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Marco Sferini

Sempre più evidente, sempre più a conferma di ciò che non presupponibile, ma è invece una chiarissima realtà di intenti per arrivare ad altrettanto chiari fatti. Di cosa si tratta? Della proposta di nuova legge elettorale che la maggioranza di governo ha proposto alle Camere. Lo hanno chiamato “Stabilicum” per significare che dovrebbe essere la norma capace di stabilizzare una volta per tutte il rapporto tra le forze politiche schierate al governo e all’opposizione. Ma, in realtà, è l’ennesima legge delle regole del gioco democratico fatta per negare lo stesso, fatta per consentire a chi oggi governa l’Italia di poter vincere anche in oggettive condizioni di crisi di consenso che, proprio in questa campagna referendaria, stanno divenendo più che mai evidenti.

La luna di miele tra gli italiani e il melonismo non è finita, ma di sicuro ha conosciuto momenti migliori. Anche chi ha votato per le destre si sta accorgendo della propensione naturale di queste di esercitare un controllo asfissiante da parte dell’esecutivo sugli altri poteri dello Stato e di una voglia di uniformità che nega alla radice l’impianto costituzionale della Repubblica: il governo di Giorgia Meloni (e quindi lei per prima) pensa a mantenere il potere e trascura tutto il resto. Lo fa saldandosi all’asse atlantico e trumpiano; lo fa preferendo un rapporto con una economia di guerra piuttosto che con un’economia sociale. Lo fa proponendo una controriforma della giustizia che è un attacco alla magistratura.

Da ultimo, lo fa con una ipotesi di legge elettorale in cui la proporzionale non è per niente pura, perché sono presenti sia le soglie di sbarramento (al 3%) sia premi di maggioranza esorbitanti (listoni di 70 nomi scelti, come del resto tutte le altre liste, dai partiti, quindi nessuna preferenza esprimibile da parte dell’elettorato) che consentono alla coalizione che raggiunge il 40% dei voti validi di avere un consesso parlamentare tanto ampio da avere in tasca i numeri per controllare pienamente l’elezione del Presidente della Repubblica e dei nuovi CSM se passasse la sciagurata controriforma di Nordio. Un pigliatutto, insomma.

Un vera e propria rimarchevole, platealissima confessione del disegno autoritario in atto che, quindi, nega, in sé e per sé, la necessità di riavvicinare il corpo elettorale e, più in generale, la popolazione in quanto tale, ad una idea di rappresentanza della politica scelta nuovamente dai cittadini. Così la maggioranza mette una pesantissima ipoteca sul futuro della democrazia repubblicana: in evidente difficoltà e crisi di consensi, nonostante i sondaggi diano il partito della Presidente del Consiglio sempre piuttosto attestato sul 29/30%, con lo spettro del NO referendario che potrebbe dare un vero e proprio pesante colpo alla stabilità attuale dell’esecutivo, con ai fianchi il vannaccismo che preme per avere un ruolo, ecco che la proposta di legge elettorale dovrebbe garantire a Meloni una certa sicurezza.

Ciò che dimostra in tutto e per tutto la Presidente del Consiglio, unitamente a tutto il suo esecutivo, è di non avere per niente a cuore le sorti della democrazia e la libera rappresentanza popolare mediante una delega elettorale data prescidendo dalla mitizzazione della stabilità, delle governabilità. Si pone avanti a tutto ciò che, umiliando la possibilità di scelta sovrana delle cittadine e dei cittadini (tanto di qualsiasi partito quanto di qualsiasi candidato che si presenti), permette invece di dirsi al sicuro dalla vittoria del Campo largo, del campo progressista, dell’alternativa possibile all’attuale maggioranza conquistata in una minoranza di voti espressi dal corpo elettorale.

Stando ai sondaggi attuali, con le simulazioni fatte da televisioni e giornali si ricava che con l’attuale legge elettorale “Rosatellum” (che non è certamente apprezzabile e che nega anch’essa una vera correlazione tra quantità dei voti validi per ciascun partito e quantità di parlamentari eletti), i seggi attribuiti nella Camera dei Deputati al Campo largo sarebbero 192, alle destre 186, ad Azione ne andrebbero 9, a Futuro Nazionale di Vannacci ne andrebbero 6. Agli altri partiti 5 seggi. Con la nuova legge elettorale invece le destre avvrebbero una maggioranza di 228 seggi (70 dei quali ottenuti col premio di maggioranza) rispetto ai 147 del Campo largo, agli 11 di Azione e ai 10 dei vannacciani.

Nella simulazione fatte per il Senato della Repubblica, con il Rosatellum si avrebbe una situazione così fotografata: alle destre 96 seggi, al Campo largo 95. Ad Azione 3 seggi, a Vannacci 2; agli altri partiti 4 seggi e in più da conteggiare i 5 senatori a vita. Con lo Stabilicum invece l’attuale maggioranza avrebbe 113 seggi (di cui 35 ottenuti sempre col famigerato premio di maggioranza), mentre il Campo largo scenderebbe a 76 seggi. Azione ne avrebbe 5, Vannacci 2 e gli altri partiti 4. Pare qualcosa di più dell’evidenza il fatto che la legge elettorale proposta dalla compagine meloniana è pensata e scritta non per garantire la governabilità del Paese, ma per garantire la continuità del governo attuale, prescindendo dai numeri assoluti dati dalla partecipazione popolare al voto.

Il premio di maggioranza è un grande inquinante della volontà delle elettrici e degli elettori: al mito assoluto della stabilità e della governabilità, che comunque va salvaguardato come valore intrinseco del meccanismo democratico nella dialettica soprattutto parlamentare, si sacrifica scientemente la rappresentatività e, quindi, la volontà di chi si è espresso mediante quella delega che è quintessenza della sovranità affidata dalla Costituzione alle italiane e agli italiani. Tutto torna, dunque, perché tutto continua ad andare nella direzione più che oggettiva di una acquisizione da parte del governo di maggiori poteri a scapito degli altri poteri dello Stato che divengono censurabili da Palazzo Chigi, come nel caso del Parlamento, o controllabili come nel caso della Magistratura.

Se non vincerà il NO il 22 e il 23 marzo prossimi, le porte spalancate ad un irrobustimento della torsione autoritaria saranno una certezza. L’anche solo timido timore di doversi nuovamente confrontare con un voto che possa rimandarli del tutto democraticamente all’opposizione, rende le destre assolutamente eversive e chiaramente tali: tanto da cucire addosso a sé stesse un abito pronto per la prossima legislatura senza doversi preoccupare di doverlo cambiare e di lasciare quello buono alle attuali forze di minoranza che avrebbero tutto il diritto, se ottenessero più voti, di andare al tentativo di formare un governo. Ma da quanto tempo ormai siamo abituati al fatto che i governi non si compongono più con il dialogo tra le forze parlamentari ma, invece, sono “scelti” mediante il voto politico?

La risposta, per quel che ci riguarda, è: da troppo tempo. Non prendiamo nemmeno più in considerazione il fatto che, secondo la Costituzione, gli esecutivi traggono la loro legittimità da un voto di fiducia parlamentare che non è una cambiale in bianco, bensì la premessa per l’attuazione di un programma condiviso anche, e forse soprattutto, da partiti non così afferenti tra loro. Invece, con la bipolarizzazione standardistica della politica italiana, immessa nell’agone competitivo dopo la fine della cosiddetta “prima repubblica“, cavalcata dal berlusconismo e, non di meno, dalle mutevoli forme del centrosinistra nel corso dei decenni passati, si è alterato ogni equilibrio, ogni sana dialettica, ogni confronto.

Ha prevalso un opportunismo più generalizzato e diffuso e si è andati alla caccia di alleati disparati, formando carrozzoni di coalizioni che si sono andati a schiantare in molti casi, mentre in altri hanno occupato letteralmente i posti di potere pensando a quest’ultimo come a qualcosa di definitivo da mantenere e non da gestire pro tempore. Nel corso dei decenni è andata via via mutando l’idea stessa di democrazia parlamentare e si sono spinti i cittadini a riversare le loro aspettative non tanto sui legislatori, su deputati e senatori, ma sul governo in quanto vertice di una nazione che, invece, ha diversi punti apicali sui quali dovrebbe svettare solamente il garante massimo rappresentato dal Quirinale.

Il disegno neoautoritario di Meloni invece riguarda la messa in capo a tutto della propria figura come “Premier della Nazione“, dominante un esecutivo attorno a cui ruota tutto il resto delle istituzioni. L’obbrobrio premieristico mira esattamente a ridimensionare il ruolo del Capo dello Stato, a confonderlo con quello del Presidente del Consiglio, a stabilire un nesso che, invece, proprio per le garanzie più preziose da mantenere nell’autonomia e nell’equidistanza dei poteri, non dovrebbe nemmeno essere ipotizzato. Farlo, significa avere in voglia di superare l’attuale assetto democratico, cambiando, pezzo dopo pezzo, la Costituzione a colpi di maggioranza, salvo che il popolo, nei referendum, non metta un freno a questa deriva e dica NO tanto alle controfirme nel metodo quanto ai disegni eversivi nel merito.

La nuova proposta di legge elettorale oltrepassa il Rosatellum, peggiora le condizioni tra rappresentati e rappresentanti, allontana ancora di più la politica dai cittadini e, c’è da scommetterci se dovesse diventare la nuova norma che falsifica la vera volontà popolare, sarà uno dei motivi di una ancora più alta disaffezione, di un ingrossamento delle percentuali del già esorbitante astensionismo. Se ne ricava una sintesi piuttosto esplicita: la destra tenta una blindatura del consenso in presenza di tutta una serie di elementi di crisi che in parte sono congeniti alla lunghezza dell’opera di governo o, per meglio dire, della sua continua inespressione, raffigurabile nell’inerzia dimostrata nei confronti di concreti interventi sociali.

Ma, del resto, per altra parte, questa erosione del consenso, questa incrinatura dello stesso, queste venature che si mostrano pure come striature del tempo ma soprattutto come rughe sul volto stanco di una Italia subissata di spese di guerra e trascurata per quanto riguarda il potenziamento dei settori pubblici più importanti (dalla scuola alla sanità, dal lavoro alle pensioni, dalle stesse piccole e medie imprese al mondo delle partite IVA, per non parlare poi dell’ambiente e delle opere infrastrutturali…), tutto questo pesa sull’incoscienza di un governo che fa finta di non accorgersi della crisi in cui andrà a versare: in particolare se il NO dovesse prevalere nel referendum di fine marzo.

Vista la politicizzazione dell’evento, impressa anzitutto da Meloni con lo scontro frontale nei confronti dei giudici, rei – a suo dire – di ostacolare l’azione dell’esecutivo, è più che evidente, anche data la complessità del tema, molto tecnico nella forma, molto politico nella pratica, nelle conseguenze che avrebbe il costrutto nordiano internamente alla Magistratura e ai suoi rapporti col governo, che il voto si polarizzerà e sarà, alla fine, uno schierarsi pro o contro la Presidente del Consiglio che, del resto, insieme ai suoi più stretti collaboratori, sta facendo tutto il possibile perché il fronte del NO si ricompatti e vada in massa alle urne. Come, del resto, pare dagli ultimi sondaggi.

La preoccupazione, quindi, è di dover subire il processo democratico della transitorietà della gestione del potere. La destra non ha mai voluto governare, ma solamente comandare. Ogni sua azione, ogni sua presunta “riforma” va esattamente in questa direzione. Sbarrarle la strada, nel nome del ristabilimento pieno della democrazia, della separazione dei poteri e della pienezza del ruolo del Parlamento, è un dovere civico, un imperativo categorico civile e morale. Facciamolo con una vera e propria valanga di NO il 22 e il 23 marzo.

MARCO SFERINI

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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