Raid israeliani su Beirut sud, Bekaa e Libano meridionale mentre Hezbollah colpisce un Merkava e intercetta un’incursione di paracadutisti. Tra imboscate, missioni segrete e sfollamenti di massa, il Libano scivola di nuovo dentro una guerra sempre più ampia.
Libano, la guerra che nessuno vuole fermare
Il Libano meridionale sta tornando, giorno dopo giorno, a quella condizione che la diplomazia internazionale ama definire con una formula rassicurante: “escalation”. Traduzione meno elegante: una guerra che si allarga mentre il resto del mondo osserva con la consueta miscela di impotenza e ipocrisia.
L’aviazione israeliana ha intensificato nelle ultime ore i bombardamenti su Beirut sud, sulla valle della Bekaa e su diverse località del Libano meridionale. Non si tratta più soltanto di raid sporadici o operazioni punitive: il ritmo degli attacchi è diventato quasi quotidiano, e il loro impatto si misura ormai in città svuotate, quartieri distrutti e popolazioni in fuga.
Parallelamente, però, la guerra sul terreno racconta un’altra storia, meno lineare di quella che spesso emerge dai comunicati militari.
Imboscate e combattimenti sul terreno
Nella zona di Khiam, nel sud del Libano, miliziani di Hezbollah hanno teso un’imboscata a un’unità dell’Israel Defense Forces. Durante lo scontro un carro armato Merkava è stato colpito con un missile anticarro 9M133 Kornet.
È un dettaglio tecnico che racconta molto più di quanto sembri: l’arma utilizzata è tra le più efficaci contro i mezzi corazzati moderni, e negli ultimi anni è diventata uno degli strumenti principali della guerriglia anticarro in Medio Oriente.
Ancora più complesso l’episodio avvenuto nella valle della Bekaa. Secondo diverse ricostruzioni, reparti della brigata paracadutisti Tzanhanim Brigade hanno tentato un’incursione notturna nell’area di Nabi Sheet, con il supporto di elicotteri entrati nello spazio aereo libanese dal lato siriano del confine.
L’operazione, tuttavia, si sarebbe trasformata rapidamente in uno scontro ad alta intensità. Le unità speciali Radwan di Hezbollah avrebbero intercettato il commando israeliano aprendo il fuoco e colpendo uno degli elicotteri. I combattimenti sono proseguiti a lungo e, secondo fonti locali, avrebbero provocato morti e feriti tra i soldati israeliani.
Circolano anche voci — non confermate — sulla possibile cattura di un militare e sull’eventuale attivazione della cosiddetta Hannibal Directive, una procedura controversa che prevede l’uso della forza anche a rischio della vita del soldato pur di impedirne la cattura.
Dietro l’operazione potrebbe esserci un obiettivo simbolico e politicamente delicato: il recupero dei resti del pilota israeliano Ron Arad, abbattuto e catturato in Libano negli anni Ottanta e morto successivamente in prigionia.
Secondo alcune fonti, il commando israeliano avrebbe tentato di recuperare la bara del militare, sepolta in un cimitero nei pressi dell’area dell’operazione e poi trafugata. Se confermata, l’azione dimostrerebbe quanto il conflitto israelo-libanese continui a essere alimentato anche da ferite storiche mai rimarginate.
Un paese svuotato
Ma mentre le operazioni militari si moltiplicano, è la popolazione civile a pagare il prezzo più alto. Giovedì pomeriggio l’esercito israeliano ha emanato un ordine di evacuazione che ha scatenato il panico in numerose aree del Libano. Le strade si sono rapidamente riempite di auto e camion, trasformando ogni via di fuga in una colonna interminabile di sfollati.
L’ordine riguarda anche l’intera fascia di territorio a sud del fiume Litani, una regione già devastata da oltre due anni di bombardamenti. Migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare ciò che restava delle loro case o i rifugi improvvisati nei quali vivevano in attesa di una fine della guerra che, evidentemente, non è mai arrivata.
Nel lessico diplomatico si chiama “teatro di operazioni”. Nella vita reale si chiama semplicemente distruzione.
