La tesi di fondo del mio libro è che alla radice della crisi economica, politica, geopolitica e democratica in Europa ci siano un problema antropologico e, ancora più giù, un problema teologico.
L’Eurosuicidio si nota innanzitutto nel degrado antropologico che vediamo nelle classi dirigenti nazionali e continentali. E nel vuoto di senso, visione, prospettiva che le caratterizza.
Questa intuizione sembra confermata da come nella (finta) dialettica partitica si continui ad affrontare il problema del declino italiano nell’UE, e della crisi dell’UE stessa – oramai avvinta in istituzioni imbarazzanti e parole d’ordine preoccupanti.
Partiamo dalla cosiddetta sinistra. Qui, salvo eccezioni minoritarie, viviamo largamente nel negazionismo: l’UE è ancora il faro di democrazia, progresso e pace. Gli ultimi trent’anni sarebbero stati la discesa in terra del Paradiso celeste, e una discesa che si è impiantata a Bruxelles e Francoforte. Extra UE nulla salus. I mali del mondo vengono solo da fuori: da Putin, Trump, Orban. Vivono in un vassallaggio antropologico in ritardo: sono succubi dell’impostazione USA pre-Trump, pensando che in realtà sia prodotto di una loro autonomia. Non si rendono conto del cambio di paradigma degli ultimi anni. Negano che la situazione originaria fosse – soprattutto per l’Italia – ben lontana da un idillio. La perdita di contendibilità democratica nella dimensione economica, il rafforzamento del vincolo esterno, la rinuncia al proprio modello produttivo ha concausato una perdita strutturale di benessere e sviluppo.
Poi, però, c’è la cosiddetta destra. Qui, viviamo in una diversa ma speculare patologia politica. Non il fascismo, come alcuni membri del primo gruppo ingenuamente pensano (sarebbe un pericolo troppo alto). Ma il Fasismo (senza la ‘c’). Giustificano la loro sostanziale rinuncia alle idee e pensieri che avevano adottato (o scimmiottato?) nei decenni passati con l’idea che staremmo vivendo “un’altra fase”. In realtà, rispetto a 15 anni fa, la situazione non solo è rimasta sostanzialmente la stessa per ciò che concerne la natura anti-democratica di questa integrazione europea, ma è persino peggiorata, in quanto l’appropriazione di sovranità non minaccia più solo l’economia ma l’ordine di sicurezza e la stessa pace.
Ora, nessuno nega la complessità del governare, e neanche le mediazioni necessarie tra teoria e prassi. Ciò che però desta curiosità è la ritrosia isterica con cui si approcciano alle critiche all’UE e alle istituzioni internazionali che, magari a un livello intellettualmente più rozzo, comunque portavano avanti. Difendono il loro giardinetto come dei bambini all’asilo nido, preoccupati che qualcuno possa sottrarglielo.
Si viene portati a credere che o abbiano un problema immenso con il proprio ego, e la paura di essere superati, o con il proprio status, e la paura di vederlo indietreggiare. Ma tra la mediocrità e l’avidità si fa fatica a fare politica, ancor meno cultura.
Forse, infatti, una delle cause più rilevanti è proprio il nulla culturale di molti politici e partiti: non che non avrebbero soggetti o tradizioni utili a questo, ma ci si chiude spesso in un approccio difensivo e polarizzante, pensando così di essere più al sicuro. In realtà, ci si espone al pericolo più estremo, ovvero al settarismo e a un avvitamento accecante. Si vive impauriti in una competizione di piccolo cabotaggio.
Il negazionismo e il Fasismo sono le due facce del vuoto politico che caratterizza l’Italia oggi. E che rende molto difficile un’azione politica di rottura, cioè realmente democratica.
Questo ci spinge ad ammettere che l’unica opzione realmente praticabile sia una vera e propria rivoluzione culturale, una svolta antropologica: solo persone nuove, di destra o di sinistra, non recluse in un narcisismo egopatico, in una ridicola cortigianeria sussiegosa o in un conformismo vuoto, possono far attraversare questa soglia importante all’Italia. Solo persone che non accettano la propria mediocrità come un dato di natura, o peggio come un vanto da rivendicare, avranno la generosità, la grandezza d’animo, la longanimità, e la capacità di soffrire, che servirebbero per tenere la barra dritta, e nei tumulti dei marosi, farci arrivare a terra
