Il 12 febbraio scorso, Trump, che sostiene che la crisi climatica della Terra è una truffa, ha emesso un ordine esecutivo, controfirmato dall’EPA, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente (sic), che è un vero e proprio attentato alla salute umana e del pianeta. Se passerà in Parlamento, la legge abolirà la “valutazione di pericolosità” del Greenhouse Gas Endangerment Finding, introdotta nel 2009 dall’amministrazione Obama, che regolamenta e cerca di ridurre le emissioni di gas serra. Anche e soprattutto quelle prodotte dai mezzi di trasporto a combustibili fossili, che sono la maggior causa di riscaldamento globale prodotta negli Stati Uniti.
L’ordine esecutivo trumpiano “libera” le industrie automobilistiche dal controllo e dal contenimento delle emissioni nocive, abolendo i vincoli federali da rispettare nella produzione di auto e camion. Per Trump, questi vincoli hanno “aumentato il costo dei veicoli per famiglie e piccole imprese americane, limitando la mobilità economica e il sogno americano”.
La sua amministrazione aveva già tagliato il sostegno alle energie rinnovabili, cassato gli incentivi all’acquisto di veicoli elettrici e incentivato il ritorno all’utilizzo del carbone, finanziando la costruzione di altre cinque centrali a carbone e imposto di mantenere in funzione quelle che dovevano chiudere per il loro grande inquinamento. E anche per evitare lo storico pericolo di incidenti in miniera e la malattia professionale del “polmone nero”.
La motivazione di questo e di altri provvedimenti antiecologici di Trump sarebbe l’autosufficienza energetica nazionale, dovuta anche all’incremento esponenziale della richiesta di elettricità per la massiccia rapida costruzione di data center per l’intelligenza artificiale; i più grandi dei quali consumano quanto una piccola o media città
Tutte le recenti deregolazioni ambientali trumpiane sono anche un ennesimo pericolo per le riserve dei nativi statunitensi.
Nel 1900, conquistate via via le terre che fino a quel momento erano accudite dai nativi, dagli alcuni alcuni milioni iniziali, erano solo più 237.000 in tutta la Nazione. Oggi, “l’uomo bianco” alla conquista delle loro terre (e dei parchi nazionali) è rappresentato soprattutto dalle Big Oil, le sei o sette più grandi compagnie private, petrolifere e di gas.
Per fortuna però ad esse si possono frapporre ostacoli. Anche alcuni dei trattati truffaldini, imposti ai nativi nei secoli scorsi per allontanarli dalle terre dove si trovò l’oro o s’intendevano colonizzare, possono oggi paradossalmente essere uno strumento di difesa di quelle comunità e della natura.
All’interno degli Stati Uniti ci sono ben 574 governi di Nazioni sovrane di nativi, istituite sulla base dei 374 trattati ratificati dalla fine del XVIII secolo fin quasi alla fine del XIX; trattati che riguardano il 2,5% del territorio degli USA, soprattutto ad ovest del Mississippi. Nelle riserve vivono oggi 700.000 persone. Ma molte altre abitano e lavorano fuori da esse: circa 9 milioni di persone hanno qualche ascendenza nativa. Il loro numero è pure in ascesa, poiché molti ricercano antenati nativi per agganciarsi ai profitti procurati da iniziative economiche, come i casinò realizzati nelle riserve da alcuni Consigli tribali oppure ottenere una quota dei proventi di minerali e acque delle terre degli avi se la tribù li ha oggi ceduti allo sfruttamento delle multinazionali. Le terre delle riserve native rinserrano infatti il 30% del carbone potenziale degli Stati Uniti, il 50% dell’uranio e il 20% del gas naturale. E contengono anche molto rame per le reti elettriche, litio e terre rare per batterie ed elettronica, oltre che riserve d’acqua utilizzabili per l’agricoltura e pure per la produzione di energia, ottenuta anche con impianti di fracking (la frantumazione idraulica), gravemente impattanti sulle acque potabili e sulla natura.
Per convincere gli organi di autogoverno delle riserve all’apertura all’uso delle terre non basteranno certo le perline con cui si “ricompensavano” un tempo i nativi. Gli amici di Trump, quelli che hanno abbondantemente finanziato le sue campagne elettorali e le campagne di disinformazione climatica, e gli hanno dettato (col motto “Drill, baby, drill) l’agenda anti-clima a favore delle trivellazioni generalizzate, talvolta trovano ostacoli nei pronunciamenti di magistrati non asserviti che respingono le ingiunzioni motivate da una supposta “emergenza energetica” richieste in alcuni casi dal governo federale. Ingiunzioni che impongono la realizzazione di pozzi, gasdotti e miniere ad alto impatto ambientale anche quando le comunità sono contrarie.
Le mobilitazioni dei nativi contro il nuovo assalto alle terre loro concesse, traggono origine dalle lotte che, a partire dagli anni Settanta, li hanno fatti tornare al centro della Nazione, quali l’occupazione del 1969 dell’ex penitenziario di Alcatraz e il “ritorno” a Wounded Knee nel South Dakota del 1973, nel luogo del massacro del 1890.
Emblematico del rilancio dell’orgoglio nativo, è la figura di Leonard Peltier, di ascendenza Lakota: tra i fondatori dell’American Indian Moviment, incarcerato per essersi opposto ad un’incursione della FBI nella riserva, accusato, con prove rivelatasi fallaci, di essere responsabile dell’uccisione di due agenti, dopo 48 anni di prigione la pena gli è stata commutata ed è stato scarcerato negli ultimi giorni dell’amministrazione Biden.
Alcune di queste lotte dei nativi rivendicano la piena applicazione dei trattati disattesi. Come nel caso del trattato del 1877 di Fort Laramie coi Sioux Lakota per la zona, sacra per i “pellerossa”, delle Black Hills (nel South Dakota). La magistratura ne riconobbe nel 1980 la violazione da parte del governo degli USA ma la Nazione Sioux non ha finora accettato il mirabolante risarcimento, che ad oggi ammonta, cogli interessi maturati, ad oltre 1,3 miliardi di dollari, ma pretende la restituzione delle Black Hills. Una zona dov’è aumentato il disboscamento (e incombe pure la richiesta di Trump di avere il suo volto inciso nella roccia del monte Rushmore, accanto a quelli di altri 4 presidenti).
Anche altre Nazioni native non solo cercano di combattere l’abbrutimento della vita in molte riserve ma difendono la propria precaria sovranità. E proteggono le proprie terre, collegando la difesa della loro storia con quella della natura: la Nazione Paiute del Nevada ha salvato nel 2008 il Pyramide Lake dal prelievo indiscriminato delle sue acque e continuano le iniziative dei Sioux contro la realizzazione, che era stata bloccata da Obama a seguito delle proteste ambientaliste e riattivata da Trump, di due grandi oleodotti nel North Dakota che attentano alle risorse naturali, come dimostra la grande perdita, di 800.000 litri di greggio, avvenuta nel 2017 in un tratto già realizzato.
Inoltre, nel 2021, la White Earth Nation ha avversato l’espansione dell’oleodotto Enbridge Line 3 sotto un lago spiritualmente ed ecologicamente significativo del Minnesota, dove vigono diritti protetti da un trattato per l’acqua, la caccia e la pesca.
Particolarmente intensa fu la mobilitazione contro l’oleodotto sotterraneo di 1.900 chilometri che porta il petrolio dal North Dakota all’Illinois, contrastato dalle tribù Sioux per le eventuali perdite della conduttura che passa sotto il lago Oahe, una delle loro principali fonti di acqua, e che attraversa anche i siti sacri di sepoltura dei popoli Sioux Lakota e Dakota. Nel 2016-2017, azioni variegate di associazioni ambientaliste, docenti universitari, altre tribù di nativi, pressioni verso le banche finanziatrici dell’opera, istanze alla magistratura, una tendopoli che ospitò anche più di 10.000 persone, scontri con la guardia private del cantiere, l’esercito e la polizia, ecc. procurarono 750 arresti. L’amministrazione Obama, e anche il settore ingegneria dell’Esercito, chiese all’impresa Energy Transfer di cambiare il tracciato, evitando il sottoattraversamento del lago. Poi la prima amministrazione di Trump (il quale, fino a poco prima di decidere a favore dell’impresa costruttrice, ne possedeva azioni) ne confermò nel 2017 il tracciato. Infine, nel 2025, Greenpeace Usa è stata multata di 667 milioni di dollari, ben più di quanto richiesto dalla causa intentata dell’impresa costruttrice, da una giuria locale, composta di negazionisti climatici.
Più successo ha avuto nel 2024 un’azione della Nazione dei Navajo per convincere la Federal Energy Regulatory Commission a respingere un progetto idroelettrico proposto sulle loro terre. A gennaio 2026, tuttavia, la stessa commissione ha approvato un progetto idroelettrico simile su un’area sacra e protetta da trattati di terre della Nazione Yakama nello stato di Washington.
Una delle maggiori controversie attuali in terre native è la collocazione di miniera di rame Resolution a Oak Flat in Arizona, in un sito sacro Apache. Nel 2014, il Congresso concesse 2.400 acri di terreno federale protetto della Tonto National Forest alla società mineraria per l’estrazione di minerale. L’istanza della nazione Apache è stata respinta da tribunali locali e poi dalla Corte Suprema ed è stata riproposta.
In altri casi, il profumo del dollaro si è però fatto sentire. Sia nella versione “se non possiamo batterli ci prendiamo i loro soldi” con cui la Tribù Mohegan del Connecticut, il cui sito informatico, sotto il motto Honoring the Past, building for the future (Onorare il passato, costruire per il futuro), presenta la vasta offerta di proprie iniziative di business nella riserva (tra cui alberghi a supporto di casinò, in uno Stato dell’Unione in cui essi sono vietati). Sia, nel caso degli Osage, rimossi nel 1870 dal Kansas; i quali riuscirono, caso raro, a comprarsi la riserva in Oklahoma (dai preesistenti Cherokee) e, dopo anni di stenti, a ricavarne finora 250 volte dal fortunato ritrovamento di petrolio (come si vede nel film Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese).
I nativi degli Stati Uniti sono abbondantemente presenti nei nomi di città, parchi, squadre sportive, automobili, statue istituzionali ma la vita di molti di loro è ai margini della società e la loro cultura coerente contrasta con un mondo basato sulla proprietà; anche della terra. En passant, lo stesso accade in Groenlandia, territorio a cui Trump arrogantemente ambisce per le risorse energetiche ma per averlo dovrebbe anche scontrarsi col fatto nella grande isola, oltre a un grande parco nazionale protetto, non esiste, nemmeno nelle città, la proprietà privata della terra.
Queste lotte dei nativi mettono ancora una volta in urto i limiti dei trattati di difesa delle terre dei nativi con gli interessi dei profitti della multinazionali. Una discussione che, non si può nascondere, divide anche i nativi; tra chi vuole vendere i diritti di sfruttamento per migliorare la vita dei singoli nelle riserve (molte delle quali vessate da povertà. alcolismo, mancanza di servizi pubblici) e chi intende migliorare la propria vita collettivamente e non a scapito di una natura conservata da secoli. Ma evidenziano anche la determinazione di molte comunità a difendere l’ambiente nell’ambito di una mobilitazione generale contro gli attacchi dell’amministrazione Trump. A cui si affiancano iniziative e cause legali adite da associazioni ambientaliste, tribù e singoli Stati e città degli USA che chiamano sempre più in causa i grandi inquinatori come responsabili diretti della crisi climatica.
