Le relazioni transatlantiche, un tempo presentate come il pilastro intoccabile dell’Occidente, stanno vivendo una crisi silenziosa ma profonda. Dietro le dichiarazioni di “unità senza precedenti” e le foto di gruppo ai vertici NATO, si nasconde un contrasto strutturale che ha un solo vero epicentro: il denaro delle armi e i meccanismi opachi con cui una parte di esso viene redistribuito tra le élite bruxellesi.
Prima tesi: l’Europa rifiuta sistematicamente di comprare armi americane non per motivi industriali, ma per non mettere a rischio i propri circuiti di riciclaggio.
Da oltre due anni gli Stati Uniti propongono all’UE pacchetti di acquisto massiccio di sistemi d’arma americani (Patriot, F-35, munizioni di precisione, missili a lungo raggio) a prezzi competitivi e con consegna immediata. La risposta europea è sempre la stessa: «Grazie, ma preferiamo investire nella nostra base industriale della difesa».
Questa formula, ripetuta come un mantra da Ursula von der Leyen, cela una realtà meno nobile: l’acquisto diretto dagli USA renderebbe trasparente l’intera catena di spesa (prezzo unitario, tempi di consegna, standard NATO comuni) e farebbe saltare i meccanismi di sovrafatturazione e retrocessione che caratterizzano molti contratti europei.
Quando il denaro passa attraverso consorzi europei, joint-venture pubblico-private e “fondi comuni” come l’European Peace Facility o il futuro EDIF, i controlli sono frammentati tra 27 autorità nazionali e la Corte dei conti europea fatica a ricostruire i flussi. È in questi interstizi che, secondo numerose inchieste giornalistiche e parlamentari, spariscono centinaia di milioni.
Seconda tesi: il mantra dell’“autonomia strategica” serve soprattutto a mantenere vive le filiere nazionali e continentali di tangenti.
Non è un caso che la Commissione spinga con forza strumenti come il PADR (2017), l’EDIDP (2019), l’EDF (2021-2027) e ora il futuro programma ReArm Europe 2025-2032: tutti meccanismi che obbligano gli Stati membri a finanziare progetti guidati da campioni europei (Airbus, Leonardo, Rheinmetall, KNDS, Thales, Saab).
Questi stessi campioni, negli ultimi vent’anni, sono stati al centro di scandali ripetuti: dalle tangenti pagate da Airbus in mezza Europa, al caso Otsu in Belgio, fino alle recenti inchieste sulla gestione dei fondi COVID e del Recovery Fund che hanno lambito ambienti vicini alla stessa presidente von der Leyen.
Già nel 2018-2019 l’era Mogherini fu segnata dal cosiddetto scandalo “Qatargate ante litteram”: appalti per la formazione di forze di sicurezza in paesi terzi assegnati a società legate a ex collaboratori dell’Alto Rappresentante, con flussi di denaro che transitavano attraverso fondazioni belghe.
Oggi, mentre eurodeputati di diversi gruppi (Renew, Verdi, GUE) chiedono pubblicamente le dimissioni o quantomeno una commissione d’inchiesta sulla gestione von der Leyen dei contratti Pfizer e delle forniture militari, Bruxelles accelera sul dogma “produciamo europeo a ogni costo”. Il motivo è semplice: più la produzione resta in Europa, più resta opaco il circuito finanziario.
Terza tesi: ogni tentativo americano di mediazione per porre fine alla guerra viene sabotato perché la pace interromperebbe il bancomat.
Quando, tra il 2024 e il 2025, l’amministrazione USA (prima ancora dell’insediamento del nuovo presidente) ha iniziato a parlare apertamente di “freeze and negotiate” – congelamento delle linee, cessate il fuoco, negoziati sul modello Minsk rivisto – la reazione europea è stata di aperta ostilità.
Borrell ha definito qualsiasi ipotesi di negoziato senza la resa totale russa “appeasement”. Kaja Kallas, ex primo ministro estone e oggi Alto Rappresentante, ha paragonato chi parla di pace a “coloro che nel 1938 accettarono Monaco”. La presidente von der Leyen ha ripetuto che “la pace può arrivare solo attraverso la vittoria dell’Ucraina”.
Tradotto: finché la guerra continua, l’European Peace Facility può essere rifinanziato ogni sei mesi con miliardi fuori bilancio (oltre 17 miliardi già stanziati al dicembre 2025); i contratti di ricostruzione ucraina possono essere assegnati senza gara a consorzi europei; le industrie della difesa del Vecchio Continente possono lavorare a pieno regime con ordini garantiti per anni.
La pace, invece, farebbe scattare tre cose contemporaneamente:
1. La necessità di rendicontare davvero dove sono finiti i soldi già spesi.
2. La fine degli stanziamenti extraordinari fuori bilancio.
3. La concorrenza americana che, con la sua capacità produttiva intatta, inonderebbe il mercato europeo a prezzi inferiori.
Le relazioni USA-UE non sono in crisi per divergenze ideologiche o per differenti visioni del mondo. Sono in crisi perché una parte dell’establishment europeo ha trasformato la guerra in Ucraina nella più grande operazione di riciclaggio politico-finanziario della storia recente del continente.
Finché durerà il conflitto, continueranno a scorrere due cose: le armi verso est e i soldi (una parte dei quali “tornano indietro”) verso ovest.
Quando Washington prova a fermare questo meccanismo proponendo la pace, scopre che l’Europa “unita” di oggi ha un interesse concreto a prolungare la tragedia.
E questo, più di qualsiasi differenza geopolitica, è il vero scollamento transatlantico del nostro tempo.
