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«Durante un controllo di polizia non ha nessun diritto». «Chi le dice che non la sto sottoponendo a un fermo per l’identificazione?». «E se per me il documento non è buono?». Il tono dell’agente di polizia alle prese con una manifestante di Extinction rebellion Italia, reduce da una protesta improvvisata davanti al Teatro Ariston di Sanremo dove si svolge il 76° Festival della canzone italiana, è quello di chi si sente in diritto di avere tutti i diritti e ha davanti una persona, una cittadina che ne viene invece completamente privata e le cui rivendicazioni e parole sono sbeffeggiate con risposte arroganti e pretestuose.
La ragazza, nel video registrato e diffuso sui social, argomenta con precisione: «Non siamo in stato di fermo identificativo perché ci avete identificato. Vi abbiamo dato i documenti». L’agente risponde che durante un controllo, per l’appunto, non si ha alcun diritto. Sospensione quindi della Costituzione de facto, in quel preciso istante. Strano, ma vero. O forse, visti i tempi di governo meloniano e i decreti sui fermi preventivi, non è per niente strano: è perfettamente coerente con le nuove norme repressive. La ragazza prosegue: «Il documento glielo rifaccio vedere». L’agente incalza: «E se per me il documento non è buono, se io nutro dubbi?».
Se, se, se… Sulla base di supposizioni si fonda un arbitrio che, oggettivamente, è tale perché viene artefatta la contestualità delle azioni: la dimostrazione pacifica, la resistenza passiva, la collaborazione con le forze dell’ordine nel lasciarsi identificare, nel non opporre alcuna resistenza in merito. Poi il tono da parte dell’agente si alza e diventa ancora più minaccioso. La ragazza con tono pacato continua: «Siamo obbligati a darvi le nostre generalità, nel momento in cui però non siamo in stato di arresto…» e il poliziotto immediatamente la interrompe: «…e chi glielo ha detto a lei che non è in stato di arresto? Chi glielo ha detto che non la sottopongo a fermo per identificazione?».
La ragazza replica: «Però mi deve fare un verbale. Non è vostro diritto portarci in commissariato se non siamo fermate, se non siamo in stato di arresto». Il poliziotto la interrompe: «Se non è un diritto lo vedremo dopo. Non adesso». Quindi, riassumendo, i diritti dei manifestanti non esistono durante un controllo delle forze dell’ordine, mentre queste hanno tutti i diritti e, qualora anche non li avessero, si accerta a posteriori se li hanno oppure no. La Costituzione della Repubblica garantisce a tutte e tutti i diritti inviolabili e una applicazione delle norme senza alcuna distinzione di sorta. Non esiste una legge che vale per alcune e una che vale per altri.
Ma i decreti del governo Meloni sono fatti per contravvenire a questo principio: la questione del “fermo preventivo“, fatto a discrezione proprio di chi quel fermo lo mette in pratica, è una delle più gravi evidenze di un indirizzo governativo che punta all’introduzione di limiti evidenti e discriminanti nei confronti di chi esercita il libero diritto costituzionale di manifestare pacificamente e senz’armi (Parte I, Titolo I, articolo 17). Le ragazze e i ragazzi di Extinction rebellion manifestano sedendosi a terra davanti all’Ariston. Hanno solo dei piccoli striscioni su cui hanno scritto slogan contro l’ENI e Costa Crociere e contro le altre multinazionali che sono sponsor del Festival e che vengono accusate di fare “greenwashing“.
Si tratta di una strategia comunicativa di molte aziende che, pur sfruttando le risorse della Terra a più non posso per i loro fini commerciali e profittuali, si dipingono invece come assolutamente eco-sostenibili. Una protesta legittima, pienamente inseribile nel diritto costituzionale appena citato che, a sua volta comprende la piena facoltà di ognuno e di ognuna di manifestare le proprie idee col pensiero, con la parola, con lo scritto (sempre la Parte I, sempre il Titolo I, ma questa volta la citazione riguarda l’articolo 21 della Carta del 1948). Gli attivisti di Extinction rebellion sono stati accusati più volte di essere violenti: questure e procure li hanno accusati in tal senso, ma i giudici hanno smentito. Queste accuse non sono vere, i fatti in tal senso non sussistono.
Il punto in questione qui è la reazione di quell’agente di polizia nei confronti della ragazza che non gli si opponeva in modo violento o rifiutava l’identificazione. Non è un comportamento singolare, attribuibile a quel poliziotto: è la conformazione alle nuove normative e, se vogliamo, ad un nuovo spirito interpretativo delle leggi nell’ambito di un contesto di gestione governativa che ispira in questo senso: si agisce seguendo le direttive dall’alto e, in questo caso, quell’apice è il Ministero dell’Interno, è l’esecutivo. Se non sono queste altre prove evidenti di una svolta autoritaria in Italia, quali e quante altre ne occorrono per lanciare un allarme che, ad oggi, viene negato da molti, troppi intellettuali, anime che dovrebbero essere critiche e che invece mostrano una eccessiva, sospetta prudenza?
Nel caso in questione un agente di polizia ha espressamente minacciato i manifestanti di privarli di qualunque diritto, a sua discrezione: «E se per me il documento non è buono, se io nutro dubbi?». Tutto sta in quel “per me“: a mio esclusivo, totale, insindacabile appuramento. Il che significa: non è sulla base anche della oggettività dei fatti che si agisce, ma su un soggettivismo autoritario dettato dal potere che si ha. Un potere che non è dato come cambiale in bianco, che dovrebbe rispondere ad un principio generale di rispetto di ciascuno e di tutti. Gli abusi di potere non sono certo una novità: ma, almeno fino a qualche tempo fa, esisteva una generale conformazione ai princìpi costituzionali. Intendiamoci: sono stati messi sotto attacco tante volte e non solo da destra.
Non è stato solamente Berlusconi a tentare l’addomesticamento del potere giudiziario, l’ingigantimento di quello esecutivo e l’addomesticamento di quello legislativo, prerogativa del Parlamento della Repubblica. Ma l’apertura di credito data dai governi del Cavaliere nero di Arcore ha permesso a forze anche molto latamente progressiste di sognare quella pienezza di poteri che, mantenendo soltanto una apparenza democratica, sarebbe l’ottimo contesto in cui poter fare quel che si vuole senza troppi controlli da parte degli altri poteri dello Stato, senza troppe proteste di piazza, senza troppe anime critiche.
Se il comportamento delle forze dell’ordine lo si contestualizza nel qui ed ora delle controriforme come il premierato, l’autonomia differenziata e, da ultima, quella di Nordio contro la magistratura, il disegno neoautoritario dovrebbe mostrarsi in tutta la sua evidenza. Così, però, non è: un po’ perché ci si ostina a non considerare possibile un rischio in questa direzione nell’Italia del 2026 e si prende a pretesto la modernità della società attuale come una garanzia di incontrovertibilità del presente verso schemi che richiamano alle autocrazie o alle dittature del passato. Un po’ perché ci si ritiene in grado di riconoscere per tempo rischi, pericoli e conseguenze di entrambi. Si chiama “sottovalutazione” ed è questa di per sé già un grave rischio, un enorme pericolo.
Le zone d’ombra si inseriscono nel rapporto dicotomico tra luce e oscurità e sono molto più insidiose del più buio nero impenetrabile che rende tutto indistinguibile e fa di tutta l’erba un fascio (per l’appunto…). Le cinquanta e più sfumature di grigio che il governo sta inserendo nelle pieghe tanto del diritto quanto del rapporto tra i poteri dello Stato (con i tentativi di controriforma in atto), sono un’abile tattica di compromesso per costruire il viatico che conduce da un’uscita dallo Stato di diritto, dallo Stato liberale a quello invece di potere e di esercizio dello stesso da un punto focale attorno a cui ruota tutto il resto sul piano istituzionale: l’esecutivo.
Le ragazze e i ragazzi di Extinction rebellion non esagerano affatto quanto affermano che questi metodi di polizia sono le il frutto delle “prove generali del modello Ungheria“. Perché quel modello, di Viktor Orbán, ma pure quello neosovranistico per eccellenza, il trumpismo che ha sovvertito il liberalismo a stelle e strisce e lo ha piegato all’autorità assoluta del presidentissimo, sono condivisi da Giorgia Meloni e dai suoi ministri. La destra non ha come obiettivo l’amministrazione dello Stato, bensì la sua occupazione, pezzo per pezzo. La concezione del potere di questi eredi del neofascismo missino, che hanno busti di Mussolini in casa, croci celtiche al collo, giovani che inneggiano al ventennio e fanno i saluti romani, esponenti di spicco che sostengono un revisionismo culturale e storico plateale, non è democratica.
Non esiste un punto che sia uno delle politiche del governo Meloni che va nella direzione del rispetto delle minoranze, del dissenso, della critica, della costituzionale restrizione delle agibilità dei poteri da parte di altri poteri per controbilanciarsi a vicenda ed evitare, quindi, il soverchiamento dell’uno sugli altri. Ci troviamo, quindi, ancora una volta davanti ad un paradigma dato da una apparentemente piccola situazione innocente (quella della manifestazione del dissenso degli attivisti di Extinction rebellion a Sanremo) che, dunque, diviene la dimostrazione oggettivamente constatabile di come oggi si intende gestire la libertà di espressione, di parola e di manifestazione: repressivamente, facendo leva sul concetto assoluto di “ordine” affiancandolo ad un “pubblico” che viene presentato come “interesse nazionale“.
Di fronte alla prepotenza pratica del governo Meloni o, più in generale, di chi ha il potere e non lo intende come una delega con limiti ben stabiliti dalle costituzioni e delle norme del diritto che gli si subordina, può sembrare ingenuo, persino inutile richiamare quegli articoli delle carte fondamentali di un patto sociale, politico, economico, civico e culturale di un intero popolo. Ma non lo è, perché nell’evitamento della torsione antidemocratica giocano numerosi fattori che si compenetrano fra loro: uno di questi è la possibilità di riferirsi ad un impianto normativo che deve essere avvertito come argine alla consunzione dello stesso Stato di diritto. I rapporti sociali sono determinanti in questo senso: se viene meno una tensione verticale tra il basso e l’alto e si stabilisce che i nostri avversari sono i nostri simili, allora il vertice vince e la base perde.
Così facendo si indebolisce la sovranità popolare che è il punto di partenza di ogni altra delega nei confronti delle istituzioni e la Repubblica perde il suo valore formale e sostanziale. Se prevale il primo a scapito del secondo rimane un architrave dello Stato, un fondo teatrale davanti a cui mandare in scena le più ipocrite rappresentazioni del potere. Se prevale il secondo c’è invece speranza che il controllo popolare non venga meno e che, anche un governo come quello di Giorgia Meloni, comprenda di non poter ancora concedersi la prerogativa del “poter fare quel che vuole” senza alcuna conseguenza pratica. L’intero assetto costituzionale si regge su tutta una serie di rispetti dei singoli ambiti di gestione che non sono separabili e che, quindi, dipendono vicendevolmente l’uno dall’altro.
Di fronte all’arroganza di chi ritiene di essere al potere e, quindi, di potersi muovere indisturbatamente per avere sempre maggiori spazi di agibilità in questo solco eversivo, si deve opporre l’unità tra principio scritto ed azione pratica: tanto le norme quanto il loro essere portate sulle spalle di ognuno di noi nelle nostre attività quotidiane. Per impedire che si dia per scontato che non si può fare nulla, che si può solamente stare a guardare. Sulla passivizzazione delle masse, sulla loro accettazione acritica delle azioni governative puntano quelle forze politiche che non si curano della preservazione dei diritti universali come di quelli particolari. A questa deriva, oggi piuttosto evidente, si deve fare argine.
Ci sono occasioni in ogni momento, ogni giorno. C’è l’importantissimo passaggio referendario del 22 e del 23 marzo. Abbiamo ancora questo potere. Non lasciamocelo togliere dalla finzione della condivisione democratica di chi democratico nella sua vita politica non è mai veramente stato.
MARCO SFERINI
