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In Iran le proteste si estendono e fanno morti. Khamenei le riconosce come legittime ma distingue tra dissenso e rivolta, legittimando la repressione nel secondo caso. Accuse agli Usa per le ingerenze. Il governo gestisce la crisi senza cedere sul controllo.
Iran, la protesta tollerata e il manganello pronto
In Iran si protesta, si muore, si viene arrestati. E si viene anche, con una certa destrezza semantica, “compresi”. È questa la linea sottile tracciata dal potere di Teheran di fronte a una nuova ondata di manifestazioni che, in una settimana, hanno attraversato oltre centosettanta località del Paese. Sedici morti accertati, decine di feriti colpiti da munizioni vere o armi a pallini, un numero imprecisato di arresti. Numeri sufficienti per allertare qualunque osservatore, ma non ancora per pronunciare la parola che a Teheran è tabù: rivoluzione.
La Guida suprema Ali Khamenei ha scelto una strategia antica quanto efficace: concedere legittimità al disagio, negarla a chi lo trasforma in conflitto politico. Le proteste, dice, sono comprensibili; i “disordini”, invece, no. Il bazaar viene definito “leale e rivoluzionario”, quasi a rassicurare il cuore economico e simbolico della Repubblica islamica. Ma subito dopo arriva l’avvertimento: con i rivoltosi non si dialoga, si reprimono. È il manuale del distinguo applicato alla crisi sociale.
Il lessico della comprensione armata
Il messaggio è chiaro: il sistema ascolta, ma solo chi parla piano. Chi alza la voce diventa automaticamente un agente del caos, possibilmente eterodiretto. La magistratura, puntuale, traduce la linea politica in linguaggio giudiziario.
Il capo del potere giudiziario, Gholamhossein Ejei, promette fermezza contro chi “sfrutta il clima” per minare la sicurezza nazionale, offrendo al contempo una via d’uscita a chi ammetterà di essere stato “ingannato”. Una pedagogia punitiva che separa i manifestanti buoni da quelli cattivi, con la differenza che a stabilire chi è chi non sono i tribunali indipendenti, ma l’apparato di sicurezza.
Sul piano interno, il copione è rodato. Più interessante è la dimensione esterna, che Teheran utilizza come moltiplicatore della repressione. Le accuse agli Stati Uniti tornano centrali. Il presidente Masoud Pezeshkian non usa giri di parole: i problemi dell’Iran, sostiene, sono il prodotto diretto delle politiche americane. Le dichiarazioni di Donald Trump, pronto a “sostenere i manifestanti”, vengono liquidate come fanfaronate imperiali. Washington, nella narrazione ufficiale, non difende la libertà: esporta instabilità.
La minaccia esterna come collante interno
Non manca di essere evidenziata la posizione iraniana sulla crisi venezuelana. Teheran denuncia l’intervento statunitense come violazione dell’ordine internazionale e richiama l’Onu alle sue responsabilità. Il messaggio, nemmeno troppo implicito, è che l’Iran non farà la fine del Venezuela. La sovranità viene brandita come scudo, mentre Israele resta sullo sfondo come nemico strutturale, evocato senza bisogno di nominarlo apertamente.
La protesta iraniana, dunque, non viene negata ma incanalata, sterilizzata, separata dal potenziale politico. È una gestione sofisticata, che alterna concessioni retoriche e repressione concreta. Non è ancora una rivoluzione, certo. Ma è qualcosa di più di un semplice malcontento economico. E il fatto che il regime senta il bisogno di spiegarsi, distinguere, giustificare, è forse il segnale più eloquente di una crepa che, per ora, viene tenuta insieme a colpi di ordine e di linguaggio.
