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Siamo arrivati a un punto inquietante. L’Unione Europea non si limita più a marginalizzare le voci critiche, ma ricorre alle sanzioni – nate come strumenti economici – per colpire singoli cittadini, di fatto mettendoli al bando per opinioni non allineate. Era già successo a tre giornalisti tedeschi; ora l’ultimo pacchetto colpisce anche Jacques Baud, analista noto ed ex colonnello svizzero, accusato di “propaganda filorussa” per aver espresso una lettura diversa della guerra in Ucraina e per aver parlato con media russi.
Con un salto logico sconcertante, ciò lo rende persino “responsabile delle azioni della Federazione Russa”. È difficile non vedere in tutto questo un attacco senza precedenti alla libertà di espressione e allo Stato di diritto nell’Europa del dopoguerra. Non sorprende che questa deriva provenga da un’UE che, da decenni, concentra poteri erodendo i meccanismi democratici.
Va ricordato che tali sanzioni non sono decise da tribunali: sono atti dell’esecutivo, adottati contro persone mai riconosciute colpevoli da alcuna corte. Le conseguenze sono pesanti: divieti di ingresso e transito nell’UE e, soprattutto, congelamento di beni e conti bancari.
Se non si reagisce a questa deriva autoritaria, il rischio è che presto sia troppo tardi.
