Il boomerang della censura: chi zittiva oggi grida alla libertà

Alexandro Sabetti

Gli stessi che cancellavano la cultura russa ora denunciano censura perché contestati sul genocidio a Gaza. Il potere occidentale difende solo le voci che gli servono, mentre silenzia ogni dissenso nel nome della “libertà”.

Il paradosso della censura occidentale: libertà di parola per chi serve l’impero

Negli ultimi anni, l’Occidente ha costruito con pazienza un’architettura della censura che si ammanta di libertà. Le sue fondamenta poggiano su un principio tanto semplice quanto ipocrita: la libertà di espressione è sacra solo quando coincide con la linea dell’impero. Tutto il resto – ogni voce critica, ogni sfumatura dissonante – diventa automaticamente “propaganda”, “filorussismo”, “antisemitismo”, o, più genericamente, “disinformazione”.

Il caso più emblematico è quello che riguarda la cultura russa. Filosofi, scrittori, musicisti e persino registi sono stati banditi da università, teatri e istituzioni culturali occidentali in nome della guerra in Ucraina. Si è arrivati al paradosso di cancellare Dostoevskij da corsi universitari e di proibire concerti di Čajkovskij, come se la cultura potesse essere complice di un crimine geopolitico. Il messaggio era chiaro: chi non si adegua alla narrazione dominante deve tacere.

Eppure, oggi, molti di coloro che hanno difeso quella censura – in nome della “libertà ucraina” o del “mondo libero” – si scoprono improvvisamente vittime di ciò che hanno contribuito a costruire. Gli stessi accademici, giornalisti e intellettuali che rimuovevano con zelo ogni traccia di cultura russa dai programmi culturali si indignano perché vengono pubblicamente contestati da giovani che li accusano di aver taciuto di fronte al genocidio in corso a Gaza. Gridano alla censura, all’intolleranza, al “nuovo fanatismo”, incapaci di riconoscere il riflesso del proprio operato.

Questo rovesciamento non è un caso isolato, ma un segno dei tempi. È l’ennesima dimostrazione che il potere non ammette critiche neppure in casa propria. Nel cosiddetto “mondo libero”, i dissidenti non vengono incarcerati come nelle più classiche dittature – vengono silenziati con strumenti più eleganti: l’emarginazione accademica, la delegittimazione mediatica, l’accusa morale. Si invoca la “cultura del dialogo” solo per escludere chi osa porre domande scomode.

Il meccanismo è lo stesso che trasforma in eroi democratici i dissidenti selezionati dall’Occidente, come la venezuelana María Corina Machado – esponente dell’estrema destra neoliberale, celebrata dai media come simbolo di libertà. La sua figura, costruita a tavolino da Washington, serve a rafforzare il racconto manicheo di un mondo diviso tra “democrazie” e “regimi”. È la libertà filtrata e certificata dal potere, quella che non disturba mai gli interessi dell’impero.

Chi oggi denuncia la “censura dei comunisti” – come nel caso del tutto marginale dei fischi di uno sparuto gruppo di studenti veneziani ai danni di Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele – a tutti gli effetti una lobbies impegnata a ripulire l’immagine di israele – ma dimentica di averla esercitata per anni, con la stessa violenza simbolica che ora subisce.

Il problema non è la critica – che resta legittima – ma l’incapacità di riconoscere che esistono voci escluse, narrazioni rimosse, popoli ridotti al silenzio. La libertà, per essere tale, non può essere a geometria variabile.

Il vero scandalo non è che qualcuno contesti gli intellettuali di corte, ma che questi ultimi abbiano creduto di poter definire per sempre ciò che è lecito pensare. Oggi scoprono che la parola, una volta sottratta, tende sempre a ritornare. E quando ritorna, non chiede più il permesso.

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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