Zela Santi

Secondo il Financial Times, Washington avrebbe chiesto a Zelensky elezioni e referendum entro il 15 maggio per mantenere le garanzie Usa. Kiev smentisce, ma la pressione esiste. Intanto l’Ue approva 90 miliardi di aiuti, finanziati con debito comune.

Ucraina, voto sotto pressione: tra ultimatum americani e casse europee

Secondo il Financial Times, l’amministrazione Trump avrebbe posto a Volodymyr Zelensky una condizione netta: elezioni presidenziali e referendum su un eventuale trattato di pace entro il 15 maggio, pena la revisione delle garanzie di sicurezza statunitensi. Più che un suggerimento diplomatico, un aut-aut. Kiev ufficialmente smentisce. Ma il solo fatto che la notizia sia stata rilanciata con dovizia di dettagli indica che la pressione esiste.

Washington vuole chiudere il dossier ucraino, o quantomeno congelarlo. Non per improvvisa vocazione pacifista, ma per riallocare risorse strategiche verso l’Indo-Pacifico e la competizione con la Cina. La guerra in Ucraina ha già logorato i rapporti transatlantici, prosciugato arsenali, polarizzato l’elettorato americano. Con le elezioni di midterm all’orizzonte, un’intesa – anche sul modello dell’armistizio coreano – sarebbe un risultato spendibile in politica interna.

In Europa, invece, l’orientamento è meno lineare. Parigi, Berlino e Bruxelles hanno spesso frenato le aperture negoziali di Kiev, convinte che il logoramento russo fosse un obiettivo strategico in sé. Una scommessa costosa, che presuppone tempo, denaro e consenso pubblico. Tre risorse non infinite.

Elezioni in tempo di guerra: democrazia o teatro?

Il Financial Times scrive che Zelensky avrebbe pianificato di annunciare il calendario elettorale il 24 febbraio, anniversario dell’invasione russa. Ma il Kyiv Independent, citando fonti dell’ufficio presidenziale, ha negato qualsiasi imminente annuncio. “Quando non c’è sicurezza, non c’è nient’altro”, è la linea ufficiale. E in effetti l’Ucraina è sotto legge marziale, milioni di cittadini sono sfollati, circa il 20% del territorio è occupato dalle forze russe.

Organizzare elezioni in queste condizioni significa affrontare problemi logistici e giuridici giganteschi: voto degli sfollati, partecipazione dei militari al fronte, impossibilità di votare nelle aree occupate. Un referendum su un accordo di pace, poi, presuppone la conoscenza dei termini dell’intesa. Che al momento non esiste.

Alcuni diplomatici citati dal quotidiano britannico sostengono che Zelensky potrebbe accettare formalmente la richiesta americana sapendo che sarà difficilmente attuabile, per dimostrare buona volontà senza compromettere la gestione del conflitto. Una mossa tattica, in attesa di capire se l’ultimatum sia reale o negoziabile. I sondaggi, nel frattempo, segnalano un calo di popolarità del presidente ucraino rispetto ai picchi del 2022. Le urne, in ogni caso, sarebbero tutt’altro che una formalità.

Il conto lo paga Bruxelles

Mentre Washington detta tempi e condizioni, l’Unione europea apre il portafoglio. Il Parlamento europeo ha approvato un pacchetto da 90 miliardi di euro: 60 destinati alla difesa, 30 come assistenza macrofinanziaria e sostegno al bilancio. Il finanziamento avverrà tramite indebitamento comune dell’Ue. Il rimborso, si legge nei documenti, dovrebbe avvenire una volta che l’Ucraina riceverà riparazioni di guerra dalla Russia.

Una clausola che suona come un atto di fede. Nessun osservatore serio considera probabile, nel breve periodo, un flusso di riparazioni tale da coprire cifre di questa entità. In pratica, il rischio è mutualizzato tra i contribuenti europei.

Kiev dovrà impegnarsi a proseguire le riforme democratiche e la lotta alla corruzione. L’eventuale ritorno alle urne può essere letto anche come garanzia politica verso Bruxelles: dimostrare che, nonostante la guerra, il Paese resta ancorato a un percorso istituzionale. Ma la tempistica, se legata a un pressing americano, assume un altro significato: la democrazia come condizione per l’assistenza, non come scelta autonoma.

La guerra in Ucraina procede come in un gioco dell’oca: ogni passo avanti verso un cessate il fuoco è seguito da arretramenti tattici, smentite, rilanci. Gli Stati Uniti guardano a Pechino, l’Europa finanzia, Kiev naviga tra necessità militari e richieste politiche. Nel frattempo, il conflitto continua a ridefinire equilibri globali e bilanci pubblici.

Se davvero le elezioni diventeranno la moneta di scambio per mantenere l’ombrello americano, la questione non sarà solo quando votare, ma in quale quadro di sovranità. Perché una democrazia organizzata sotto ultimatum rischia di sembrare meno una scelta e più una procedura. E le procedure, in geopolitica, raramente sono neutrali.

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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