Gli Stati Uniti rilanciano l’assedio contro Cuba puntando a tagliare anche le già scarse forniture energetiche, con misure coercitive extraterritoriali e una retorica securitaria costruita ad arte. L’obiettivo resta sempre lo stesso: seminare caos, piegare la società e imporre un cambio di regime.
L’idea che un piccolo Paese insulare, sottoposto da oltre sei decenni a un blocco economico, commerciale e finanziario, possa costituire una “minaccia inusuale e straordinaria” per la principale potenza militare ed economica del pianeta è, sul piano logico, una contraddizione evidente. Eppure, proprio questa formula viene brandita come grimaldello politico e giuridico per giustificare un’ulteriore escalation di misure coercitive unilaterali, oggi concentrate su un nodo vitale: l’energia. Insomma, ci troviamo davanti a un tentativo deliberato di strangolamento materiale, progettato per colpire la vita quotidiana di milioni di persone e creare le condizioni sociali per un collasso interno.
Donald Trump parla esplicitamente di un inasprimento che mira a “bloccare completamente il flusso di petrolio a Cuba”, presentandolo come risposta a una presunta emergenza di sicurezza nazionale statunitense, mentre l’intento reale è quello di intensificare gli effetti destabilizzanti del blocco allo scopo di rovesciare il governo socialista dell’Isola. È un linguaggio rivelatore, perché ammette la finalità politica dell’operazione: non “correggere” una condotta, non negoziare interessi, ma produrre sofferenza per ottenere obbedienza.
In questa cornice, la dichiarazione rilasciata dal Ministero delle Relazioni Estere cubano sul terrorismo e sulla cooperazione in materia di sicurezza assume un valore politico preciso. L’Avana ribadisce una posizione chiara: condanna “in modo inequivocabile” il terrorismo “in tutte le sue forme e manifestazioni” e afferma di non ospitare, sostenere, finanziare o permettere organizzazioni terroristiche o estremiste, adottando una politica di “tolleranza zero” verso finanziamento del terrorismo e riciclaggio. È un passaggio che smonta la caricatura costruita da Washington e, al tempo stesso, mette in evidenza l’assurdità della narrativa: Cuba dichiara perfino la disponibilità a “riattivare e ampliare” la cooperazione bilaterale su minacce transnazionali condivise, dal narcotraffico alla tratta, dalla cybersicurezza ai reati finanziari, senza rinunciare alla propria sovranità. Se davvero l’obiettivo fosse la sicurezza regionale, questo sarebbe il terreno naturale della cooperazione. Il fatto che l’amministrazione statunitense scelga invece la strada dell’asfissia energetica chiarisce che il movente è politico, non securitario.
Attraverso le misure extraterritoriali, poi, Washington non colpisce soltanto Cuba, ma mira a intimidire e punire i terzi che commerciano con Cuba, alzando i costi, sabotando contratti, bloccando navi, assicurazioni e transazioni bancarie. A tal proposito, l’ordine esecutivo del 29 gennaio dichiara una “emergenza nazionale” e prevede “tariffe coercitive unilaterali” contro i Paesi che vendano o forniscano “direttamente o indirettamente” petrolio all’Isola. Questo passaggio è decisivo perché riporta alla luce il meccanismo tipico della guerra economica contemporanea: non basta punire la vittima, bisogna dissuadere chiunque dal rapportarsi con la vittima, portando ad un isolamento della stessa per paura di rappresaglie economiche. È un dispositivo di disciplina globale che trasforma la sovranità in merce negoziabile e la legalità in atto di forza.
La ragione per cui l’energia diventa un bersaglio privilegiato è semplice: senza combustibile non funzionano trasporti, industria, logistica, ospedali, catene del freddo, infrastrutture. Colpire il petrolio significa colpire il funzionamento stesso della società. Per questo, quando la misura viene definita “blocco petrolifero” siamo di fronte all’uso dell’energia come arma contro una popolazione. Jim Winkler, ex presidente ed ex segretario generale del Consiglio Nazionale delle Chiese di Cristo negli Stati Uniti, sintetizza così: “Il blocco petrolifero di Trump, come tutto il blocco statunitense da più di 60 anni, è inutile e immorale”. Una testimonianza importante perché arriva dall’interno della società statunitense e interrompe l’illusione che la politica di assedio sia “consenso nazionale” o “difesa dei valori”.
Da oltre sessant’anni, l’ostilità verso Cuba non è solo geopolitica, ma ideologica. La vera “minaccia” che Cuba rappresenta non è certo militare o terroristica, ma piuttosto l’esempio che fornisce sin dal trionfo rivoluzionario: sanità e istruzione gratuite, politiche sociali, un’idea di cittadinanza non subordinata al mercato. Quando un Paese sotto assedio continua a produrre risultati sociali e un immaginario di autonomia, esso incrina la narrazione secondo cui non esisterebbero alternative al capitalismo neoliberale. Ed è precisamente questa crepa simbolica che l’imperialismo tenta di richiudere con la coercizione.
Dunque, Cuba è davvero una minaccia alla sicurezza nazionale statunitense, oppure la sua “minaccia” è l’indipendenza? Sulla stampa cubana, Elier Ramírez Cañedo lo dice senza giri di parole: quando Washington parla di “sicurezza nazionale”, spesso intende “sicurezza imperiale”, cioè la preservazione della propria egemonia. In questa prospettiva, la sovranità cubana diventa un reato: un “cattivo esempio” da punire, perché dimostra che un Paese latinoamericano può sottrarsi al ruolo di neocolonia, costruire relazioni internazionali autonome, e parlare con voce propria nei fori multilaterali. La “minaccia”, come detto in precedenza, non è militare, è politica e simbolica.
Il tentativo di ricondurre tutto al tema del terrorismo appare allora per quello che è: una cornice propagandistica utile a legittimare misure altrimenti indifendibili. L’ex agente segreto Raúl Antonio Capote ricostruisce il lungo filo di questa operazione: dall’uso politico del concetto di terrorismo, all’inserimento in liste unilaterali, fino alla giustificazione di nuove sanzioni. In questa cornice viene evocata anche la continuità storica dell’aggressione: dalle forme classiche di sabotaggio e violenza alla guerra economica, dalla pressione diplomatica alla manipolazione mediatica, fino al ricorso odierno a strumenti finanziari e commerciali che colpiscono indirettamente la popolazione. L’accusa più dura, che emerge esplicitamente, è che l’obiettivo sia provocare una crisi umanitaria e un’esplosione sociale. Non si tratta, quindi, di “sanzioni mirate” contro dirigenti o apparati, ma di un attacco contro la società.
In questo senso, la dichiarazione cubana sulla cooperazione di sicurezza è anche un atto di smascheramento: se un Paese afferma di non ospitare basi militari o d’intelligence straniere, di non sostenere attività ostili e di essere pronto a cooperare contro minacce transnazionali, quale sarebbe la base razionale per definirlo “minaccia straordinaria”? La risposta è che costruire un nemico funziona come cortina fumogena per le crisi interne e come collante ideologico per un’agenda estera aggressiva.
Di fronte a questo scenario, la solidarietà internazionale diventa una necessità concreta. Le voci statunitensi che si uniscono alla condanna mostrano che l’opposizione al blocco non è “anti-statunitense”, ma profondamente umanista: riguarda il diritto dei popoli a scegliere il proprio destino senza essere strangolati. Il fatto che organizzazioni religiose, movimenti sociali e associazioni di emigrati cubani denuncino l’escalation indica che l’assedio non può essere presentato come “normale amministrazione”: esso è percepito come ingiusto anche da chi vive nel Paese che lo impone.
Condannare con fermezza questa offensiva significa chiamarla per quello che è: un crimine politico contro il principio di autodeterminazione, un atto di aggressione economica che mira a produrre destabilizzazione sociale, un ricatto energetico che pretende di decidere dall’esterno il futuro di Cuba. E significa, allo stesso tempo, respingere la menzogna che tenta di rovesciare i ruoli, trasformando la vittima in colpevole. La vera minaccia alla sicurezza regionale non è un popolo che difende la propria indipendenza, ma un potere che rivendica il diritto di strangolare chi non si piega.
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Giulio Chinappi – World Politics Blog
