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Zela Santi

Le parole di Trump sulla Groenlandia non sono solo una provocazione: rivelano la debolezza politica europea e un nuovo ordine occidentale sempre più autoritario. Dalla crisi UE alla deriva statunitense e israeliana – con la morte ‘accidentale’ del giudice che indagava su Netanyahu – il potere si riorganizza contro società e democrazia.

Dalla Groenlandia a Israele: il nuovo ordine occidentale tra forza, paura e autoritarismo

Le dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia — comprese le allusioni a un possibile intervento militare per ottenerne il controllo — sembrano, a uno sguardo superficiale, appartenere più alla sfera della provocazione che a quella della politica praticabile. Un’uscita “lunare”, verrebbe da dire. E tuttavia il tempo presente invita alla cautela: l’attuale fase storica ha già mostrato come l’impensabile possa rapidamente diventare dicibile, e il dicibile trasformarsi in opzione concreta. Non è tanto la Groenlandia in sé a contare, quanto il segnale che queste parole inviano dentro e fuori l’Occidente.

La questione non è, dunque, la reale fattibilità di un’annessione di un territorio formalmente legato alla Danimarca, Paese membro della NATO. Il punto è il valore politico dell’enunciazione. Trump parla per testare i limiti, per saggiare le reazioni, per verificare fino a che punto l’ordine internazionale possa essere forzato senza incontrare resistenze significative. In questo senso, la Groenlandia diventa un pretesto, una leva retorica dentro un più ampio processo di ridefinizione dei rapporti di forza.

La provocazione come metodo di potere

La funzione principale di queste dichiarazioni è quella di mettere alla prova l’Europa. Non si tratta di un confronto tra pari, ma di un gioco asimmetrico e volutamente umiliante: “se decidessi di prendermi la Groenlandia, voi cosa fareste?”. È una sfida che colpisce i simboli e le prerogative costitutive dell’Unione europea, esponendone la fragilità politica e la difficoltà a reagire in modo unitario. La provocazione diventa così un metodo di potere, un modo per esibire lo squilibrio senza ricorrere a mediazioni diplomatiche.

Questo squilibrio, tuttavia, non coincide con una onnipotenza statunitense. L’idea di una potenza americana irresistibile è in larga parte una costruzione ideologica. Gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa molto più di quanto Trump e il suo entourage vogliano far credere. Ne hanno bisogno nella competizione strategica con la Cina, nel confronto — tutt’altro che pacificato — con la Russia, sul piano economico e finanziario, e persino nella gestione delle tensioni interne che attraversano la società americana. La forza di Washington non è assoluta; la debolezza europea, invece, appare strutturale.

Questa debolezza non è riconducibile soltanto a fattori militari. È, prima di tutto, politica. I Paesi europei non riescono a coordinarsi, procedono in ordine sparso, spesso in competizione tra loro. Molti capi di governo praticano un doppio registro: si dichiarano convintamente europeisti, salvo poi cercare un rapporto privilegiato con Washington nella speranza di ottenere vantaggi immediati.

L’Unione europea, dal canto suo, non rappresenta un argine, ma piuttosto un amplificatore di questa subalternità, essendo attraversata da un ceto politico e amministrativo profondamente integrato con interessi economici e strategici statunitensi.

Israele come laboratorio della degenerazione occidentale

Questa crisi politica si intreccia con una trasformazione più profonda, che riguarda la natura stessa del potere negli Stati occidentali. La morte del giudice israeliano Ben Sagi, ufficialmente archiviata come incidente stradale, assume un peso particolare alla luce del suo ruolo nel processo a Benjamin Netanyahu. I sospetti che circolano non sono un dettaglio marginale, ma si inseriscono in un contesto già segnato da uno scontro durissimo tra potere esecutivo e magistratura. Anche senza trarre conclusioni definitive, l’episodio rafforza l’immagine di una degenerazione istituzionale avanzata.

Israele appare come un laboratorio estremo ma non isolato. La concentrazione del potere, la criminalizzazione del dissenso, l’erosione dei contrappesi democratici non sono anomalie locali. Negli Stati Uniti, la saldatura tra élite miliardarie, apparati di sicurezza e leadership politica sta producendo un progressivo slittamento verso un modello in cui la forza del diritto viene sostituita dal diritto della forza. Episodi di violenza sistemica, come l’omicidio di Minneapolis, non sono deviazioni casuali, ma segnali di una trasformazione più ampia.

Questa traiettoria non si ferma ai confini americani o israeliani. Riguarda anche l’Europa, dove il neoliberismo ha assunto una forma sempre più autoritaria. A differenza del liberismo classico, il neoliberismo non considera il mercato autosufficiente: richiede l’intervento attivo dello Stato per sostenere la competizione globale del capitale.

In passato questo significava mobilitare esercito, diplomazia e moneta. Oggi si aggiunge un elemento decisivo: l’integrazione degli apparati di polizia e, progressivamente, del potere giudiziario per reprimere il conflitto sociale e garantire l’impunità dei vertici.

La costruzione del nuovo ordine occidentale non passa soltanto dalla politica estera o dalle grandi manovre geopolitiche. Inizia all’interno delle società, attraverso la disciplinarizzazione delle popolazioni, la diffusione della paura, la riduzione degli spazi di dissenso. In questo senso, la Groenlandia non è un episodio isolato, ma un sintomo. Israele, Stati Uniti ed Europa sono tasselli di una stessa architettura: un ordine che sacrifica la democrazia alla stabilità del capitale e prepara il terreno a una normalizzazione dell’autoritarismo

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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