L’ultimo progetto di Ursula von der Leyen per controllare i media dell’Ue.
L’Unione europea vuole monitorare il discorso pubblico con un nuovo strumento: lo Scudo democratico. Presentato come un’iniziativa per difendere i cittadini europei da fake news e interferenze straniere, rischia invece di concentrare nella Commissione un potere senza precedenti nel guidare la narrazione pubblica. Tra fact-checker finanziati da Bruxelles, un centro di monitoraggio dei contenuti e un nascente apparato d’intelligence, la misura potrebbe trasformarsi in un meccanismo di repressione del dissenso.
Ascolta l’articolo, narrato da Giulio Bellotto:
Controllo narrazione Il nuodo progetto di Ursula von der Leyen mira a monitorare il discorso pubblico e, secondo Thomas Fazi, rischia di concentrare nella Commissione un potere senza precedenti sulla narrazione pubblica.
Repressione dissenso Presentato come uno strumento contro «fake news» e «interferenze straniere», lo Scudo democratico potrebbe trasformarsi in un meccanismo di repressione del dissenso.
Circuito fact-checker L’Ue finanzia fact-checker e media «indipendenti» per «verificare» e amplificare le proprie narrazioni, istituzionalizzando il potere di definire la realtà.
Macchina propagandistica Fazi denuncia che la Commissione sta costruendo una macchina di censura su scala continentale, finanziando ong, media e università per promuovere l’ideologia pro-Ue e contrastare l’euroscetticismo.
Centralizzazione potere Unita al piano per un apparato d’intelligence sovranazionale, l’iniziativa rivela una tendenza alla centralizzazione del potere nelle mani di Ursula von der Leyen, interferendo anche nei processi elettorali.
Lo Scudo democratico, l’ultimo progetto di Ursula von der Leyen, rappresenta un’escalation pericolosa nella costruzione Ue di una macchina della censura a livello continentale. Questi strumenti, come il Digital Services Act (Dsa), dichiarano di voler proteggere i cittadini e la democrazia da «fake news», «disinformazione» e «ingerenze straniere».
In realtà, il loro scopo è quello di controllare la narrazione e reprimere il dissenso proprio mentre le élite politiche europee affrontano livelli di sfiducia pubblica senza precedenti, centralizzando il controllo sul flusso delle informazioni e imponendo un’unica «verità» definita a Bruxelles.
Qui non si tratta di proteggere la democrazia, ma di proteggere l’establishment dalla democrazia. Se considerato insieme ad altre iniziative, come il piano di von der Leyen per creare un apparato d’intelligence sovranazionale simile alla Cia, il quadro rivela una tendenza alla concentrazione del potere nelle mani della Commissione.
Come ha osservato di recente un diplomatico dell’Ue, in perfetto stile orwelliano: «La libertà di parola resta per tutti. Allo stesso tempo, però, i cittadini devono essere liberi dalle interferenze». Ma chi decide cosa costituisce un’«interferenza»? Chi stabilisce cosa è «vero» e cosa è «falso»? Le stesse istituzioni e gli stessi media aziendali che ripetutamente hanno diffuso allarmismi e disinformazione.

Il 31 agosto, è uscita la notizia che il sistema Gps dell’aereo di Ursula von der Leyen era stato disturbato dalla Russia – un’accusa rapidamente smentita dagli analisti. Nel frattempo la Bbc, spesso presentata come un modello di integrità giornalistica, è stata recentemente colta ad alterare un filmato di un discorso di Donald Trump per farlo apparire più estremo. E che dire della copertura mediatica ossessiva sulle presunte «incursioni di droni russi» in tutta Europa delle ultime settimane, per le quali non è stata fornita alcuna prova?
L’Ue sostiene di voler proteggere i cittadini dalle «falsità», ma su quale base democratica o morale la Commissione si arroga l’autorità di decidere cosa sia vero, soprattutto quand’è chiaro che lo stesso establishment politico-mediatico europeo ricorre regolarmente alla disinformazione e alla propaganda? Inoltre, quando i cosiddetti fact-checker indipendenti sono selezionati e finanziati dalla stessa Commissione, il risultato è un circuito chiuso: l’Ue finanzia istituzioni che poi «verificano» e amplificano le narrazioni dell’Ue stessa. Lo Scudo democratico istituzionalizza quindi il potere di definire la realtà.
L’Ue ama parlare di libertà. In un suo recente comunicato stampa, ha lanciato lo Scudo europeo per la democrazia, che promette di proteggere tutto: dalle «persone libere» alle «elezioni libere» fino – trattandosi dell’Ue – a una «vibrante società civile». Tutto molto ammirevole, almeno sulla carta. In realtà, però, lo Scudo è solo la più recente visione della non libertà: reprimere il dissenso e controllare il discorso pubblico con il pretesto di difendere la democrazia dalle interferenze straniere e dalle fake news.
Come parte dello Scudo europeo, la Commissione propone la creazione di un Centro di monitoraggio incaricato di identificare e rimuovere da internet «contenuti falsi» e «disinformazione». Come ha dichiarato Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva per Sicurezza e Democrazia, lo Scudo permetterà all’Europa di «difendere le sue fondamenta e i suoi valori democratici». L’Alto rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, non ha nascosto la natura anti-russa dell’iniziativa: «Assistiamo a campagne, anche da parte della Russia, concepite specificamente per polarizzare i nostri cittadini, minare la fiducia nelle nostre istituzioni e inquinare la politica nei nostri Paesi».

La parola «indipendente» appare ripetutamente nel comunicato. Sarà istituita una nuova «rete europea indipendente di fact-checker» in tutte le lingue ufficiali dell’Ue, mentre lo European Digital Media Observatory (Edmo) – la principale rete «di fact-checking» dell’Ue, finanziata con quasi 30 milioni di euro – otterrà nuovi poteri «indipendenti» per monitorare le elezioni e le situazioni di crisi. Ma ricordiamolo: a Bruxelles, «indipendenza» significa dipendenza finanziaria dalla Commissione. Per garantire tale «indipendenza», infatti, la Commissione promette finanziamenti generosi a ong e media «indipendenti».
Lo Scudo democratico si basa sul recente Digital Services Act (Dsa), la più ampia regolamentazione di internet mai implementata in Europa. L’obiettivo non è «combattere la disinformazione», come dichiarato, ma controllare la narrazione in un momento in cui le élite europee affrontano un livello di sfiducia senza precedenti. In sintesi, la Commissione sta costruendo una macchina di censura su scala continentale.
Come ho mostrato in diversi recenti rapporti, l’Unione gestisce un esteso apparato di propaganda e censura che attraversa ogni livello della società civile: ong, think tank, media e persino università. Il fulcro di questo sistema è una rete di programmi finanziati dall’Ue – in particolare Cerv (Citizens, Equality, Rights and Values), Creative Europe e l’iniziativa Jean Monnet – che convogliano collettivamente miliardi di euro verso organizzazioni in teoria «indipendenti» ma in realtà profondamente integrate nella narrazione di Bruxelles.

Solo attraverso il programma Cerv – che dispone di un budget di quasi 2 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 – oltre 3.000 ong hanno ricevuto fondi per realizzare più di 1.000 progetti. Ufficialmente, questi fondi servono a promuovere i «valori europei». In pratica, finanziano attivismo progressista e pro-Ue: ideologia di genere, multiculturalismo, anti-nazionalismo e «contrasto all’euroscetticismo».
Molti progetti sono esplicitamente ideati per «aumentare la fiducia nell’Ue» o «contrastare le narrazioni anti-Ue». Nel frattempo, ong dell’Europa centrale e orientale ricevono finanziamenti per «contrastare le narrazioni autocratiche» e «sfidare l’euroscetticismo», spesso prendendo di mira direttamente i governi di Polonia (sotto il precedente esecutivo) e Ungheria – tattiche di influenza esterna molto simili a quelle storicamente associate a Usaid.
Il risultato è una pseudo-società civile – una rete di attori apparentemente «dal basso» che funzionano come proxy della Commissione, amplificandone l’agenda e costruendo l’illusione di un sostegno popolare alle sue politiche.
Lo stesso schema si riscontra nei media. Come ho scritto su Krisis, l’Ue convoglia almeno 80 milioni di euro all’anno direttamente a giornali, broadcaster, agenzie di stampa e «partenariati giornalistici», quasi 1 miliardo nell’ultimo decennio. Programmi come Imreg (Information Measures for Cohesion Policy) hanno pagato i media per pubblicare articoli che lodano i fondi di coesione dell’Ue, in alcuni casi senza nemmeno dichiarare che il contenuto era finanziato dall’Ue. La Commissione lo chiama «sensibilizzazione». In qualsiasi altro contesto, sarebbe considerato pubblicità occulta o propaganda.
La macchina della propaganda dell’Ue si estende anche all’università. Come ho scritto sempre su Krisis, attraverso il programma Jean Monnet, la Commissione assegna circa 25 milioni di euro l’anno a università e istituti di ricerca in tutto il mondo. L’obiettivo non è sostenere la ricerca indipendente, ma incorporare l’ideologia pro-Ue nell’istruzione superiore, trasformando l’accademia in uno strumento ideologico.
Con lo Scudo democratico, la Commissione intende ora espandere massicciamente questo apparato. Propone non solo di istituire quello che equivale a un Ministero della Verità, ma anche di iniettare ancora più denaro in ong, media «indipendenti» e reti di fact-checking incaricate di promuovere i «valori europei».

Se l’obiettivo dell’Ue fosse solo manipolare le narrazioni, sarebbe già allarmante. Ma il quadro suggerisce ormai una direzione che punta verso un’interferenza diretta nei processi elettorali. L’abbiamo già visto in Paesi come Romania e Moldavia, dove le élite locali – con il sostegno esplicito o implicito di Bruxelles – hanno invocato lo spettro dell’«ingerenza russa» (senza fornire prove significative) per giustificare plateali manipolazioni elettorali.
In Romania, le autorità hanno annullato un’elezione e impedito al candidato populista favorito di partecipare. In Moldavia, le autorità pro-Ue hanno usato «preoccupazioni di sicurezza» per impedire il voto agli espatriati filorussi. Proteggere la democrazia diventa così il pretesto per sospenderla.
L’appetito della Commissione per il controllo non si limita alle informazioni e alle elezioni. Ursula von der Leyen ha di recente avviato anche la creazione di una nuova unità d’intelligence sotto l’autorità diretta della Commissione europea. Secondo il Financial Times, l’obiettivo è unificare i dati d’intelligence degli Stati membri e «rafforzare la capacità dell’Ue di individuare e rispondere alle minacce».
Questo quadro rivela un orientamento alla centralizzazione del potere nelle mani della Commissione – e personalmente di Ursula von der Leyen. Molti osservatori trovano profondamente inquietante l’idea di consegnare all’«imperatrice Ursula» un esercito sovranazionale di spie, operante al di fuori del controllo dei parlamenti nazionali.
In questo contesto, l’obiettivo dello Scudo democratico è sorvegliare il discorso online, costringere piattaforme, giornalisti, accademici e cittadini a conformarsi a una visione del mondo approvata dalla Commissione e mettere a tacere il dissenso in nome della «lotta alle interferenze straniere». Eppure è sempre più evidente che la vera guerra alla democrazia non è condotta da Mosca o da Pechino – ma dall’interno, dalle stesse istituzioni che affermano di difenderla.
