Alex Marquez

La Germania investe oltre 350 miliardi per diventare il pilastro militare europeo, tra nuovi carri Leopard, F-35, droni e missili a lungo raggio. Berlino punta a un riarmo storico, ma resta dipendente dagli USA. Un ritorno di potenza che apre più interrogativi che certezze.

La Germania si riarma: Europa più sicura o rischio maggiore?

Il governo tedesco si prepara a un salto di qualità senza precedenti: oltre 350 miliardi di euro per trasformare Berlino nel cardine militare dell’Europa atlantica. Una cifra imponente, presentata come l’investimento necessario per difendere il continente e rassicurare gli alleati. Ma davvero maggiore armamento equivale a maggiore sicurezza, o siamo di fronte all’ennesima illusione tecnologica dell’Occidente?

L’idea che un nuovo riarmo tedesco possa “mettere in sicurezza” l’Europa suona quasi comica, se non fosse tragica. Ogni volta che Berlino ha creduto alle virtù taumaturgiche delle armi, il continente si è ritrovato in macerie. Due guerre mondiali dovrebbero bastare come promemoria, ma pare di no.

La vecchia locomotiva industriale, dunque, è intenzionata a sostituire le catene di montaggio automobilistiche con linee dedicate ai Leopard e ai nuovi sistemi missilistici. Non è solo un cambio di paradigma economico: è un cambio di identità nazionale.

A dare concretezza a questa svolta è il programma di approvvigionamento elaborato dal governo guidato da Friedrich Merz, analizzato da Politico.eu e reso noto da InsideOver. Un dossier di 39 pagine – in parte secretato fino a pochi mesi fa – in cui la Germania individua Russia e Cina come potenziali avversari strategici. Il documento delinea la cornice finanziaria e operativa che dovrebbe consentire alla Bundeswehr di diventare “il più forte esercito convenzionale d’Europa”. Un’ambizione che richiama ombre del passato e, soprattutto, interrogativi sul futuro.

Il ritorno della potenza continentale

L’operazione si inserisce nella più ampia strategia europea “ReArm”, rilanciata sull’onda del conflitto ucraino e alimentata dalla narrativa dei paesi baltici circa un rischio imminente sul fianco orientale. Il cancelliere ha persino invocato modifiche costituzionali e nuovo debito per sostenere la rinascita industrial-militare, a patto che i fondi restino ben ancorati alla produzione tedesca.

Un patriottismo economico che non dispiacerà ai giganti della difesa come Rheinmetall, pronti a incrementare la produzione di veicoli da combattimento: nuovi modelli di Leopard, 687 Puma e Boxer, sistemi antidrone Skyranger 30 e una lunga lista di apparati specialistici per la difesa aerea, dai missili Iris-T alle munizioni avanzate.

Sul fronte dei velivoli, Berlino punta a superare una flotta ancora basata su Eurofighter e Panavia Tornado. In attesa del contestato programma franco-tedesco-spagnolo Fcas, arriveranno 35 F-35 statunitensi – con possibile espansione a 50 unità – per non disturbare gli equilibri con Washington. E poi satelliti, centri di controllo e altre ambizioni “spaziali”, in un crescendo che trasforma la sicurezza in una costellazione di hardware ad alta orbita.

La dimensione marittima resta invece l’elemento meno sviluppato: qualche drone navale AWS, sottomarini convenzionali e fregate d’attacco. Nulla che possa suggerire un sogno talassocratico, e forse è meglio così.

Missili, alleanze e l’eterno ombrello nucleare

A colpire è l’intenzione di dotarsi di 400 missili da crociera Tomahawk Block Vb e dei relativi lanciatori Typhon. Una combinazione che garantirebbe capacità di attacco fino a 2.000 km: un raggio che include comodamente il territorio russo, con tutte le implicazioni del caso. Gli F-35 potranno inoltre ospitare le bombe nucleari statunitensi B61, soggette tuttavia al sistema della “doppia chiave”: un meccanismo che ribadisce la dipendenza strategica da Washington.

Ed è qui che l’intera architettura mostra le sue crepe. Come ricorda Politico.eu, anche dopo i 377 miliardi, le capacità a lungo raggio e nucleari della Germania rimarranno subordinate all’alleato americano. Berlino vuole essere la “spina dorsale” d’Europa, ma la colonna vertebrale strategica continua a parlare inglese.

Non per indulgere a paure storiche, ma per comprendere che la sicurezza, oggi, non si misura solo a colpi di miliardi e arsenali: si misura nella trasparenza e nella responsabilità politica. E su questi fronti, Berlino è ancora avvolta in un silenzio che rassicura poco.

Un dettaglio non irrilevante per un continente che, a soli ottantacinque anni dagli orrori del XX secolo, sta nuovamente flirtando con il mito del riarmo salvifico. La storia non si ripete mai uguale, ma spesso rima con inquietante fedeltà.

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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