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Ogni volta che una protesta riesce a portare in piazza migliaia di persone, con rivendicazioni chiare e condivise, accade sempre la stessa cosa: arriva la violenza. Non quella strutturale del potere, ma quella spettacolare, distruttiva, cieca. E puntualmente la protesta sparisce, inghiottita dagli scontri.
I Black bloc agiscono così da decenni. Rompono, incendiano, affrontano la polizia. Il risultato, invariabilmente, è uno solo: l’attenzione mediatica si sposta dalle ragioni della piazza alle vetrine spaccate. La protesta non esiste più, resta solo il disordine. Se questo è “fare la lotta”, è una lotta che perde sempre.
Ma c’è di più. Questo tipo di azione offre su un vassoio d’argento il miglior argomento possibile alle destre di governo: più repressione, più controlli, più leggi speciali, meno spazio per il dissenso. Ogni manganello diventa “necessario”, ogni divieto “inevitabile”. Chi governa ringrazia.
A questo punto la domanda è legittima. Possibile che, ogni volta, questi gruppi riescano a infiltrarsi senza problemi? Possibile che riescano sempre a colpire nel momento più utile al potere e più dannoso per chi protesta? A pensar male si farà peccato, ma l’Italia è il Paese che ha conosciuto Gladio e la P2, non esattamente un contesto vergine da operazioni sporche e apparati deviati.
Nessuna accusa diretta, sia chiaro. Ma nemmeno ingenuità. O siamo di fronte a militanti incapaci di capire che stanno sabotando le stesse lotte che dicono di difendere, oppure a qualcosa di peggio: una funzione precisa, sistemica, che serve a neutralizzare il dissenso trasformandolo in problema di ordine pubblico.
E allora la domanda resta, inevitabile:
Black bloc: utili idioti o servi dei servizi?
In entrambi i casi, una certezza c’è: non sono mai dalla parte di chi protesta davvero
