali e Russia che si concentrano i principali dilemmi di sicurezza tra la Russia e l’Europa occidentale.

Le grandi guerre mosse dall’Occidente contro la Russia dal 1800 in poi includono:

  • L’invasione francese del 1812 (Guerre napoleoniche)
  • L’invasione anglo-francese del 1853-56 (Guerra di Crimea)
  • La dichiarazione di guerra tedesca contro la Russia del 1º agosto 1914 (Prima guerra mondiale)
  • L’intervento delle potenze alleate nella Guerra civile russa, 1918-1922 (guerra civile russa)
  • L’invasione tedesca dell’Urss nel 1941 (Seconda guerra mondiale)
«Sbarco degli eserciti alleati in Crimea (14 settembre 1854)» dipinto da Alexandre Augustin Pils. Wikimedia Commons. Licenza CC BY 3.0.
«Sbarco degli eserciti alleati in Crimea (14 settembre 1854)» dipinto da Alexandre Augustin Pils. Wikimedia Commons. Licenza CC BY 3.0.

Ognuna di queste guerre ha rappresentato una minaccia esistenziale per la sopravvivenza russa. Dal punto di vista di Mosca, la mancata smilitarizzazione della Germania dopo la Seconda guerra mondiale, la creazione della Nato, l’ingresso della Germania Ovest nell’Alleanza nel 1955, l’espansione della Nato a Est dopo il 1991 e il progressivo rafforzamento di basi e sistemi missilistici statunitensi ai confini orientali dell’Europa hanno costituito le minacce più gravi alla sicurezza nazionale russa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

La Russia, a sua volta, è avanzata verso Ovest in varie occasioni:

  • l’attacco alla Prussia orientale nel 1914
  • il patto Molotov-von Ribbentrop del 1939, con la divisione della Polonia fra la Germania e l’Urss e l’annessione dei Paesi baltici nel 1940
  • l’invasione della Finlandia nel 1939 (Guerra d’inverno)
  • l’occupazione sovietica dell’Europa orientale dal 1945 al 1989
  • l’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022

Questi episodi vengono considerati in Europa come prove oggettive dell’espansionismo russo. In realtà, questa lettura è ingenua, storicamente scorretta e frutto di propaganda. In tutti e cinque i casi, Mosca ha agito per proteggere la propria sicurezza nazionale – secondo la propria visione – e non per ambizioni imperiali fine a sé stesse. È questa verità di fondo la chiave per sciogliere oggi il conflitto tra Europa e Russia: Mosca non cerca di conquistare l’Occidente, ma di garantire la propria sopravvivenza. Eppure, l’Occidente ha a lungo rifiutato di riconoscere, e ancor meno rispettare, gli interessi vitali di sicurezza russi.

I principali casi di presunto imperialismo russo

Analizziamo i cinque casi principali di presunto espansionismo russo.

Il primo caso, l’attacco all’Europa orientale prussiana nel 1914, può essere liquidato rapidamente. Fu il Reich tedesco a dichiarare guerra alla Russia il primo agosto 1914. L’ingresso dell’esercito zarista in Prussia orientale fu una diretta risposta a quella dichiarazione di guerra.

Il secondo caso, l’accordo tra la Russia sovietica e il Terzo Reich di Adolf Hitler per spartirsi la Polonia nel 1939 e l’annessione dei Paesi baltici nel 1940, è visto come la prova più evidente della perfidia russa. Di nuovo, questa è una lettura semplicistica e fuorviante della storia. Come hanno attentamente documentato storici del calibro di E. H. Carr, Stephen Kotkin e Michael Jabara Carley,  nel 1939 Stalin si rivolse a Gran Bretagna e Francia per formare un’alleanza difensiva contro Hitler, il quale aveva dichiarato la sua intenzione di condurre una guerra contro la Russia a Est (per il Lebensraum, la manodopera slava ridotta in schiavitù e la sconfitta del bolscevismo).

Il ministro degli Esteri sovietico Vjačeslav Molotov firma il Patto di non aggressione tra Germania e Unione Sovietica (meglio noto come Patto Molotov-von Ribbentrop) il 23 agosto 1939 a Mosca. Foto U.S. National Archives and Records Administration. Public Domain.
Il ministro degli Esteri sovietico Vjačeslav Molotov firma il Patto di non aggressione tra Germania e Unione Sovietica (meglio noto come Patto Molotov-von Ribbentrop) il 23 agosto 1939 a Mosca. Foto U.S. National Archives and Records Administration. Public Domain.

Ma il tentativo di Stalin di forgiare un’alleanza con le potenze occidentali fu completamente respinto. La Polonia non consentì il passaggio delle truppe sovietiche sul suolo polacco in caso di una guerra con la Germania. L’odio delle élite occidentali per il comunismo sovietico era perlomeno tanto grande quanto la loro paura di Hitler. Infatti, un’espressione comune tra le élite conservatrici britanniche alla fine degli anni Trenta era: «Meglio l’hitlerismo che il comunismo».

Di fronte al fallimento nell’assicurare un’alleanza difensiva, Stalin mirò allora a creare una zona cuscinetto contro l’imminente invasione tedesca dell’Urss. La spartizione della Polonia e l’annessione dei Paesi baltici furono mosse tattiche per guadagnare tempo in vista della prossima battaglia di Armageddon con gli eserciti di Hitler, che arrivò il 22 giugno 1941 con l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica durante l’Operazione Barbarossa. La precedente spartizione della Polonia e l’annessione degli Stati baltici possono aver effettivamente ritardato l’invasione e salvato l’Unione Sovietica da una rapida sconfitta per mano di Hitler.

Il terzo caso, la Guerra d’inverno della Russia contro la Finlandia, è considerato allo stesso modo in Europa occidentale (e soprattutto in Finlandia) come una prova della natura espansionistica della Russia. Eppure, ancora una volta, la motivazione fondamentale dell’Unione sovietica era difensiva, non offensiva. Mosca temeva che l’invasione tedesca potesse avvenire in parte attraverso la Finlandia e che Leningrado sarebbe stata rapidamente conquistata da Hitler.

Per questo l’Unione sovietica propose alla Finlandia uno scambio territoriale (cedendo in particolare l’Istmo diCarelia e alcune isole del Golfo di Finlandia in cambio di terre sovietiche) in modo da proteggere la seconda città del Paese. La Finlandia rifiutò tale proposta e l’Unione Sovietica invase la Finlandia il 30 novembre 1939. Successivamente, la Finlandia si unì agli eserciti di Hitler nella guerra contro l’Unione Sovietica durante la cosiddetta «Guerra di continuazione» tra il 1941 e il 1944.

Soldati finlandesi durante la Guerra d’inverno (1939/1940). Foto Public Domain.
Soldati finlandesi durante la Guerra d’inverno (1939/1940). Foto Public Domain.

Il quarto caso, l’occupazione sovietica dell’Europa orientale (e il mantenimento del controllo sugli  Stati baltici) durante la Guerra Fredda, è considerato in Europa come un’ulteriore, amara prova della minaccia fondamentale alla sicurezza del continente da parte della Russia.L’occupazione sovietica fu senza dubbio brutale, ma anche in questo caso aveva una motivazione difensiva che viene completamente trascurata nella narrazione dell’Europa occidentale e americana. L’Urss aveva pagato il prezzo più alto per la vittoria su Hitler, perdendo l’incredibile numero di 27 milioni di morti durante la guerra.

Al termine del conflitto, la Russia aveva una richiesta primaria alla fine della guerra: che i suoi interessi di sicurezza fossero garantiti da un trattato che la proteggesse da future minacce provenienti dalla Germania e, più in generale, dall’Occidente. L’Occidente, guidato ora dagli Stati Uniti, rifiutò questa fondamentale richiesta di sicurezza. La Guerra fredda è il risultato del rifiuto occidentale di rispettare le fondamentali preoccupazioni di sicurezza della Russia. Naturalmente, la storia della Guerra fredda raccontata dalla narrazione occidentale è esattamente l’opposto: che la Guerra fredda era stata causata unicamente dai tentativi bellicosi della Russia di conquistare il mondo!

Ecco l’effettiva storia, ben nota agli storici ma quasi completamente ignorata dal pubblico negli Stati Uniti e in Europa. Alla fine della guerra, l’Unione Sovietica cercò un trattato di pace che stabilisse una Germania unificata, neutrale e smilitarizzata. Alla Conferenza di Potsdam nel luglio 1945, a cui parteciparono i leader di Unione Sovietica, Regno Unito e Stati Uniti, le tre potenze alleate concordarono il «completo disarmo e  smilitarizzazione e disarmo della Germania e l’eliminazione o il controllo di tutta l’industria tedesca che potesse essere utilizzata per la produzione militare». La Germania sarebbe stata unificata, pacificata e smilitarizzata. Tutto ciò sarebbe stato garantito da un trattato per porre fine alla guerra. In realtà, Stati Uniti e Regno Unito lavorarono diligentemente per minare questo principio fondamentale.

Stalin, al centro con la giacca bianca, alla Conferenza di Potsdam nel 1945. Fonte Circe-Film-Archiv. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 3.0 DE.
Stalin, al centro con la giacca bianca, alla Conferenza di Potsdam nel 1945. Fonte Circe-Film-Archiv. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 3.0 DE.

A partire dal maggio 1945, Winston Churchill incaricò il suo Capo di Stato Maggiore di elaborare un piano di guerra per lanciare un attacco a sorpresa contro l’Unione Sovietica a metà del 1945, con il nome in codice Operazione impensabile. Sebbene una simile guerra fosse considerata impraticabile dai pianificatori militari britannici, l’idea che americani e britannici dovessero prepararsi a un’imminente guerra con l’Unione Sovietica si radicò rapidamente. I pianificatori militari stimarono che il periodo più probabile per tale guerra sarebbe stato nei primi anni Cinquanta.

L’obiettivo di Churchill, a quanto pare, era impedire che Polonia e altri Paesi dell’Europa orientale cadessero sotto la sfera di influenza sovietica. Anche negli Stati Uniti, a poche settimane dalla resa della Germania nel maggio 1945 i principali pianificatori militari cominciarono a considerare l’Unione Sovietica come il prossimo nemico dell’America. Stati Uniti e Regno Unito reclutarono rapidamente scienziati nazisti e alti funzionari dell’intelligence (come Reinhard Gehlen, un leader nazista che sarebbe stato sostenuto da Washington per creare l’agenzia di intelligence tedesca del Dopoguerra) per iniziare a pianificare la futura guerra con l’Unione Sovietica.

La Guerra fredda scoppiò principalmente perché americani e britannici rifiutarono la riunificazione e la smilitarizzazione della Germania come concordato a Potsdam. Invece, le potenze occidentali abbandonarono il progetto di riunificazione tedesca per formare la Repubblica Federale di Germania (Rft o Germania Ovest) a partire dalle tre zone di occupazione controllate da Stati Uniti, Regno Unito e Francia. La Rft sarebbe stata reindustrializzata e rimilitarizzata sotto l’egida americana. Nel 1955, la Germania Ovest fu ammessa nella Nato.

Ammissione della Repubblica federale tedesca nella Nato alla Conferenza a Parigi, nel maggio 1955. Foto Archivi federali tedeschi. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 3.0 DE.
Ammissione della Repubblica federale tedesca nella Nato alla Conferenza a Parigi, nel maggio 1955. Foto Archivi federali tedeschi. Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 3.0 DE.

Sebbene gli storici discutano appassionatamente su chi abbia rispettato o meno gli accordi di Potsdam (ad esempio, con l’Occidente che evidenzia il rifiuto sovietico di permettere un governo realmente rappresentativo in Polonia, come concordato a Potsdam), non c’è dubbio che la rimilitarizzazione della Repubblica federale di Germania da parte dell’Occidente sia stata la causa principale della Guerra fredda.

Nel 1952, Stalin propose una riunificazione della Germania basata sulla neutralità e sulla smilitarizzazione. Questa proposta fu rifiutata dagli Stati Uniti. Nel 1955, l’Unione Sovietica e l’Austria concordarono che l’Unione Sovietica avrebbe ritirato le sue forze di occupazione dall’Austria in cambio dell’impegno di quest’ultima a mantenere una neutralità permanente. Il Trattato di Stato austriaco fu firmato il 15 maggio 1955 dall’Unione Sovietica, dagli Stati Uniti, dalla Francia e dal Regno Unito, insieme all’Austria, ponendo così fine all’occupazione.

L’obiettivo dell’Unione Sovietica non era solo risolvere le tensioni sull’Austria, ma anche mostrare agli Stati Uniti un modello di successo di ritiro sovietico dall’Europa associato alla neutralità. Ancora una volta, gli Stati Uniti respinsero l’appello sovietico di porre fine alla Guerra fredda basato sulla neutralità e sulla smilitarizzazione della Germania. Fino al 1957, il massimo esperto americano di questioni sovietiche, George Kennan, nella sua terza Conferenza Reith per la Bbc lanciava un appello pubblico e infervorato affinché gli Stati Uniti concordassero con l’Unione Sovietica un ritiro reciproco delle truppe dall’Europa.

L’Unione Sovietica, sottolineava Kennan, non mirava né era interessata a un’invasione militare dell’Europa occidentale. Ma i Cold warriors statunitensi, guidati da John Foster Dulles, non ne vollero sapere. E nessun trattato di pace con la Germania per porre fine alla Seconda guerra mondiale fu firmato fino alla riunificazione tedesca del 1990.

Un messaggio sul muro di Berlino ringrazia Gorbaciov della riunificazione tedesca, avvenuta il 3 ottobre 1990. Foto Boris Babanov. Licenza Commons: RIA Novosti.
Un messaggio sul muro di Berlino ringrazia Gorbaciov della riunificazione tedesca, avvenuta il 3 ottobre 1990. Foto Boris Babanov. Licenza Commons: RIA Novosti.

Vale la pena sottolineare che l’Unione Sovietica rispettò la neutralità dell’Austria dopo il 1955 e anche quella degli altri Paesi neutrali d’Europa (tra cui Svezia, Finlandia, Svizzera, Irlanda, Spagna e Portogallo). Il presidente finlandese Alexander Stubb ha recentemente dichiarato che l’Ucraina dovrebbe rifiutare la neutralità basandosi sulla negativa esperienza della Finlandia (con la neutralità finlandese terminata nel 2024, quando il Paese è entrato nella Nato). Si tratta di un’idea bizzarra. La Finlandia, durante il periodo di neutralità, rimase in pace, raggiunse una notevole prosperità economica e si collocò ai vertici mondiali della felicità (secondo il World Happiness Report).

Il presidente John F. Kennedy mostrò una strada possibile per porre fine alla Guerra fredda, basata sul rispetto reciproco degli interessi di sicurezza di tutte le parti. Kennedy bloccò il tentativo del cancelliere tedesco Konrad Adenauer di acquisire armi nucleari dalla Francia e placò in tal modo le preoccupazioni sovietiche riguardo a una Germania dotata di armi nucleari. Su questa base, JFK negoziò con successo il Trattato di divieto parziale dei test nucleari con il suo omologo sovietico Nikita Chruščëv. Kennedy fu molto probabilmente assassinato alcuni mesi dopo da un gruppo di agenti della Cia a causa della sua iniziativa di pace.

Il presidente statunitense John F. Kennedy incontra Nikita Chruščëv, Primo segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica, a Vienna nel 1961. Wikimedia Commons. Public Domain.
Il presidente statunitense John F. Kennedy incontra Nikita Chruščëv, Primo segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica, a Vienna nel 1961. Wikimedia Commons. Public Domain.

Documenti resi pubblici nel 2025 confermano il sospetto di lunga data che Lee Harvey Oswald fosse direttamente gestito da James Angleton, un alto funzionario della Cia. La successiva apertura degli Stati Uniti verso la pace con l’Unione Sovietica fu guidata da Richard Nixon. Anch’egli fu rovesciato dagli eventi del Watergate, che presentano anch’essi indizi di un’operazione della CIA mai del tutto chiarita.

Mikhail Gorbačëv mise fine alla Guerra fredda smantellando unilateralmente il Patto di Varsavia e promuovendo attivamente la democratizzazione dell’Europa orientale. Ho partecipato ad alcuni di quegli eventi e ho assistito personalmente ad alcune delle iniziative di pace di Gorbačëv. Nell’estate del 1989, per esempio, Gorbačëv disse alla leadership comunista della Polonia di formare un governo di coalizione con le forze dell’opposizione guidate dal movimento Solidarność. La fine del Patto di Varsavia e la democratizzazione dell’Europa orientale, tutte guidate da Gorbačëv, indussero rapidamente il cancelliere tedesco Helmut Kohl a chiedere la riunificazione della Germania.

Ciò portò ai trattati di riunificazione del 1990 tra Rft e Rdt, e al cosiddetto Trattato 2+4 tra le due Germanie e le quattro potenze alleate: Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Unione Sovietica. Nel febbraio 1990, Stati Uniti e Germania promisero chiaramente a Gorbačëv che la Nato «non si sarebbe spostata neppure di un pollice verso Est» nel contesto della riunificazione tedesca, un fatto che ora viene ampiamente negato dalle potenze occidentali ma che è facilmente verificabile. Quella promessa chiave di non procedere con l’allargamento della Nato fu fatta in diverse occasioni, ma non fu inclusa nel testo dell’Accordo 2+4, poiché quell’accordo riguardava la riunificazione della Germania e non l’espansione a Est della Nato.

Il quinto caso, l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, è ancora una volta considerato in Occidente come prova dell’incorreggibile imperialismo russo verso Ovest. L’espressione preferita dai media occidentali, dai commentatori e dai propagandisti è che l’invasione russa sia stata «non provocata» e quindi prova la ferrea volontà di Putin non solo di ristabilire l’Impero russo, ma di avanzare ulteriormente verso Ovest, il che significherebbe che l’Europa dovrebbe prepararsi alla guerra con la Russia. Questa è una menzogna gigantesca e assurda, ma viene ripetuta così spesso dai media mainstream da essere ampiamente creduta in Europa.

Edificio residenziale ad Avdiivka (oblast di Donetsk, Ucraina) dopo un attacco missilistico russo del 23 maggio 2023. Foto di Donetsk Regional Military Civil Administration. Licenza CC BY NC 4.0.
Edificio residenziale ad Avdiivka (oblast di Donetsk, Ucraina) dopo un attacco missilistico russo del 23 maggio 2023. Foto di Donetsk Regional Military Civil Administration. Licenza CC BY NC 4.0.

In realtà, l’invasione russa del febbraio 2022 fu provocata dall’Occidente in maniera così evidente che si sospetta che si trattò effettivamente di un disegno americano per attirare i russi in guerra al fine di sconfiggere o indebolire la Russia. Si tratta di un’affermazione credibile, come conferma una lunga serie di dichiarazioni di numerosi funzionari statunitensi. Dopo l’invasione, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin dichiarò che l’obiettivo di Washington era «vedere la Russia indebolita al punto da non poter più compiere il tipo di azioni che ha fatto invadendo l’Ucraina. L’Ucraina può vincere se dispone dell’equipaggiamento giusto e del sostegno adeguato».

La provocazione americana predominante nei confronti della Russia fu l’espansione della Nato verso Est, contrariamente alle promesse del 1990, con un obiettivo importante: circondare la Russia con stati della Nato nella regione del Mar Nero, rendendo così la Russia incapace di proiettare la sua potenza navale di base in Crimea nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente. In sostanza, l’obiettivo degli Stati Uniti era lo stesso di Lord Palmerston e di Napoleone III durante la Guerra di Crimea: bandire la flotta russa dal Mar Nero.

Fra i membri della Nato ci sarebbero state Ucraina, Romania, Bulgaria, Turchia e Georgia, formando così un cappio per strangolare la potenza navale russa nel Mar Nero. Zbigniew Brzezinski descrisse questa strategia nel suo libro del 1997 The Grand Chessboard, dove affermava che la Russia si sarebbe sicuramente piegata alla volontà occidentale, poiché non aveva altra scelta. Brzezinski respinse specificamente l’idea che la Russia si sarebbe mai alleata con la Cina contro l’Europa.

Articolo originale pubblicato su: https://www.cirsd.org/en/horizons/horizons-summer-2025–issue-no-31/a-new-foreign-policy-for-europe (traduzione a cura di Krisis).

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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