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La risposta delle destre alle problematiche concernenti la sicurezza personale e collettiva è sempre armata, fatta di esercizi muscolari nell’utilizzo di taser, pistole, manganelli e sfollagente di ogni tipo: misure per tutti i gusti, per le manifestazioni più diverse, per le esigenze di uno Stato repressivo che diventa il poliziotto per eccellenza e che, nemmeno salvo in rari casi, quindi proprio mai, risolve i problemi appena citati alla radice, nella loro naturale formazione dove il disagio nasce, cresce, viene fomentato dalla criminalità organizzata o dalla povertà incedente che non risparmia niente e nessuno.

La destra, per sua conformazione ideologica, per sua attitudine primigenia, è securitaria, è bastonatrice, è oleata di ricino, è legge e ordine in un binomio che non contempla nessuno spazio per il dialogo, per l’avvicinamento dei grandi temi irrisolti di una società che mette insieme sopravvivenza giornaliera e impedimento al futuro, alla programmazione anche minima e minimale di una vita degna di questo nome, degna di essere vissuta, come la aggettivavano i vecchi esponenti dei partiti della sinistra di un tempo ormai lontano.

Nostalgie di un repubblicanesimo democratico che, dopo quattro lustri di berlusconismo, rampantismi da tutte le parti, tecnicismi da altrettante tali e, ora, tre anni e più di melonismo, non è ancora completamente messo da parte, all’angolo di un tappeto su cui è andato quasi KO non una, ma parecchie volte. Pur tuttavia, si è sempre rialzato, perché i tentativi di compattamento della Costituzione, di restringimento degli ambiti di partecipazione e dell’equipollenza dei poteri dello Stato sono andati in malora grazie ad una presa di coscienza molto trasversale su cui, lo si può dire con cognizione di causa, si è avvertita una certa maturità civile e civica della popolazione.

La tanta sfiducia che spesso si ha proprio nelle masse, che sono sempre meno abituate ad essere protagoniste del cambiamento sociale, del condizionamento più generale della vita singola e collettiva e quindi anche della politica nazionale, è un elemento cui non ci si deve mai abituare: mai dare per scontato che un dato tema non interessi, non coinvolga, non venga avvertito come urgente e importante nonostante la propaganda di un governo come quello attuale che ha dei caratteri di vera e propria sovversione della democrazia repubblicana.

Vero: i cinque referendum proposti dalla CGIL per migliorare le condizioni lavorative non hanno raggiunto purtroppo l’obiettivo che si prefiggevano. Il mancato raggiungimento del quorum, necessario per i quesiti abrogativi di parti o di intere norme di legge, ha vanificato uno sforzo davvero grande che si era prodotto in una Italia in cui alla sfiducia popolare per le inefficienze delle istituzioni si è sommata la potenza dei mezzi di comunicazione di massa controllati per vie traverse (se non direttamente) proprio dall’esecutivo e dalla sua maggioranza.

Ma quando si perde ci si deve sempre disporre ad una autocritica volta a comprendere le ragioni di quella sconfitta. Se i referendum della CGIL avessero avuto la meglio, oggi, senza ombra di dubbio alcuno, avremmo un margine migliore di partenza nella lotta giorno per giorno per la rivendicazione dei diritti sociali e civili, per la difesa degli stessi e per costringere la protervia del governo a più miti consigli. La stessa riforma della giustizia che mira a mettere, in buona sostanza, la magistratura sotto il controllo di Palazzo Chigi, è un ulteriore tassello di un puzzle che definisce un quadro della voglia di accentramento del potere nelle mani del solo governo e, quindi, un ulteriore passo verso un autoritarismo sempre più conclamato.

Le proposte approdate in Parlamento, che delineano una nuova vera stretta forte sulla sicurezza, nemmeno a dirlo fanno parte di questo disegno di compressione degli spazi di espressione (non ne sono immuni, infatti, nemmeno gli organi di informazione e tutti coloro che si esprimono liberamente e esercitano il diritto di critica nei confronti delle politiche del governo). Tutto si tiene, tutto si lega: negazione dei diritti del mondo del lavoro, controriforma della giustizia che mette i magistrati gli uni contro gli altri, che impedisce un vero autocontrollo da parte del CSM spezzettato in tre parti, che fa del pubblico ministero un poliziotto del diritto.

Se si leggono le proposte della Lega, pienamente accolte dall’intera maggioranza a guida Meloni, si può fare senza nessunissimo sforzo un parallelo con quella che è la nuova presenza poliziesco-militare (ma sarebbe meglio definirla “squadristica“) dei reparti ICE schierati da Trump col fine di espellere gli immigrati irregolari e che, invece, si sta trasformando in una caccia al dissidente, a chiunque è critico verso il presidentissimo, verso il governo degli Stati Uniti d’America tanto da rendere irriconoscibile questi stessi rispetto a ciò cui eravamo abituati a pensare: un grande paese non privo di enormi contraddizioni, ma non certo uno Stato con una polizia politica.

Una polizia politica che si muove su furgoni senza insegne, senza targhe, con agenti che non mostrano il viso, armati di tutto punto, pronti ad uccidere se qualcuno non collabora e non sottostà alle loro disposizioni. La morte della trentasettenne Renee Nicole Good, assassinata a bruciapelo mentre si trovava nella sua auto dall’agente dell’ICE Jonathan Ross, ha innescato una serie di proteste popolari che oggi, nello Stato del Minnesota, sono divampate in qualcosa di più di una semplice manifestazione di dissenso. Centinaia, migliaia di persone filmano le brutalità del corpo anti-immigrazione potenziato da Trump (circa ventimila uomini in tutto) e le postano sui social come atto di denuncia di un’America che ha cambiato volto.

La destra italiana non plaude alle uccisioni e alle brutalità dell’ICE, ma si spertica le mani nel mostrare il suo pieno consenso alla politica ipersecuritaria trumpiana: così si fa! Il sogno della militarizzazione del territorio è da sempre un qualcosa che veleggia accanto a quello dei pieni poteri, della reintroduzione di pene capitali, di pugni di ferro senza guanti di velluto che li coprano. Non sono mai realmente cambiati e i loro mutamenti ideologici sono pratiche di ruffianissima condiscendenza verso un’opinione pubblica che devono accreditarsi per avere quella maggioranza molto relativa per governare attraverso leggi elettorali che assegnano loro una rappresentanza che non hanno.

Invece di mostrare e praticare con una certa dose di mestizia e di umiltà il compito di governare la povera Italia del 2026, avanzano come rulli compressori per distruggere, pezzo dopo pezzo, tutta una serie di garanzie costituzionali che tutelano i cittadini dalla protervia invasiva di quel potere che si sostituisce alla Repubblica nel senso più classico del termine. Non c’è nessun ascolto dei bisogni delle persone, ma solo tutela dei privilegi delle classi dominanti, di un padronato che sostiene il melonismo per mettersi al sicuro dalle ripercussioni delle crisi regionali e da una globalizzazione che si gioca tra gli imperialismi che si contendono un pianeta sempre più avvolto dalla crisi ambientale.

Le proposte del governo Meloni in materia di sicurezza peggiorano ulteriormente le misure già parecchio restrittive approvate da un Parlamento che è la camera di consiglio dell’esecutivo: decreto legge e disegno di legge prevedono un inasprimento delle pene per i minori che compiono reati di natura violenta, una vera e propria svolta repressiva per chi manifesta il dissenso in piazza, altre limitazioni per le organizzazioni non governative che si premurano di assistere i migranti in mare e non solo e, infine, un sostegno maggiore alle forze dell’ordine.

Si va dall’arresto in flagranza se si ha un coltello in tasca alla confisca dell’auto se si qualche canna in tasca. Si aumentano i poteri di polizia penitenziaria, giusto per migliorare l’accanimento nei confronti dei detenuti e garantire loro sempre maggiori tutele nei confronti delle prevaricazioni possibilissime, nell’esercizio della violenza di Stato come metodo di coercizione, anche qui, della critica, del dissenso, dell’osservazione e della richiesta di qualche miglioramento del proprio stato detentivo; si impedisce ai migranti di poter avere il diritto al gratuito patrocinio di un avvocato per fare ricorso sui decreti di espulsione dal territorio della Repubblica.

Non c’è una misura che sia una volta a prevenire con un attitudine che disponga le istituzioni al confronto e al dialogo: si punisce, si reprime, si impedisce, si utilizza solo la brutalità del comando e della forza imperativa per dare l’esempio, per mostrare chi è che comanda, per generare un cortocircuitante senso di frustrazione e di rabbia che non aiuta certamente a fare in modo che il presunto delinquente sia meno propenso, una volta uscito da questo labirinto di ingiunzioni, botte, multe o arresti preventivi (il che ricorda molto altri tipi di “giustizia” novecentesca…) sia più ben disposto verso sé stesso e verso, quindi, il resto della società.

La destra liberale sembra morta e sepolta sotto questo imbarbarimento di un conservatorismo che ha connotati esclusivamente autoritari, autocratici, privi di qualunque afferenza nei confronti della sincera espressione democratica di una qualsiasi repubblica che si richiami ora al parlamentarismo, ora al semipresidenzialismo o, comunque, all’equilibrio tra i poteri di uno Stato moderno. Il capitalismo sembra non avere altra soluzione per dominare le sue crisi endemiche, e sempre più durature, se non, nella fase dell’attuale multipolarismo, affidarsi alla soluzione del controllo costante della popolazione.

Tutto ciò mette in pericolo qualcosa di più della democrazia in senso strettamente istituzionale: mette in seria crisi quella sufficiente tenuta di una verità oggettiva dei fatti che è supportata dal pluralismo delle idee. Dove non c’è libertà di espressione a tutto tondo, dove non si può manifestare la propria idea senza essere accusati di essere dei sovversivi, dei devastatori di piazze e vie, colpevolizzando interi cortei per le azioni di piccoli gruppi di scalmanati e di infiltrati ad arte, dove non è consentito criticare senza essere tacciati di anti-italianismo, di mancanza di patriottismo e, quindi, in pratica messi sullo stesso piano di chissà quale nemico della nazione, dove tutto questo avviene non c’è spazio per la verità.

La verità non filosoficamente intesa e ricercata. Semplicemente quella oggettiva, riscontrabile dal confronto con i fatti che dovrebbero essere indagati e che non dovrebbero, invece, essere loro i sovrastatori del pensiero, delle azioni e delle disposizioni quotidiane delle nostre vite. Si sta capovolgendo non solo la Costituzione repubblicana, che va difesa per preservare l’Italia da una torsione veramente autoritaria come nell’America di Trump, ma un sistema di relazioni sociali e civili che viene ancora prima della Carta fondamentale e che, comunque, la Carta protegge e vincola come elemento fondante della Repubblica.

Mandare via questo governo è un imperativo categorico che non può non essere percepito da chiunque abbia a cuore la sinergia tra libertà individuale e collettiva in un regime di recupero della giustizia sociale che va rimessa al centro ponendo come priorità le tutele del lavoro, del disagio diffuso, delle reti di protezione, dei servizi fondamentali per la salute, l’istruzione, la protezione delle fragilità, delle differenze, delle particolarità, delle minoranze. Oggi tutto questo rischia, in Italia, di essere vanificato da un triennio e più di governo che procede nel senso esattamente opposto. Chi non riesce a percepire questo pericolo è, soprattutto a sinistra, ottenebrato da un superficialismo veramente inconcepibile.

L’allarme suona e risuona ogni giorno. Ma per sentirlo bisogna prestarvi orecchio, togliendosi tutta quella ovatta fatta di pregiudizi, di saccenza, di sicurezza assoluta che è una delle armi del pressapochismo di una arroganza fintamente intellettuale e analitica per cui non c’è distinzione tra avversari e nemici. Invece c’è e sarebbe bene accorgersene per tempo…

MARCO SFERINI

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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