Marco Sferini

Una necessaria premessa storica
Nei primissimi mesi del cancellierato di Adolf Hitler, conquistato dunque il potere attraverso elezioni democratiche ma tutt’altro che libere (perché viziate dalle tante violenze delle “Sturmabteilung“, le famigerate SA di Ernst Röhm), i primi provvedimenti furono tutti volti ad un consolidamento del regime che si presentava con caratteri nuovi e, al tempo stesso, non dissimili da un vecchio apparato dirigista di accentramento bismarkiano-prussiano. Lì per lì ci si poteva dunque ingannare: quello che i nazionalsocialisti intendevano fare era imporsi in tutto e per tutto nella struttura della ormai decrepita Repubblica federale di Germania, abolire per l’appunto i Länder (gli Stati tedeschi, molto simili a regioni con una forte autonomia interna), instaurare uno Stato centralizzato che rispondesse solamente a Berlino.

Questa era, per lo meno, la prima vaga impressione che molta parte del popolo tedesco aveva all’inizio del cancellierato hitleriano, quando ancora Hindenburg era vivo ma già in uno stato di premorte, quindi non più in grado di esercitare praticamente le sue funzioni presidenziali. Celebrati i funerali del vecchio generale-presidente, i poteri passarono tutti ad Hitler che, quindi, riunì nella sua persona tanto la carica di capo del governo quanto quella di presidente del Reich, divenendo anche pubblicamente ciò che già era per il suo partito, l’NSDAP, ossia il “Führer“, il “Duce” per dirla all’italiana, il capo incontrastato da cui discendeva tutta la catena di comando ciecamente obbediente.

Una delle più felici analisi storiche riguarda questa impostazione come una sommità piramidale attorniata da una cerchia stretta di fedelissimi a cui facevano riferimento tutti gli apparati dello Stato tedesco. Dal 2 agosto del 1934, quindi, data della morte di Paul von Hindenburg, la Repubblica federale di Germania veniva meno e ne prendeva il posto il Terzo Reich, il terzo impero tedesco dopo quello sacro e romano durato quasi mille anni e dopo il Secondo Reich fondato da Bismarck e proclamato dal Kaiser Guglielmo nella Sala degli Specchi di Versailles. Iniziava così  quel dodicennio di assoluto terrore che avrebbe costituito, anche tra le dittature e i regimi autoritari sparsi per l’intera Europa (soprattutto quella orientale e balcanica) un vero e proprio unicum nella storia moderna.

Ovviamente in consonanza con il fascismo italiano che lo stesso Hitler definiva, richiamando sempre la figura di Benito Mussolini, un esempio di maestria nella conversione dello Stato da liberale a totalitario, da democrazia a fine della stessa senza nemmeno la pretesa di mostrarsi al mondo come formalmente rispettosi di certe garanzie e di certi diritti che il liberalismo aveva diffuso in alcuni Stati europei che, nonostante tutto resistevano: Francia, Inghilterra, Cecoslovacchia, Paesi Bassi, Belgio, per fare alcuni esempi. Il resto del Vecchio continente pullulava invece di governi che gestivano militarmente le loro faccende e che ostacolavano qualunque opposizione nascente e crescente. Non c’era quindi spazio nell’Europa degli anni Venti e Trenta del Novecento per un confronto libero e aperto, ma solo per la cieca obbedienza.

I regimi nascono anche sottovalutando le potenzialità che le democrazie possono avere nel difendersi dal loro lento o repentino logorio proprio a causa di un abuso delle regole o di uno stravolgimento delle stesse fatto passare per “riforma” di carattere nazionale, utile alla comunità perché favorente la stabilità dell’azione di governo. Al centro di tutto sta, quindi, il potere esecutivo di cui si cerca sempre e costantemente il rafforzamento a scapito del parlamento e della magistratura. Le camere e i senati vengono ridotti allo stato di appendice del governo, il potere giudiziario viene imbrigliato e subordinato al punto da imporre leggi che contraddicono il principio di uguaglianza di fronte ad esse da parte di tutti i cittadini. Ciò che vale per tutta l’amministrazione dello Stato è – come molto bene ha scritto un grande storico del Terzo Reich come Ian Kershaw – nel caso del nazionalsocialismo tedesco “lavorare incontro al Führer“.

Primissima disposizione che non ha nemmeno bisogno di chissà quale legge attuativa: tutti sanno che, nel momento in cui si muovono seguendo i dettami del capo supremo, fanno bene, anche se stanno violando le norme che sono ancora in vigore e che contraddicono quella volontà apicale. Comunque sia, all’instaurazione di una maggioranza che diviene tutto e che non lascia più spazio alle minoranze e, dunque, alle probabili opposizioni ad essa, si genera più che naturalmente e istintivamente un sentimento di critica che può organizzarsi tanto nei residui cenni di dialettica parlamentare quanto, soprattutto, nelle vie e nelle piazze delle città. Sindacati, partiti, movimenti, collettività e singolarità si saldano nel momento in cui si avverte il pericolo di una torsione e ritorsione dello Stato da istituzione collegiale a mezzo esclusivo di una parte, di un partito, di un capo.

Dunque, nei mesi immediatamente successivi alla presa del potere da parte nazista, il regime ha la urgente necessità di affrontare due gravi problemi, per quanto gli concerne: da un lato la crisi economica che impone una maggiore saldatura con il mondo imprenditoriale; dall’altro il tacitamento delle opposizioni, di qualunque forma di contrapposizione alle direttive di un governo che risponde esclusivamente ad Adolf Hitler e al suo cerchio magico di suprematisti fanatici e di nazionalisti oltre ogni nazionalismo immaginabile. La prima questione viene avviata a soluzione con una mediazione del tutto politica, con tattiche molto astute di avvicinamento ad un mondo che, in teoria, non dovrebbe proprio essere simpatico ed amico di chi si fa chiamare anche “socialista“. Ma il presunto lato sociale dell’NSDAP fa riferimento ad una vicinanza al mondo del lavoro che è tutt’altro rispetto alla lotta di classe.

Il nazismo è la quintessenza della compromissione in tutto e per tutto: tradisce qualunque patto, è costituzionalmente bugiardo, dissimula di continuo, non si fa scrupolo di usare chiunque per qualunque scopo gli sia congeniale nella direzione del suo divenire unico potere della nazione, unico riferimento sociale, politico, culturale e morale. Deve continuamente fingere di essere accomodante verso quelle che sono state le tante società del vecchio mondo, che sta morendo, per costruirne uno con un nuovo ordine fondato sulla supremazia tedesca, ariana e, quindi, nella pienezza di una visione che supera qualunque pangermanesimo e qualunque ormai datata impostazione völkisch che era votata all’idea di una Germania con uno Stato forte ma nel senso bismarckiano del termine. Così, per mettere fine a qualunque tipo di opposizione, Hitler ha bisogno di un pretesto.

I pretesti fanno comodo quando sono l’ultimo rifugio di un potere che inizia a sentirsi circondato da eventi che, sommandosi, rischiano di travolgerlo e, quindi, di mettere fine anzitempo alla sua avventura dittatoriale, imperialista e assolutamente coercitiva nei confronti di chiunque osi anche solo velatamente muovere obiezioni e critiche. Ogni cosa deve andare nella direzione giusta: e questa altro non è se non la volontà del governo, quindi del Führer. Le manifestazioni di piazza sono praticamente vietate: la nuova narrazione politica mostra e dimostra che, nello Stato nazista non c’è spazio per la protesta perché non c’è motivo per protestare. Tutto va ed andrà alla perfezione: l’economia si riprenderà, i salari avranno nuovo valore, le industrie produrranno e ci sarà quella pace che verrà riconquistata ributtando oltre confine il Trattato di Versailles.

Dunque, chi protesta, automaticamente, visto che non c’è motivo di farlo, è un antigermanico, un antinazionale, non un patriota ma un esplicito nemico del Reich. Chi vuole contestare il regime è un traditore del paese e non merita nessuno spazio, così come nessuna pietà. Gli oppositori del nazismo, quindi, vengono sottoposti a misure restrittive e vengono avviati verso i primi campi di concentramento: vicino al villaggio di Dachau viene aperto il primo lager. Qui sono imprigionati, in un luogo tutto nuovo, che i prigionieri raccontano di non aver compreso, di non aver capito cosa fosse se non un’area di detenzione molto differente dalle vecchie patrie galere, i giornalisti che sono già stati minacciati e picchiati (come Fritz Gerlich), i primi ebrei vittime della follia hitleriana, socialisti, comunisti, generici ribelli e apolidi.

Per tutti loro si applica una misura che viene inventata da uno dei fedelissimi del Führer: Hermann Göring, spregiudicato pilota dell’aviazione durante la Prima guerra mondiale, tra i primi ad affiancare Hitler nella sua scalata al potere. Il pretesto per avviare la macchina della repressione generalizzata in tutto il Reich deve essere un qualcosa che colpisca al punto l’opinione pubblica da farle accettare una stretta ancora più dura sulle libertà e i diritti difesi dalla costituzione liberale di Weimar. L’incendio del Reichstag servì a questo. Se la storiografia ancora si divide su un fatto che non ebbe piena luce nemmeno dopo i processi di Norimberga, è certo che giocò a favore dei nazisti in tutti e per tutto per emanare immediatamente le leggi speciali altrimenti dette “Ermächtigungsgesetz” (“Decreto dei pieni poteri“. La pietra tombale sulla vecchia Repubblica federale democratica era stata così messa. Definitivamente.

Contenuta in questa decretazione, dichiarata propagandisticamente come un qualcosa di assolutamente necessario nel contesto emergenziale del momento, era l’idea che il cancelliere aveva tutte le facoltà di emanazione delle leggi e che, quindi, il “Führerprinzip” (“Principio del capo“) si estendeva dal ristretto ambito del partito nazista ad uno Stato che diventava da ora nazista e in cui non vi era spazio per niente e per nessuno che non aderisse alla nuova postura dittatoriale, assoluta e incontrastabile. Tutti coloro che venivano individuati come nemici del nazionalsocialismo erano quindi nemici dello Stato, nemici della Germania. Nei loro confronti veniva esercitato lo “Schutzhaft” “Custodia protettiva“, misura di arresto preventivo che permetteva alla “Geheime Staatspolizei” (altrimenti conosciuta con l’acroniamo GESTAPO, ossia “Polizia Segreta di Stato“) di fermare chiunque senza fare alcun riferimento alla legge.

Dalla lunga premessa storica all’oggi
L’imprigionamento nei campi di concentramento era il passo successivo. Nessuno aveva la facoltà di domandare il perché di un arresto. Se veniva compiuto era perché, a totale discrezione degli agenti, in un individuo era stato riconosciuto un potenziale sovversivo. Era sufficiente un atteggiamento valutato come sospetto, un comportamento considerato anomalo, una frase, un commento, una confidenza fatta ad un amico su quello che il governo stava facendo. Il terrore quindi all’ordine del giorno di uno Stato, di un paese che, poco tempo prima, era riuscito a liberarsi del Kaiser e a divenire, seppure tra mille difficoltà, una repubblica dai tratti liberali, traditi ben presto dalle feroci repressioni contro le rivolte sociali, contro socialisti e comunisti. Tutta questa lunga dissertazione storica è servita per provare a mostrare che non esiste una garanzia di autoconservazione della democrazia.

Di per sé la fragilità del regime democratico è molto più marcata rispetto a quelli dittatoriali, perché pesi e contrappesi necessitano di passaggi burocratici che negli Stati totalitari non si affrontano, facendo quasi sempre riferimento ad un unico potere o, come nel caso dei fascismi, ad una persona sola al comando di tutto e dalla quale (quasi) tutti prendono ispirazione nell’organizzazione della vita quotidiana. I paragoni sono a volte impropri, altre volte lo sono meno, certe volte invece si avvicinano molto alla verità di un accostamento tra similitudini. Quindi nessuno qui sta affermando che l’Italia meloniana di oggi è la premessa di quello che è stato l’hitlerismo ieri. Ma le destre, differenti per spessore, importanza e impostazione nel loro rapporto col resto della società, condividono comunque un tratto distintivo: il rafforzamento del potere esecutivo.

La loro considerazione del ruolo del governo primeggia rispetto a quella del ruolo degli altri poteri di uno Stato: perché il governo, nella vulgata che vogliono far passare, è l’organo che esegue e che quindi risponde all’idea dell’azione indefessa, dell’immarcescibile volontà che deve riefenstahlianamente trionfare su tutto. Le discussioni parlamentari sono tollerate, ma fino ad un certo punto. Anche le camere devono eseguire: ciò che il governo porta loro davanti in forma di decreti e di cui pretende l’approvazione dalla propria maggioranza. La dialettica degli opposti viene meno. La formazione delle leggi non è più il prodotto di una articolata differenza di posizioni che tiene conto delle tante pieghe (e piaghe) sociali, civili e culturali. Le norme devono corrispondere all’esigenza del riferimento al pragmatismo incarnato dalla stabilità del governo medesimo. Niente altro conta.

Stabilità del governo vuol dire organizzazione della volontà politica nella tutela degli interessi che vengono venduti come benessere collettivo e che, invece, sono esclusivamente quelli della classe economicamente dominante. Oggi, il governo Meloni si accinge a presentare un decreto e un disegno di legge che contengono norme che, a detta anche del Quirinale, che ha mosso opportuni rilievi in merito, rasentano una palese incostituzionalità. Tra queste norme ve ne è una che rimanda alla mente proprio la custodia protettiva architettata da Göring: il “fermo preventivo” di ventiquattro ore per chiunque nelle manifestazioni di piazza venga valutato, si badi bene sempre a discrezione delle forze di polizia e dell’ordine in generale, potenzialmente pericoloso. Preventivo vuol dire quello: prima che qualcosa possa avvenire.

Quindi anche prima che qualcuno possa fare o non fare avvenire quel qualcosa. Ciò determina un salto di qualità in avanti verso una legge che presuppone e non dispone, che antepone le intenzioni ai fatti, che pregiudica e non giudica, che non previene e non ha, quindi, un valore deterrente per il fatto di esservi in quanto norma che vieta, ma che viene utilizzata come strumento di repressione precauzionale, cautelativa. Detta così potrebbe persino apparire ragionevole, ma in realtà è un pericoloso precedente per nuovi inasprimenti legislativi che darebbero adito a comportamenti delle forze di polizia non più a garanzia della sicurezza dei cittadini ma contro la loro stessa sicurezza. Perché in una repubblica democratica si deve poter essere sicuri di manifestare liberamente e pacificamente senza essere preventivamente fermati.

Vanno puniti i reati messi in pratica e non quelli che si pensa possano venire compiuti sulla base di valutazioni pregiudiziali fondate su un dettame più che altro politico ed ideologico (qui sì l’ideologia gioca un ruolo fortemente negativo e di nocumento per l’intero corpo sociale). L’esistenza delle norme già esistenti è un deterrente nella misura in cui si riesce a prevenire i comportamenti illeciti con una cultura della convivenza e della partecipazione che guardi al rispetto di ognuno e di tutti. Invece il governo non fa altro se non reagire muscolarmente alle manifestazioni di disagio delle piazza, sia che si svolgano pacificamente, sia che, purtroppo, vengano inquinate da elementi che, mettendo in atto una violenza irragionevole e deprecabilissima, altro non fanno se non il gioco di chi sogna nuove svolte autoritarie.

I pretesti, come è abbastanza evidente, si trovano sempre: la favola esopica della volpe e dell’uva ce lo insegna da migliaia di anni. La lezione da imparare dalla Storia contemporanea è che bisogna saper riconoscere per tempo tutti i campanelli di allarme che segnalano l’incamminamento di una democrazia verso un regime autoritario. Non sono sufficienti il contesto europeo e i rapporti internazionali a proteggerci dall’eventualità paventata: per prima la UE è in un contesto di crisi che non garantisce nessuna protezione dei valori fondanti che farebbero riferimento alla convivenza pacifica dei popoli e tra i popoli. La prepotenza liberista su cui l’Unione fonda molte delle sue politiche ha creato le premesse ottimali per le svolte nazionaliste e populiste.

Le responsabilità di questo nuovo passaggio storico che scivola nel buio di nuovi regimi autoritari e repressivi hanno molti padri e tante madri. I campanelli di allarme suonano da tempo. La necessità di una unità di tutte le forze sociali, politiche e culturali democratiche, repubblicane e antiautoritarie è più che impellente. L’impegno per fermare la riforma contro la Magistratura è un primo importantissimo passo. Il NO alla controriforma di Meloni e Nordio è un presidio di salvaguardia necessario e imprescindibile. Lavoriamo in questo senso, lavoriamo contro ogni tentativo di limitare le nostre libertà. Di ciascuno e di tutti. Gli esempi storici ora non mancano. Non ci sono più alibi per dire: non lo potevamo prevedere.

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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