Lo ha esplicitato molto bene l’ex leghista Flavio Tosi, passato a Forza Italia qualche tempo fa: il partito berlusconiano è nato con l’intento di proteggere l’imprenditorialità e il sistema del credito. Un principio di “assoluto liberalismo“, tengono a precisare gli esponenti centristi della maggioranza meloniana. Pur tuttavia, non è detto che coloro che si trovano nel settore geopolitico più ambito e conteso, il vero ventre molle delle alleanze nell’epoca ormai consolidata (e sempre molto precaria) del bipolarismo, vadano poi così d’amore e d’accordo. O nemesi dell’attualità e un po’ anche della storia recente, la concorrenza così amata dai liberal-liberisti di casa nostra, induce a litigare anche aspramente.
Renzi, Calenda, Lupi, Tajani: c’è n’è per tutti i gusti. Salvo scoprire che le manovre per formare un conglomerato omogeneo sono più che altro dei guardinghi tatticismi che non approdano a nulla (per fortuna o per sfortuna è difficile dirlo da un punto di vista marxista e di sinistra alternativa) perché poi ognuno fa in qualche modo rientro alla casa base in tutta fretta per guadagnare il punto dell’alleanza di centrosinistra da un lato, di centrodestra dall’altro. Nel mezzo, alla fin fine, non rimane nessuno: se qualcuno ci prova, resta inevitabilmente compresso e accartocciato come un povero Will Coyote su cui precipitano i massi del canyon.
Ma la polemica in questo momento è tutta quanta interna alla compagine governativa perché in ballo ci sono le tassazioni delle banche e delle assicurazioni: da un lato la Lega salviniana che preme per metterle; dall’altra Forza Italia e Noi moderati che, invece, non sono di così verace avviso. Tra gli esponenti di governo Tajani è quello che più osteggia le misure previste e che, nel farlo, lamenta anche di non essere stato coinvolto in queste decisioni prese dall’esecutivo. Gli risponde Lupi a stretto giro di posta: c’eri e sapevi. Pinocchietto, lo riprende il successore di Silvio Berlusconi. Grillo Parlante, gli sibila l’altro. Insomma, ce n’è abbastanza perché qualche commentatore insinui che la compagine inizia a scricchiolare.
Ma è una malevolenza bella e buona, perché Tajani per primo rassicura i giornalisti che lo circondano: sì, si può anche dibattere, pure con asprezza, perché la coalizione non è una caserma, dice il Vicepresidente del Consiglio. Ma poi – chiosa – alla fine votiamo sempre insieme. Pregio indiscutibile di una capacità federativa che si consolida ogni volta vi sono le tornate elettorali, perché prevale la missione di preservare quegli interessi di classe che potrebbero altrimenti essere minacciati da un rigurgito di progressismo, seppure magari anche tenue e molto riformista, e per l’appunto ritrovarsi sulla via del cambiamento moderato qualche tassa di troppo per i grandissimi patrimoni finanziari, per le banche, per le assicurazioni.
Non sia mai! Di patrimoniale e di forte progressività delle imposte nemmeno a parlarne nel centrodestra. Su questo Meloni, Salvini, Tajani e Lupi, come è evidente, vanno d’accordissimo. Le consorterie imprenditoriali del Nord, che la Lega vorrebbe ancora poter rappresentare, entrano però spesso in contraddizione con la sola tutela degli interessi dati dai grandi capitali azionari e, quindi, viste anche le misere percentuali ottenute nelle elezioni regionali, il Carroccio nazionale deve pure puntare su qualche lotta che lo faccia sembrare ancora utile nella compagine di governo. A stretto giro di posta arrivano anche le puntualizzazioni di Confindustria sulla manovra di bilancio e, come volevasi dimostrare, danno ragione indubbiamente a Tajani.
I padroni insistono sulla riformulazione della tassazione sui dividendi, la restrizione delle regole di compensazione dei crediti d’imposta e la mancanza di una proroga delle regole di funzionamento per il fondo di garanzia per le piccole e medie imprese. Su questi punti la maggioranza di governo troverà una sintesi e saprà indubbiamente intervenire per salvaguardarsi altri due anni e terminare il mandato della XIX Legislatura della Repubblica. In fin dei conti, le manovre per una riformulazione politica dell’area di centro non si limitano alle schermaglie presenti nel centrodestra. C’è del marcio un po’ ovunque, oltre i confini della Danimarca.
Nel Partito Democratico c’è addirittura chi ritiene troppo moderato Stefano Bonaccini, gli rimprovera di essersi eccessivamente appiattito sulle posizioni di Elly Schlein e, quindi, decide di organizzarsi altrimenti: sono un’area culturale formalmente, nella sostanza un nuovo segmento che punta ad organizzarsi dentro il partito per far contare un punto di vista prettamente centrista, lontano da qualunque idea di vicinanza al mondo del lavoro e ad una idea di “campo largo” come è venuta avanti (ed è anche andata indietro) nelle ultime tornate regionali. Ne fanno parte Pina Picierno, Giorgio Gori, Lia Quartapelle, Simona Malpezzi, Lorenzo Guerini. Parlano e discutono sulla necessità di fare chiarezza.
Vogliono recuperare un programma liberista che guardi al sostegno ad una Europa che intendono “più forte” ma soltanto per quanto concerne un federalismo che si ispiri ad un asse imprenditoriale su cui far vertere tutte le istanze tanto di opposizione quanto, ovvio, di governo. “Fare chiarezza” è un po’ il loro motto: tradotto dal politichese, vuol dire scegliere da che parte stare, tolti quelli che individuano come opposti estremismi (destre da una parte, Cinquestelle e AVS dall’altra). Sostanzialmente vorrebbero portare il PD in una zona di centro in cui la sinistra sia soltanto una appendice, un contorno minoritario e di cui servirsi per far prevalere ancora una volta esclusivamente politiche liberiste ammantate da un liberalismo di facciata.
Le uniche compatibilità che i centristi dei due poli individuano per poter stabilire un dialogo sono l’indiscutibile sostegno ad un’economia di mercato che è vissuta come la sola regolatrice delle dinamiche tanto imprenditoriali (naturalmente e nel senso più letterale del termine) e la consociazione su una serie di riforme strutturali che siano il fondamento di una impostazione di classe condivisa mirante a proteggere i privilegi del ceto dominante a tutto svantaggio dei diritti sociali, civili ed umani che rischierebbero così di non trovare alcuna sponda politica in Parlamento e al governo del Paese. Peggio di oggi, dunque, può ancora andare? L’antico detto lo afferma: non c’è mai fine in questo senso. Ma si può provare a costruire qualcosa di uguale e assolutamente contrario.
Non che si possa fare grande affidamento su Bonaccini e sulla sua area di riferimento in merito: per sua stessa ammissione e definizione, un “riformista popolare” rimane pur sempre qualcuno che non intende smarcarsi dal compromesso con l’area del capitale. L’unico sforzo che può fare e ricercare una compatibilità tra gli opposti per rieditare qualche propensione ulivista o unionista del passato. Hanno fallito però tanto questi tentativi di fare dei grandi calderoni di tutto un po’, quanto le posizioni di chi, a sinistra, ha provato a creare una alternativa ai due poli in un contesto assolutamente bipolare.
Lo slogan di un tempo era: “rompere la gabbia“, per l’appunto, di questo malevolo bipolarismo, bislaccamente importato sulle ali del sogno americano del veltronismo d’antan. Chi vede nell’apertura del dialogo con le forze della sinistra moderata un tradimento delle vere e uniche posizioni della sinistra di alternativa, dovrebbe anche poterci spiegare come pensa di poter disarticolare questo schema dei due poli dati gli attuali rapporti di debolezza di una democrazia rappresentativa in cui ormai vota una minoranza dell’elettorato. Le proposte di formazione di un terzo polo sono escluse da AVS, dai Cinquestelle che oggi hanno sempre due cifre nazionali ma che crollano decisamente nelle votazioni regionali.
Eppure i pentastellati sono stati, per un certo periodo, l’unico possibile cuneo terzopolista che avrebbe potuto concretamente mandare in frantumi il bipolarismo imperante. Complici quanto si vuole le leggi elettorali, lo schema non è saltato e i compressi del Conte I con la Lega avevano inquinato abbondantemente il presuntuoso spirito rivoluzionario del duo Casaleggio-Grillo che, alla fin della tenzone, puntava ad una digitalizzazione della democrazia che rischiava di essere più inquietante delle destre stesse: tra sogni presidenziali, oligarchie berlusconiane ed elevazioni grilline, il bipolarismo ha continuato ad essere presente nella vita della sempre meno sopravvivente democrazia italiana.
Il renzismo, poi, ha prodotto danni incalcolabili ad un PD che avrebbe forse potuto anche rappresentare una nuova forma di sinistra moderata e che, invece, da anomalo bicefalo quale è sempre stato (nell’essere la sincretica sintesi tra socialdemocrazia e popolarismo democratico-cristiano), ha rappresentato fino a poco tempo fa una opzione di centrosinistra in alternanza ad una di centrodestra entro un perimetro di politiche liberiste che hanno finito con l’essere il vero repellente nei confronti di un elettorato già piuttosto segnato dalla disaffezione per le istituzioni considerate un luogo inutile per il cambiamento sociale.
Quando si fanno esclusivamente (o quasi) gli interessi dei ricchissimi e si mette il privato al centro del proprio agire, definendosi comunque progressisti, questa parola viene svuotata di ogni vero significato e può assumerne qualunque altro, arrivando a non rappresentare più le istanze dei più deboli, del mondo del lavoro e della precarietà, ma assumendo i connotati di un sinonimi di meschino inganno antisociale. Alla parola “progressismo” dobbiamo un ritorno entro una cornice di sinistra in sé e per le classi popolari. La destra gioca la sua partita, il centro pure. La sinistra deve potersi strutturare seguendo un percorso nuovo, non trascurando nessuna particolare istanza di cambiamento, ma mettendo al centro oggi: il lavoro, il disarmo, la giustizia sociale, il pubblico, i diritti civili e l’ambiente.
Non si tratta di un elenco delle solite parole che appaiono vuote. I riformisti del PD che si separano dall’area bonacciniana puntano su qualcosa che è il contrario del lavoro, del disarmo, della vera giustizia per chi si suda un misero salario rimasto fermo al palo in questi anni. Puntano non alla tutela del pubblico ma sempre e soltanto del privato. Qui il coraggio di fare del PD qualcosa di distinguibile da questa impostazione marcatamente di centro deve averlo Elly Schlein. Sul riarmo e sull’invio di armi all’Ucraina non può esservi tentennamento: nel nome della ricerca della pace vera, deve essere un NO senza se e senza ma.
Così come sul lavoro: non si possono più seguire le vie del dialogo con il mondo imprenditoriale, ma bisogna assumere il punto di vista opposto a quello di Confindustria, senza ritenere per questo di essere esclusi da un’azione di governo un domani. La sinistra di alternativa può dialogare oggi con le altre forze progressiste per costruire un fronte delle opposizioni che miri ad un consolidamento delle posizioni e che sia una proposta domani di un governo veramente alternativo a quelli avuti sino ad oggi. Siamo molto lontani da un simile punto di passaggio dalla formula liberista di oggi ad una formula neosocialista di domani. Ancora molto, troppo lontani.
Ma il lavoro che va fatto non può che andare nella direzione di mandare a casa questo governo eversivo prima di subito: un proposito che potrà avere un qualche possibilità di successo se la sinistra moderata e quella di alternativa formuleranno un programma chiaro di netta alternativa tanto dalle destre quanto dal centro. Da qualunque centro: sia in maggioranza, sia all’opposizione. Solamente una coalizione di sinistra può essere quel terzo polo capace di disarticolare il bipolarismo e sparigliare le carte sul tavolo di una competizione democratica che oggi fa fatica anche solamente ad essere pensata ed immaginata, visto il predominio del pensiero unico del bipolarismo.
Costruire un viatico in questa direzione, alimentando le contraddizioni delle altre forze politiche, provando a superare le nostre, è un lavoro che le comuniste e i comunisti devono intraprendere per trarre dalle condizioni date quelle migliori possibili per uno sviluppo di una nuova grande area del progressismo italiano. Oltre il centrodestra e oltre il centrosinistra. Cinquestelle, PD, Alleanza Verdi e Sinistra, Rifondazione Comunista, insieme alle lavoratrici e ai lavoratori, ai movimenti per la pace, per la difesa del salario, per la scuola pubblica e per la difesa della democrazia costituzionale, potrebbero avere questa opportunità. Il condizionale è d’obbligo. Per ora. Domani… si vedrà…
MARCO SFERINI
