Alexandro Sabetti

Censura digitale, sanzioni contro opinioni dissenzienti e controllo algoritmico: l’UE restringe la libertà di espressione mentre la proclama valore fondativo. Dalla guerra informativa alle liste di proscrizione, la deriva autoritaria è già in atto.

Libertà vigilata: l’Europa tra censura algoritmica e pulsioni autoritarie

In Europa si continua a parlare di libertà di espressione come di un valore fondativo, salvo poi trattarla come una patologia da contenere. Il paradosso non è più nemmeno nascosto: il linguaggio della sicurezza ha colonizzato quello dei diritti, e la censura viene presentata come una misura igienica, preventiva, persino benefica. Non siamo di fronte a un incidente di percorso, ma a una torsione strutturale che coinvolge istituzioni europee, governi nazionali e grandi piattaforme digitali.

I numeri, più delle dichiarazioni, raccontano la portata del fenomeno. Ogni mese, milioni di contenuti vengono rimossi nello spazio digitale europeo in applicazione del Digital Services Act e dei regolamenti precedenti. La Commissione UE rivendica apertamente questa attività come parte della “difesa dello spazio informativo”. Una formula neutra, quasi asettica, che però sottende un potere di intervento capillare e largamente discrezionale.

L’ideologia della moderazione permanente

Il cuore del problema non è la regolazione in sé, ma il suo presupposto ideologico: l’idea che la libertà di parola sia un rischio sistemico. Quando Ursula von der Leyen ha paragonato la disinformazione a un virus da debellare, ha adottato una metafora tutt’altro che innocente. Se l’informazione è un agente patogeno, allora la censura diventa un vaccino. E come ogni vaccino somministrato dall’alto, non ammette consenso ma solo obbedienza.

Il blocco totale dei media russi nell’Unione Europea, senza distinzioni tra informazione, propaganda o analisi critica, rappresenta uno spartiacque. Non si colpiscono singoli contenuti, ma interi ecosistemi informativi. Una scelta che contraddice platealmente la retorica europea sul pluralismo, e che apre un precedente pericoloso: oggi tocca ai media russi, domani a chiunque venga considerato “ostile” all’ordine narrativo dominante.

Nel frattempo, le grandi piattaforme tecnologiche pagano. E pagano molto. Google, Meta e altri colossi hanno ormai internalizzato le sanzioni europee come un costo strutturale, tanto che nei report finanziari compaiono voci dedicate esclusivamente alle multe inflitte dalla Commissione. Oltre dieci miliardi di dollari in pochi anni non sono il segno di una regolazione efficace, ma di un conflitto permanente tra potere politico e infrastrutture comunicative globali.

Dalle sanzioni alle liste di proscrizione

Il passaggio più inquietante, tuttavia, riguarda la personalizzazione della repressione. Non più soltanto contenuti rimossi, ma individui sanzionati per le loro opinioni. Il recente pacchetto di misure firmato da Kaja Kallas contro figure accusate di “diffondere narrazioni alternative” sulla guerra in Ucraina segna un salto di qualità. Tra i colpiti, analisti e ex militari occidentali come il colonnello svizzero Baud, la cui colpa consiste nell’aver messo in discussione versioni ufficiali o narrazioni belliche semplificate.

Qui il confine con la libertà di ricerca e di analisi strategica viene apertamente violato. Non si sanzionano atti, ma interpretazioni. Non comportamenti, ma parole. E lo si fa in nome dei “valori europei”, evocati come un mantra mentre vengono svuotati di contenuto.

L’Italia non è affatto immune da questa deriva, anzi. Lo zelo dei servi sciocchi non ci ha mai fatto difetto.  Tra leggi emergenziali, estensione dei reati di opinione mascherati da tutela dell’ordine pubblico e un clima mediatico sempre più conformista, il terreno è pronto. La repressione non arriva con i carri armati, ma con circolari, algoritmi e codici di condotta. È una normalizzazione autoritaria, elegante e sorridente, che non ha bisogno di censori in divisa.

Il punto decisivo è politico, non tecnico. Quando le classi dirigenti percepiscono instabilità — a Kiev come a Bruxelles, a Berlino come a Roma — la tentazione di chiudere gli spazi di dissenso diventa irresistibile. La libertà di parola, da fondamento democratico, si trasforma così in una concessione revocabile.

Reagire non è più una questione ideologica, ma di sopravvivenza civile. Difendere il diritto di parola di chi non ci piace è l’unico modo per difendere anche il nostro. Il tempo della neutralità è finito: o si costruisce un fronte ampio contro questa deriva, o la censura diventerà la nuova normalità, presentata — con impeccabile faccia tosta — come progresso.

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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