Gli allarmi del FMI e della Banca d’Inghilterra indicano che le quotazioni dell’A.I. rischiano di formare una nuova bolla. Secondo Gordon e altri economisti la crescita occidentale è in stagnazione, l’innovazione digitale non basta e serve un nuovo paradigma economico-sociale oltre il consumismo e la finanza speculativa.
Cresce l’allarme per la “bolla A.I.” e il declino della crescita moderna
Negli ambienti finanziari internazionali cresce il sospetto che la corsa all’intelligenza artificiale stia assumendo i tratti classici di una bolla speculativa. A lanciare l’allarme non sono analisti di seconda fila, ma figure centrali come Kristalina Georgieva, direttrice del Fondo Monetario Internazionale, e la Banca d’Inghilterra, entrambe concordi nel segnalare l’enorme scollamento tra il valore reale delle imprese tecnologiche e le loro valutazioni in borsa.
L’euforia dei mercati, sospinta da un’abbondanza di liquidità e da aspettative irrealistiche sugli utili futuri, ricorda sempre più da vicino il clima che precedette l’esplosione della bolla delle dot-com all’inizio del millennio.
L’A.I., oggi, è diventata l’oro digitale del XXI secolo: promette rivoluzioni, ma rischia di trasformarsi nell’ennesimo miraggio finanziario alimentato da capitali in cerca di rendimenti impossibili.
A questo proposito, la riflessione dello storico dell’economia Robert J. Gordon proponeva, già un decennio fa, che l’economia americana – e per estensione quella occidentale – uno scenario in cui si preparavano decenni di stagnazione.
Gordon, attraverso un’opera monumentale che analizza centinaia di dati economici, sosteneva che non fosse in atto né fosse prossima una “terza rivoluzione industriale” basata sul digitale e che la produttività non ne fosse stata minimamente scossa. Da qui l’allarme: se le macchine e i robot sostituiscono lavoro umano – più costoso e più complesso – si produce meno lavoro, si percepisce meno reddito, e si consuma meno.
Innovazione e limiti strutturali del modello economico
La riflessione economica classica ruota attorno alla crescita: innovazione, espansione demografica, mercato. Ma oggi quel modello è sotto tensione. L’economia moderna occidentale – o capitalismo, come spesso lo chiamiamo – è la forma che dal Seicento anglo-olandese si è diffusa con materie, energie, capitali e idee che si trasformano in processi produttivi e in stili di vita. Tuttavia, l’Europa affronta un declino demografico che mette a dura prova la logica della crescita indefinita.
Gordon ricorda che la vera rivoluzione produttiva fu la seconda rivoluzione industriale (a partire dal 1870): il passaggio da un mondo rurale a uno urbano dotato di acqua corrente, elettricità, motore a combustione interna. Tali innovazioni cambiarono radicalmente le condizioni di vita e permisero un boom produttivo. Ma negli ultimi settanta anni, si chiede Gordon, quanto di radicalmente trasformativo abbiamo davvero inventato? Molto poco, sostiene.
Se l’innovazione digitale è senza dubbio importante, va però contestualizzata: da sola non porta la stessa spinta di elettricità o motori a scoppio, almeno non ancora. E ciò solleva dubbi sulla capacità del sistema economico occidentale di mantenere il ritmo delle crescite passate.
Verso un nuovo paradigma sociale ed economico
Il quadro che emerge è quello di un ciclo storico: un’economia forte in avvio, poi rallentata, poi in stagnazione, infine potenzialmente in discesa. E questo non per carenza di risorse o intelligenza, ma perché l’“universo materiale” occidentale è in buona parte saturo: abbiamo case, automobili, infrastrutture. Negli Stati Uniti si arriva a circa 850 automobili ogni 1 000 abitanti, in Cina ben 250: le aree “da sviluppare” hanno ancora spazio; noi, meno.
Così, la persistente crisi occidentale – aggravata da globalizzazione incontrollata, finanziarizzazione e neoliberismo – non sembra avere vie d’uscita se non sotto forma di bolle speculative e di diseguaglianze sociali sempre più marcate: più si riproducono i capitali, meno si riproducono le persone.
