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In tempi di “complesso tecnologico autoritario” e di post-democrazia il dipanarsi della matassa delle vicende geopolitiche a livello globale sembra costringerci a riprendere in mano vecchie nozioni della dottrina ottocento-novecentesca.

L’atteggiamento che gli USA stanno tenendo verso il Venezuela rispolvera l’antica dottrina di Monroe sull’America Latina “cortile di casa”: in più questa volta l’imperialismo USA sembra esprimersi in maniera diversa rispetto a quella “golpista” usata negli anni passati (rimane emblematico il caso cileno del 1973) mostrandosi piuttosto nell’espressione di una logica di superpotenza militare.

Gli USA però non sono soli in questo senso e in Europa stiamo vivendo momenti di simil-1914.

Sembra proprio il caso di riprendere l’antica nozione di imperialismo anche perché come vedremo meglio essa è tornata, in questo periodo, di prepotente attualità.

Da ricordare in premessa due punti:

1)      La nozione di “impero” si risolve nella definizione di una forma politica che associa un comando universale al mantenimento di una varietà di realtà politiche subordinate. L’idea di impero attraversa la storia politica dell’Occidente e spesso si è presentata d’attualità quando un’organizzazione politica pare ritrovarsi in una fase particolarmente critica del proprio sviluppo, come sta succedendo adesso al complesso atlantico in fase di transizione;

2)      Ciò accadde proprio nel 1914 quando le due forme imperiali presenti sul suolo europeo: quella coloniale (Francia, Gran Bretagna) e quella fondata sull’imperio al riguardo delle nazionalità (Imperi Centrali, Impero Russo, Impero Ottomano) si trovarono proprio a fare i conti con la crisi del proprio sviluppo e cozzarono fra di loro al fine di stabilire l’indirizzo storico prevalente per il futuro.

Riprendiamo però il filo della definizione di imperialismo.

L’uso e la diffusione del termine risalgono agli ultimi decenni del XIX secolo, all’epoca cioè della rapida spartizione fra gli Stati Europei di buona parte dell’Asia e dell’Africa.

Il dibattito sull’imperialismo si articolò attorno a diverse possibili interpretazioni del fenomeno, di tipo economico, sociologico, politico.

Nell’interpretazione di un economista appartenente alla sinistra liberale inglese, J.Hobson la spinta imperialista poteva essere disinnescata attraverso una serie di interventi volti ad aumentare il potere d’acquisto delle masse.

Per gli studiosi di scuola marxista il nesso tra capitalismo e imperialismo si presentava ben più profondo, se non addirittura necessario.

Fu Lenin a sostenere con maggiore decisione, nel suo “Imperialismo, fase suprema del capitalismo” (1917) che gli Stati capitalisti erano stati spinti all’espansione imperiale da un’esigenza di sopravvivenza.

Questo fatto aveva reso inevitabile il loro scontro come stava – appunto – avvenendo nel corso della prima guerra mondiale: i partiti socialisti francese e tedesco, votando i crediti di guerra, avevano dimostrato di non aver compreso il livello decisivo dello scontro allora in atto, anteponendo il loro nazionalismo all’analisi relativa proprio al livello “imperiale” del conflitto.

Proprio come accade adesso nell’ignorare i termini veri del conflitto e si sta sviando l’attenzione da quello che è lo scontro in atto, oggi, tra le superpotenze (rispetto al 1914 si è aggiunto il peso della mediatizzazione dell’agire politico in senso “recitativo”).

L’accumulo proprio di “politica di potenza” verificatosi nel corso dell’ultimo decennio nel confronto globale ha fatto nuovamente emergere, infatti, una dimensione nel rapporto tra USA e Cina di tipo assolutamente imperiale cui sta tentando di unirsi la Russia: tutto questo avviene in conclusione della fase post-caduta del muro di Berlino nella quale gli USA avevano svolto la funzione di “gendarme del mondo” e di “esportatore della democrazia” mentre il mondo islamico era stato scambiato per l’unico possibile soggetto di contrasto.

Oggi nelle condizioni mutate sarà difficile che l’emergere dei BRICS possa allentare questa stretta nell’idea del multilateralismo ,mentre l’alleanza dello SCO sembra confermare la tendenza “imperiale” con la formazione di un blocco tra Asia Centrale e Impero di Mezzo molto forte militarmente e provvisto di una potenza atomica espressa da una pluralità di stati.

Un altro punto di riflessione dovrebbe riguardare l’arrestarsi di quel processo di cedimento di sovranità dello “Stato – Nazione” che sembrava aspetto decisivo nella fase di globalizzazione pre-crollo del 2008.

L’Unione Europea priva di una propria dimensione politica non riesce proprio a sviluppare una qualche forma di autonomia rispetto all’orbita occidentale della superpotenza USA, tanto cara alla destra italiana e al suo governo.

Il ritorno alla dimensione imperiale rende quindi di pressante attualità nel pericolo di guerra globale il recupero della nozione pacifista da parte delle sinistre alternative e di opposizione a questo tipo di logica del tutto distruttiva.

Nozione pacifista da recuperare attraverso proposte riguardanti prima di tutto lo spazio politico europeo tornando a pensare al disarmo e alla creazione di “zone neutrali” al centro del continente oltre alla promozione della democrazia affrontando anche il tema della concezione della riduzione della politica in una forma semplificatoria di semplice e pura determinazione del “comando”.

Di Franco Astengo

Lunga militanza politico-giornalistica ha collaborato con il Manifesto, l'Unità, il Secolo XIX,. Ha lavorato per molti anni al Comune di Savona occupandosi di statistiche elettorali e successivamente ha collaborato con la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Genova tenendo lezioni nei corsi di "Partiti politici e gruppi di Pressione", "Sistema politico italiano", "Potere locale", "Politiche pubbliche dell'Unione Europea".

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