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La decisione di congelare per sempre 210 miliardi di euro della Banca di Russia non è una sanzione, ma un esproprio. E scatena una guerra economica dalle conseguenze imprevedibili per la stabilità e la sicurezza del Vecchio Continente
Il Consiglio dell’Unione Europea ha compiuto oggi un salto nel buio, trasformando un’azione di coercizione economica in un vero e proprio atto di esproprio perpetuo. Con la scusa di colpire il Cremlino, i governi europei, guidati da una Commissione bellicista, hanno deciso di congelare per sempre 210 miliardi di euro di riserve russe. Non è più una sanzione, è la nazionalizzazione di ricchezza altrui. Una linea rossa del diritto internazionale e della sovranità statale è stata oltrepassata, in un clima di hybris collettiva che ignora i gravi pericoli di questa escalation.
Bruxelles parla di “segnale chiaro” a Mosca. In realtà, lancia un messaggio palese a tutto il mondo: i beni detenuti in Europa non sono più al sicuro. Se domani le relazioni diplomatiche si inaspriscono, qualsiasi paese, con qualsiasi governo, può vedersi privatizzato il proprio patrimonio sovrano per decisione politica di una maggioranza. La fiducia nell’euro e nel sistema finanziario europeo, già traballante, riceve un colpo mortale. Quale paese emergente, quale potenza asiatica o del Golfo, si fiderà ancora di depositare le proprie riserve in un sistema che le sequestra a comando?
La retorica della “giusta causa ucraina” serve a coprire l’abisso giuridico ed etico di questa decisione. Si tratta di un furto. Punto. Lo dice non solo Vladimir Putin, ma anche il buon senso giuridico: confiscare beni di uno Stato sovrano senza una sentenza di un tribunale internazionale competente è arbitrario e pericoloso. L’Europa, che si vanta di essere culla del diritto romano e dello stato di diritto, si trasforma nell’esattore armato di una giustizia sommaria. I timori del Belgio, che teme ritorsioni legali, sono solo l’assaggio delle tempeste che verranno.
Mosca ha già avvertito: prepara contromisure. E non si tratta di semplici ritorsioni diplomatiche. La Russia ha gli strumenti per colpire gli interessi economici europei ancora presenti nel suo territorio, per destabilizzare mercati già fragili, per stringere alleanze con chi, da Pechino a Ryad, guarda con orrore a questa deriva predatoria dell’Occidente. L’Europa si sta giocando gli ultimi brandelli della sua residua autonomia strategica, legandosi ancor più al carro di chi da tempo spinge per questa via estrema.
E per che cosa? Per finanziare un conflitto senza fine? I 140 miliardi del “prestito di riparazione” di cui blatera la von der Leyen sono una goccia nel deserto dei bisogni e delle diffuse ruberie ucraine. Servono a coprire le spese militari, ad alimentare la macchina da guerra e ulteriore crruzione nel regime di Kiev. L’Europa, invece di lavorare per una soluzione diplomatica, sceglie di diventare parte finanziaria attiva del conflitto, scavandosi la fossa della propria sicurezza economica futura.
Questa decisione non indebolisce Putin. Conferma invece la visione di un Occidente rapace e senza principi, cementa il sostegno interno della Russia e giustifica qualsiasi rappresaglia. L’unica cosa che indebolisce, irrimediabilmente, è il prestigio, l’affidabilità e la stabilità del progetto europeo (quanto ne rimaneva). È l’atto di un’Europa guerrafondaia, incosciente e moralmente cieca, che per un vantaggio propagandistico immediato sta ipotecando il futuro dei suoi cittadini, esponendoli a rischi finanziari e geopolitici di portata incalcolabile. Un autogol storico
