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Ferdinando Pastore

La svolta del Pds nei primi anni Novanta segna l’abbandono della tradizione filoaraba italiana e l’allineamento a Washington e Israele. Da lì nasce un assetto politico liberale e repressivo che oggi giustifica censura, arresti e compressione del dissenso.

Alle radici della repressione filosionista

Neanche il tempo di nascere che il Pds si affrettò a trasgredire la tradizione filopalestinese del Partito comunista italiano. Il primo viaggio diplomatico del neonato partito della sinistra dallo sguardo attento alla prassi del notabilato europeo e intriso di disciplina ordo-liberale, fu a Tel Aviv. Tanto per essere chiari sulle nuove priorità post-comuniste: governare sotto il dettato di Washington.

Ma in più, qualche mese dopo, nel 1992, in quel passaggio storico rivelatosi determinante perché fossero consolidate le fondamenta filosofiche della seconda repubblica, il neonato sodalizio parlamentare denominato “Associazione di amicizia con Israele“, rigorosamente partecipato da tutti i gruppi, viaggiò in allegria verso Israele, ricevuto in pompa magna dalla Knesset, con Oscar Luigi Scalfaro a capeggiare la delegazione nelle vesti di Presidente dell’associazione.

Chissà perché, solo dopo pochi mesi, Scalfaro mise d’accordo tutti i partiti perché diventasse il primo Capo dello Stato nell’era della post-democrazia.

In quel frangente lo Stato italiano mutò indirizzo. Difatti, la nostra diplomazia, storicamente, nonostante la dovuta fedeltà al Patto Atlantico, sin da quando fu espressa una linea anticolonialista rispetto alle mire britanniche e francesi, dimostrò una propensione filoaraba, enfatizzata dall’opera di Fanfani, Mattei, Moro e, successivamente da Craxi e Andreotti.

I nove arresti di questi giorni per finanziamenti filo-Hamas, compreso quello di Mohammad Hannoun, sono in linea di continuità con la logica politica che ha sostanziato la seconda repubblica.

Con la fine dei partiti di massa, con la liquidazione della generazione figlia della Resistenza, il sistema parlamentare e gli indirizzi di governo avrebbero dovuto ricollocarsi in senso strettamente filo-statunitense e filo-israeliano con un’impostazione ideologica, per ciò che concerne gli affari interni, violentemente anti-socialista.

Il culto del mercato, il Washington Consensus, la verticalizzazione delle istituzioni, la soppressione per via legislativa dei diritti sociali e della legittimità del conflitto di classe, l’accettazione dei vincoli di bilancio di Maastricht, la riabilitazione in chiave ultra-capitalista dei fascisti, rappresentarono i primi vagiti del totalitarismo liberale.

Lo stesso che oggi censura, arresta, denigra, reprime, intimidisce l’opposizione politica, sociale e culturale, col plauso convinto dell’intero arco parlamentare che ha dimenticato, da tempo, il dovere di conformarsi al dettato costituzionale.

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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