Pubblicato il nuovo Rapporto Oxfam: la crescita record della grande ricchezza si accompagna a quella di disuguaglianze e povertà. E la concentrazione della ricchezza si traduce in concentrazione del potere politico, compromettendo patto civico e tenuta democratica. Una deriva che non risparmia l’Italia.
In un mondo lacerato da conflitti, crisi climatica e tensioni geopolitiche, la disuguaglianza corre più veloce che mai. Come raccontiamo nel nostro ultimo Rapporto annuale, “Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia”, la ricchezza dei miliardari globali nel 2025 – sospinta da una robusta performance dei mercati finanziari – è cresciuta del 16% in termini reali, a un ritmo tre volte superiore alla media degli ultimi cinque anni. Complessivamente, i patrimoni miliardari hanno toccato il livello record di 18.300 miliardi di dollari: un ammontare esorbitante, equivalente a 8 volte il Pil dell’Italia e a 26 volte le risorse necessarie per riportare alla soglia di 3 dollari al giorno chiunque versi oggi in uno stato di profonda indigenza.
Alla crescita portentosa della concentrazione della ricchezza fa da contraltare un tasso di riduzione della povertà estrema sostanzialmente invariato negli ultimi 6 anni. La povertà estrema è nuovamente in aumento in Africa, quasi la metà della popolazione mondiale vive con meno di 8,3 dollari al giorno e 1 abitante su 4 del pianeta soffre di insicurezza alimentare. Se le tendenze resteranno invariate e la crescita non manifesterà un profilo più inclusivo, l’umanità conoscerà presto il suo primo trilionario, mentre l’obiettivo di eradicare la povertà resterà un miraggio.
Adottando la lente della disuguaglianza politica, il Rapporto denuncia il circolo vizioso tra la concentrazione estrema di ricchezza e la concentrazione strabordante di potere politico: gli individui più ricchi lo esercitano efficacemente, assicurandosi l’accesso, il condizionamento indiretto o il controllo visibilissimo del potere pubblico. Potere pubblico che trascura invece da tempo questioni cruciali per il benessere delle componenti più fragili delle nostre società. Di chi sta peggio, di chi ha minor voce ed esprime una rappresentanza politica debole.
In aggiunta, la proprietà dei principali media e social network – oggi sempre più concentrata e appannaggio dei rappresentanti delle élite – consente a pochi attori di esercitare un condizionamento sproporzionato del discorso pubblico. Supportando misure da cui i più ricchi traggono beneficio, screditando alternative egalitarie e favorendo narrative perniciose – come l’autoinganno meritocratico – che legittimano la ricchezza estrema e danno veste morale alle disparità.
Il quadro analitico diventa ancora più fosco se si abbraccia la tesi che le ricette politiche – che hanno fin qui prodotto disuguaglianze insostenibili, a fronte dell’illusoria promessa di un’emancipazione economica per tutti e di un benessere più equamente diffuso – necessitano sempre più spesso di strumenti coercitivi e autoritari per mantenere lo status quo. Assistiamo invero a processi di autocratizzazione, rapidi e virulenti come quello Oltreatlantico, e a un radicamento, più strisciante, della dinamica autoritaria in molti Paesi del mondo.
Processi – da cui non è avulso il nostro Paese – che portano all’erosione di istituzioni democratiche, alla compressione della libertà di espressione e manifestazione, alla criminalizzazione del dissenso e all’ipertrofia repressiva, accompagnate dall’incattivimento del linguaggio pubblico e da raffigurazioni mediatiche che giustificano e rendono senso comune la riduzione dei diritti.
Elevate disuguaglianze facilitano tali processi, corrodendo il tessuto morale della società e lacerando il patto civico, il senso di appartenenza, la capacità di riconoscersi parte di un destino comune. Minacciano la coesione, disintegrano i legami sociali, la corresponsabilità morale e la fiducia reciproca. Quella fiducia che, con Vittorio Pelligra, rappresenta un bene relazionale che si costruisce solo quando le vite hanno una qualche forma di prossimità e i destini non divergono in direzioni opposte. La disuguaglianza rompe tale prossimità, fa evaporare lo spazio morale in cui ciascuno riconosce all’altro la dignità di un pari, di un concittadino, riducendo la società a un insieme di isole separate, indifferenti e incomunicabili, a un insieme di io che smettono di dare valore al destino degli altri.
Se dalla prospettiva individuale si passa a quella collettiva e si guarda alla dimensione territoriale delle disuguaglianze, l’infragilimento democratico passa in larga parte per i cosiddetti luoghi che non contano: territori privi di potere e prospettive, in cui il disagio delle persone si trasforma in un sentimento collettivo di esclusione e la perdita di centralità economica e di riconoscimento si traduce in voto di rottura contro centri e classi dirigenti percepiti come lontani e indifferenti.
Luoghi, come l’Italia di Mezzo (adottando l’efficace categorizzazione proposta da Arturo Lanzani che dà nome e ordine alla provincia italiana) con le sue città intermedie, aree pedemontane e collinari e zone urbano-rurali, in cui smarrimento e malcontento sono intercettati con maggiore facilità da forze politiche populiste o estremiste con effimere proposte di “cambiamento radicale”. A ben vedere, si tratta di proposte illusorie, che perseverano nel privilegiare gruppi sociali e territori già in condizione di relativo vantaggio.
L’illusione è “rafforzata” da un’offerta politica di stampo identitario, che cerca consenso creando artificiali contrapposizioni tra gli emarginati, accentua divisioni, paure, insicurezze e tensioni nella società. Un’offerta che, piuttosto che sanare le fratture sociali, predica la superiorità di alcuni sugli altri come strumento di autodifesa. L’escluso, il diverso, colui che si vuole mantenere in uno stato di inferiorità, diventa un nemico, in un crescendo increscioso di narrazione pubblica. Contro il mescolamento dei ruoli di genere e la normalizzazione dei rapporti omosessuali si evoca il rischio di colonizzazione da parte di una fantomatica teoria gender. Contro i migranti dai Paesi poveri viene invocato lo spettro dell’invasione. I senza dimora sono un pericolo per l’igiene e il decoro cittadino. I poveri sono nullafacenti che vogliono vivere sulle spalle della collettività.
Benvenuti nell’Italia del governo Meloni, che alla prova dei fatti – ovvero dell’azione di governo – esibisce risultati economico-sociali modestissimi a beneficio dei più vulnerabili, di chi sta ai margini o arretra. E non mostra intenzione alcuna di intervenire sulle cause profonde che hanno prodotto negli ultimi decenni ampi squilibri nella distribuzione di potere, risorse, opportunità e dotazioni tra cittadini e territori, rendendo l’Italia un Paese dalle “fortune invertite”, poco equo, mobile e dinamico.
Un Paese in cui persistono ampi squilibri lungo le più disparate dimensioni di benessere: reddito e ricchezza, opportunità, potere, libertà di movimento, salute e speranze di vita, distribuzione di beni pubblici, riconoscimento. Un Paese in cui strutture di opportunità e modalità di cittadinanza sono profondamente diseguali, ridimensionate per chi si trova all’intersezione di multipli fattori di svantaggio legati all’appartenenza sociale o al grado di sviluppo del contesto territoriale in cui vive.
La riduzione delle disuguaglianze, in un simile contesto, dovrebbe trovarsi di diritto in cima alle priorità dell’agenda di governo. E invece non vi fa nemmeno capolino. Le evidenze sono sotto gli occhi di tutti e ci limitiamo qui solo ad alcuni spunti, coerentemente con i focus tematici affrontati nel nostro Rapporto.
Di fronte alla fragilità economica che ha superato il livello di guardia, il governo continua a perseguire un iniquo approccio categoriale nel contrasto alla povertà. Da due anni il diritto di ricevere un supporto da parte dello Stato a fronte di una condizione di bisogno non è più assicurato a tutti i poveri in quanto tali, ma è subordinato all’appartenenza a categorie eccezionalmente svantaggiate, le uniche ritenute meritevoli di tutela.
L’abbandono dell’impostazione universalistica del Reddito di Cittadinanza ha ridotto il numero dei beneficiari dei trasferimenti pubblici, la cui platea è oggi anche più lontana dall’universo dei nuclei in povertà assoluta. Fallimentare fin qui risulta anche l’esperienza del Supporto per la Formazione e il Lavoro, sbilanciata su persone con un basso tasso di scolarizzazione e senza esperienze di lavoro e segnata da periodi di fruizione troppo brevi, incompatibili con percorsi di formazione che permettano l’acquisizione di nuove competenze richieste sul mercato del lavoro.
Mentre è impegnato nella celebrazione della positiva dinamica dell’occupazione, il governo fa poco per porre rimedio alle debolezze strutturali del mercato del lavoro italiano. Piuttosto che rafforzare la contrattazione collettiva e rivedere i sistemi di fissazione dei salari, l’esecutivo assegna impropriamente alla leva fiscale il compito di sostenere i bassi redditi da lavoro. La politica industriale, orientata alla creazione di buoni posti di lavoro, resta un’illustre assente, sostituita dal ricorso a incentivi occupazionali di dubbia efficacia e da una forsennata spinta alla liberalizzazione dei contratti atipici.
Non si implementano misure efficaci contro il lavoro nero e grigio – precondizione per la lotta alla precarietà – e si affossa il salario minimo legale, disdegnando una misura in grado di rafforzare il potere contrattuale dei lavoratori più fragili e meno tutelati. Riportare il principio dell’uguaglianza nell’orbita del fisco non costituisce l’obiettivo dell’azione del governo Meloni, la cui azione “riformatrice” è saldamente incardinata sull’idea che le imposte rappresentino un ostacolo alla prosperità collettiva e ancorata, di conseguenza, alla riduzione generalizzata della pressione fiscale.
La necessaria ricomposizione complessiva del prelievo, a partire da uno spostamento della tassazione dal lavoro, non è all’ordine del giorno, nonostante i salari costituiscano il 38% del Pil italiano contro il 50% dei profitti. Tuttavia, fatto 100 il totale delle entrate fiscali e contributive, 49 sono le risorse che arrivano dai salari, mentre il contributo dei profitti si ferma a 17.
L’equità distributiva è un altro non-obiettivo per il governo. Misure “Tax The Rich” restano un tabù mentre i contribuenti italiani più ricchi continuano a versare al fisco, in proporzione al proprio reddito, minori imposte dirette, indirette e contributi di un’infermiera o un’insegnante. Parimenti, i trattamenti fiscali differenziati di contribuenti in condizioni economiche affini sono la cartina al tornasole di un sistema fiscale corporativo, frantumato in molteplici, iniqui, regimi preferenziali come la flat-tax per le partite IVA o la cedolare secca sugli affitti.
Sul fronte del contrasto all’evasione, la legge di bilancio per il 2026 ha previsto misure utili ma dalla portata assai limitata, introducendo allo stesso tempo un nuovo generoso condono: l’ennesima misura che svilisce la fedeltà fiscale e incentiva comportamenti opportunistici dei contribuenti. L’inazione del governo – tanto sul fronte predistributivo quanto su quello redistributivo – si accompagna con preoccupanti torsioni illiberali che si esplicitano in una verticalizzazione e personalizzazione del potere, nello sfaldamento del sistema di bilanciamento dei poteri, nella restrizione degli spazi civici e nella criminalizzazione del dissenso con l’uso dello Stato come leva di intimidazione normativa e repressiva.
Opporsi a tale deriva è oggi più che mai un imperativo categorico che richiede lo sviluppo di un’offerta politica incardinata su istanze condivise di uguaglianza sostanziale e sulla promozione della dignità umana, frutto di ascolto e confronto su valori, interessi e conoscenze. Un’offerta politica capace di creare soprattutto scenari in grado di contendere il senso comune prevalente e ridare voce e speranza a chi non ha voce e ha smarrito la fiducia in un cambiamento possibile.
* Mikhail Maslennikov è analista di policy sui dossier di giustizia economica di Oxfam Italia. Una versione sintetica di questo articolo apparirà sul numero di marzo di “Mosaico di Pace”.
