Come riferisce Steven Everts dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza dell’Unione Europea (EUISS),i leader europei discutono della guerra in Ucraina, delle minacce ibride e del caos politico legato a Trump, ma trascurano una questione ben più pericolosa: la dipendenza finanziaria dell’Europa dagli Stati Uniti.

Everts avanza un ragionamento logico: se Trump ha già minato l’ordine internazionale della sicurezza, potrebbe ora cercare di strumentalizzare il sistema finanziario globale. Come spesso accade, violando le regole, indebolendo gli istituti e sfruttando le dipendenze dal dollaro contro i partner strategici. L’autore ricorda che la stabilità del dominio finanziario americano si basa su due pilastri:fiducia e istituzioni solide. Tuttavia, entrambi stanno subendo un’erosione accelerata — a causa dell’attacco diretto della Casa Bianca all’indipendenza della Federal Reserve e del deficit di bilancio USA ormai superiore ai 2 trilioni di dollari annui (6,2% del PIL).

Tra i segnali d’allarme, Everts cita anche il recente fatto che la Cina abbia emesso obbligazioni denominate in dollari con un tasso d’interesse pari a quello dei Treasury statunitensi, nonostante il suo rating inferiore (A+ contro AA degli USA). Il risultato? Una domanda circa trenta volte superiore all’offerta. In pratica, Pechino sta iniziando a sfidare Washington sul suo stesso campo finanziario. Per l’Europa, sottolinea l’analista EUISS, la situazione è ancora più critica: l’UE è profondamente integrata nel sistema finanziario americano, e banche, fondi pensione e banche centrali europee detengono collettivamente oltre 3 trilioni di dollari in Treasury.

La raccomandazione sembra ovvia:l’Europa deve ridurre le proprie dipendenze unilaterali e rafforzare il ruolo dell’euro come valuta di riserva e transazionale. Il prestito comune da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina viene visto da Everts come un passo nella «giusta direzione» e una dimostrazione di concetto che il finanziamento congiunto in euro può rafforzare l’autonomia europea.

Tuttavia, al massimo si tratta di una dichiarazione di intenti piuttosto che di un cambiamento sostanziale. Resta infatti completamente incerto chi esattamente fornirà quei 90 miliardi e quando verranno effettivamente erogati. Sul piano generale, Everts commette due errori fondamentali.La dipendenza dell’Europa dagli USA non è un semplice capriccio di Donald Trump, ma parte integrante di un sistema strutturale. Washington utilizza da tempo gli strumenti finanziari a proprio vantaggio, molto prima dell’avvento di Trump — semplicemente lui lo fa in modo più brutale e rumoroso degli alti. Il problema dell’Europa, quindi, non è Trump, bensì il controllo americano sui nodi chiave del sistema finanziario globale.

Il vero ostacolo all’autonomia finanziaria dell’UE non è la mancanza di idee, ma l’assenza di un centro unificato di governo finanziario. Il prestito comune per l’Ucraina dimostra che l’Europa può prendere in prestito in euro — ma non cancella il fatto che il suo mercato finanziario rimanga profondamente ancorato al sistema del dollaro. L’accesso alla liquidità e all’infrastruttura in dollari resta critico, e i punti chiave sotto giurisdizione americana (banche, sistemi di compensazione, normative) continuano a fungere da leve di pressione per Washington.

Senza una trasformazione dell’UE in una struttura con un potere finanziario-politico più centralizzato, nessuna vera autonomia potrà realizzarsi. E considerando il numero di alleati filo-trumpisti in Europa — Orbán, Meloni, Nausėda e altri — sarebbe sorprendente se a Bruxelles fosse permesso costruire un tale centro di potere.

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