Alex Marquez

La riforma della giustizia non riguarda solo la separazione delle carriere ma principalemnte il controllo del CSM. Il sorteggio rischia di favorire l’influenza politica. Il voto di marzo decide se rafforzare l’autonomia dei giudici o piegarla all’esecutivo.

Giustizia sotto tutela: il referendum che vuole addomesticare il CSM

C’è un equivoco lessicale che conviene sciogliere subito. La riforma della giustizia promossa dal governo Meloni non è un raffinato intervento di ingegneria costituzionale. È un progetto politico. E come tale va letto.

Negli ultimi mesi l’esecutivo ha dato diversi segnali di insofferenza verso i contrappesi istituzionali: dai decreti sicurezza alla compressione del diritto di sciopero, la traiettoria è chiara. Un irrigidimento dell’ordine pubblico e una progressiva delegittimazione dei corpi intermedi. Ma la vera partita si gioca ora, sulla modifica dell’assetto del Consiglio Superiore della Magistratura.

Il ministro Carlo Nordio è stato sorprendentemente esplicito: la separazione delle carriere è un capitolo, non il cuore della riforma. Il punto è il CSM. E qui entra in scena l’idea del sorteggio per la selezione dei membri togati, presentata come antidoto alle correnti e alla politicizzazione della magistratura.

Il sorteggio, in sé, suona democratico. Una lotteria istituzionale che promette neutralità. Ma la neutralità è spesso un dispositivo retorico. Perché mentre una quota verrebbe estratta a sorte, quella di nomina parlamentare resterebbe frutto di accordi politici. E non è difficile immaginare che liste ridotte e accuratamente selezionate possano risultare molto più organizzate ed efficaci rispetto a magistrati “pescati” casualmente. Il rischio non è l’imprevedibilità. È l’asimmetria.

A fine marzo non si voterà su una finezza procedurale. Si voterà su un equilibrio di poteri. La questione è semplice: il CSM deve restare un organo di autogoverno della magistratura o diventare un luogo in cui l’esecutivo esercita un’influenza determinante?

Il voto come sfogo e la tentazione plebiscitaria

C’è però un elemento che rende questa partita più complessa di quanto appaia nei dibattiti televisivi. Una parte dell’elettorato che si orienta verso il Sì non ignora affatto le implicazioni della riforma. Anzi, le comprende perfettamente. E le approva.

L’idea di “mettere in riga i giudici” intercetta un sentimento diffuso di frustrazione sociale. Per molti cittadini la democrazia liberale non è più percepita come uno spazio di tutela, ma come una macchina distante, incapace di proteggere redditi, status e prospettive. In questo contesto, colpire un’istituzione percepita come autoreferenziale può diventare un gesto catartico.

Nordio non è inciampato in dichiarazioni eccessive per distrazione. Quando attacca il CSM o sostiene che la riforma potrà tornare utile anche alla sinistra se un giorno governerà, non commette un autogol. Parla a un pubblico che non teme la torsione istituzionale, purché produca una sensazione di rottura.

Il parallelo con la stagione trumpiana non è peregrino. Anche allora l’accusa di autoritarismo funzionò da carburante per una parte dell’elettorato: “Se è sovversivo, tanto meglio”. L’idea di sparigliare, di infrangere le regole del gioco, esercita un fascino potente quando le regole sembrano aver escluso troppi.

In questo clima, limitarsi a difendere l’assetto vigente in nome della “razionalità costituzionale” rischia di essere inefficace. Perché molti non percepiscono più quell’assetto come proprio. Denunciare il carattere eversivo della riforma può perfino rafforzare il fronte opposto: se il sistema non mi tutela, perché dovrei preservarlo?

La sfida per chi sostiene il No non è quindi una lezione di diritto pubblico. È una battaglia di senso. Occorre dimostrare che la subordinazione del potere giudiziario all’esecutivo non apre spazi di emancipazione sociale, ma li chiude. Che indebolire l’autonomia della magistratura significa rafforzare le oligarchie già saldamente ancorate al potere.

E qui il dato politico diventa meno astratto: a sostenere la riforma non sono soltanto gli ambienti governativi, ma anche interessi che con l’indipendenza della giustizia hanno storicamente un rapporto problematico. Dai grandi potentati economici alle reti criminali, chi preferisce un arbitro meno autonomo non lo fa per amore dell’efficienza.

La posta in gioco non è la punizione delle correnti, ma la qualità della democrazia. Un CSM indebolito non produce un sistema più giusto: produce un sistema più controllabile. E un potere controllabile dall’esecutivo è, per definizione, meno libero.

Se il malessere sociale è reale, la risposta non può essere la riduzione dei contrappesi. La storia insegna che le scorciatoie istituzionali raramente restituiscono rappresentanza. Più spesso concentrano potere.

Il voto di fine marzo dirà se l’Italia intende correggere le distorsioni del sistema o riscriverne gli equilibri in senso verticale. La differenza non è tecnica. È politica. E, nel lungo periodo, culturale.

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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